Sì, e due pensierini per dopo

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Questo blog, nella persona del suo tenutario, vota Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre – anzi, per la precisione ha già votato, visto che chi vive all’estero ha dovuto rispedire le schede ai consolati nei giorni scorsi.

Vota Sì per parecchi motivi, che in tanti hanno saputo mettere per iscritto con molta efficacia: motivi nel merito della riforma, motivi di ordine più prettamente politico, motivi di respiro più ampio, e motivi che li raccolgono un po’ tutti quanti.

Poi, se volete approfondire ulteriormente, potete dare un’occhiata anche alla sezione dedicata alla riforma e al referendum sul sito del PD Germania: questo blog – sempre nella persona del suo tenutario, che del PD Germania fa parte – ha collaborato alla creazione e alla pubblicazione del materiale, un tentativo di spiegare perché votare Sì fornendo dati e argomentazioni ragionate al di là degli slogan e dei “moriremo tutti” del caso.

Ora che ci siamo tolti il pensiero della dichiarazione di voto, un paio di altre considerazioni però val la pena di farle.

Da iscritto PD, questa campagna referendaria è stata abbastanza demoralizzante.

Se passate di qui forse lo sapete, gli scontri interni e la dialettica anche molto aspra non mi spaventano, anzi: penso siano legittimi, comprensibili e necessari, se un partito deve essere uno spazio contendibile.

Quello che mi spaventa, però, è l’incapacità di separare i momenti, di distinguere la fase rituale in cui ci si scanna e quella – successiva – in cui invece si collabora con chi dallo scontro è uscito vincitore e ha guadagnato il diritto di rappresentare “la linea” del partito.

Questa incapacità, purtroppo, è un marchio di fabbrica della sinistra italiana, ed ha come spiacevole conseguenza che praticamente ogni dieci minuti c’è nel PD un regolamento di conti che si trascina dall’ultimo Congresso, o un anticipo del prossimo.

A me fa piacere che, stavolta, una ricomposizione ci sia stata (anche se non con tutti); meno, però, che a farne le spese sia stato quello che per me era il punto di forza dell’Italicum, il doppio turno/ballottaggio. Infatti, non solo un ballottaggio a due tende a favorire una bipolarizzazione del sistema (che per me è un bene, però se ne può discutere), ma fornisce anche una ulteriore “legittimazione popolare” al premio di maggioranza, dato che per vincere bisogna prendere la maggioranza assoluta dei voti: non dobbiamo fare l’errore, infatti, di pensare che il voto espresso al secondo turno sia in qualche modo “meno valido” di quello espresso al primo turno. Comunque, ora a quanto pare il ballottaggio è storia, vedremo se – come io mi auguro – si riuscirà in qualche modo a farlo tornare.

Anche come semplice osservatore, però, non c’è stato molto da star allegri.

Naturalmente ci sono state belle eccezioni, ma l’impressione da parte di entrambi gli schieramenti è stata che l’obiettivo principale, più che di convincere la gente, fosse caricare a palla la propria fandom, in un crescendo di cori da stadio, slogan e parole d’ordine che nella quasi totalità dei casi sono risultati essere delle cazzate micidiali – con una per me leggera prevalenza, non me ne vogliano, da parte dei sostenitori del No.

Una scelta di comunicazione che ha completamente trascurato quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo, gli incerti/indecisi: invece di puntare a conquistare quelli, si è preferito rinforzare e compattare i propri ranghi, spostando la disputa su toni di grillismo andante che è poi LA sconfitta per tutto il dibattito pubblico, non solo per la sinistra e per il PD.

Poi per carità, non sono mancate fortunatamente le discussioni valide e interessanti, nel merito (tecnico e politico) e con gente che aveva voglia di confrontarsi, e non solo e necessariamente di litigare o insultare – sono abbastanza sicuro che più o meno tutti ne abbiamo fatte almeno un paio: e questo, in qualche modo, fa ben sperare.

Una cosa però: l’argomento “eh ma voti come [inserire nome proprio di Male Assoluto]!”, corredato magari di foto di Renzi e Verdini da una parte, e di Anpi e Forza Nuova dall’altra, lasciatelo stare. Perché un uomo molto saggio, tanti anni fa, ci spiegò che “en politique on peut choisir ses ennemis, on ne peut pas choisir ses alliés”.

Del progresso morale e civile degli italiani, o di una foto di Luigi Di Maio

Ci sono alcuni momenti, nella vita di una nazione, in cui l’opportunità di un autentico progresso civile, sociale e culturale si presenta nel modo più inaspettato, come un dettaglio secondario, un particolare da trafiletto di penultima pagina.
Rivela molto dell’Italia di oggi che un’occasione di questo tipo si sia materializzata, in questi giorni, in forma di fotografia di Luigi Di Maio, Vicepresidente della Camera dei Deputati e uno dei leader in pectore del Movimento 5Stelle. 
La vicenda probabilmente la sapete: ospite in Campania di un evento per il No al referendum del 4 dicembre, Di Maio va poi a cena in un ristorante e si fa una foto insieme a uno dei proprietari del locale – che va tutto bene, non fosse che quest’uomo è fratello di un imprenditore coinvolto nella vicenda della Terra dei Fuochi e collaboratore di giustizia: più che sufficiente perché si aprisse la polemica. 
Alcuni attaccano e basta, altri fanno notare un certo doppio standard, che certo esiste ma come nota Massimo Bordin la ritorsione non è mai un grande argomento
Io però leggo queste reazioni, mi ricordo del casino della lobby dei malati di cancro e delle bordate quando iniziarono a spuntare i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini, e penso che no, cazzo, non possiamo anche stavolta finire con l’usare i loro stessi argomenti, la loro stessa logica, il loro stesso manicheismo. Perché sulla storia della lobby dei malati l’unica cosa giusta da dire era “Sì, è vero, certo che sono una lobbyperché lobby non è una brutta parola, e siamo lieti che finalmente l’abbiate capito anche voi”; e sugli indagati l’unica cosa giusta da dire era “Anche secondo noi un avviso di garanzia non equivale a una condanna, perché siamo garantisti sempre, sappiamo bene cosa succede quando si amministra una realtà complessa come un comune o una grande città, e siamo lieti che ora sia diventato chiaro anche a voi come ognuno sia innocente fino a prova contraria e colpevole solo dopo tre gradi di giudizio”. 
Mettersi lì col dito puntato, ripetendo fra sghignazzi e pernacchie “Ahah, lo vedete, parlate tanto di purezza e onestà e poi invece siete come gli altri, anzi pure peggio” non solo è una stronzata micidiale (davvero pensiamo che “onestà” sia quella cosa lì? Davvero?), ma è il miglior modo per aprire la strada alla prossima incarnazione del grillismo, al suo semplicistico moralismo, al suo giustizialismo da manette e forconi. Significa accettare di giocare una partita di imbarbarimento che per definizione non si può vincere, perché Grillo è troppo avanti e lo fa meglio, ma che soprattutto non dobbiamo voler vincere. Perché l’obiettivo – non solo nostro come partito: nostro come opinione pubblica, nostro come “tutti” – è capire che la realtà è una roba complessa che richiede competenze, preparazione e studio, in cui più che il bianco e il nero esistono una miriade di grigi fra i quali bisogna imparare con fatica a districarsi. Banalizzare e semplificare, non andare troppo per il sottile e vantarsene, replicare quegli schemi mentali lì invece è proprio certificare la sconfitta: è ammettere che si è diventati uguali alla destra, a quella brutta.
Per cui, mio caro PD, ti prego: sulla foto di Di Maio, non farti sfuggire l’occasione e di’ la cosa giusta. Ne va di te, del tuo futuro, persino di quello dei tuoi avversari, che possono diventare finalmente “adulti”. Ma ne va un po’ del futuro di tutti noi.

Dio salvi la Regina

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Facciamo un piccolo esperimento mentale.

Scenario 1.

Facciamo finta che in Italia, nei mesi scorsi, abbia avuto luogo un referendum popolare per decidere se uscire o no dall’Unione Europea. E facciamo finta che, contrariamente a tutti i pronostici, abbia vinto il fronte del “Fuori”.

Qualche mese dopo, un parlamentare conservatore del fronte del “Fuori” (boh, chi potrebbe essere? Meloni? Gasparri?) presenta una mozione perché la Rai – che dovrebbe essere un canale televisivo “fieramente italiano” – concluda la programmazione giornaliera trasmettendo l’inno nazionale, a celebrazione dell’uscita dall’Unione Europea e della “riconquistata sovranità nazionale”.

Che succede?
La stampa, gli intellettuali, e i giornalisti Rai in particolare, denunciano l’intollerabile ingerenza e la minaccia autoritaria, il tentativo di imbavagliare la stampa figlio di quel “piduismo perenne” che tanta fortuna continua ad avere come infallibile artificio retorico. Per carità, hanno ragione, ma proprio non riescono a fare a meno di quella postura da vittima di regime che da noi chiunque firmi un articolo o un’articolessa ritiene suo inalienabile diritto, e finiscono col trasformare tutta la questione in un melodramma epico con i buoni, i cattivi, il “simbolo di un’Italia che” e l’inesorabile imbarbarimento culturale – frutto di Berlusconi, della tv, o di tutti e due. Naturalmente, della mozione non se ne fa nulla, ma quello già si sapeva fin dall’inizio, era più folclore che altro; si è però riusciti a tirare avanti con un altro turno di gioco delle parti, con il pericolo della “pancia del Paese” e i sacerdoti della coscienza civica a costante rischio bavaglio, la retroguardia del degrado morale e l’avanguardia dell’impegno civile. E un turno in più, un po’ più di tempo per cullarsi in queste certezze, è già qualcosa, è pur sempre una conferma a portata di mano della propria percezione di sé e del mondo. Per un turno in più, ma almeno si tira avanti.

Scenario 2.

Se tutto questo avviene dove hanno inventato il liberalismo politico e i Monty Python, invece, che succede?

We’re incredibly happy to oblige.

 

Far panini da McDonald’s

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Alcuni anni fa, a Milano organizzarono una di quelle fiere di orientamento al lavoro per giovani neolaureati, in cui ragazzi e ragazze appena usciti dall’università possono entrare in contatto con aziende e imprese e vedere un po’ com’è questo fatto di entrare nel mondo del lavoro – dalle cose piccole ma cruciali (come si fa un curriculum, come ci si prepara ad un colloquio) a quelle di orizzonte più ampio e a cui spesso non si pensa – come valutare le proprie prospettive occupazionali, i pregi di formazione continua e aggiornamento, come “investire” sulla propria crescita professionale. Insomma, uno sguardo ravvicinato su come funzionano davvero tutti gli aspetti, coordinati e complessi, del recruiting. Tra l’altro, l’evento era grosso e ben organizzato, quindi partecipavano anche numerose aziende di rilevanza internazionale, desiderose di esplorare un po’ il bacino di talenti dei giovani italici.

All’epoca, un quotidiano intervistò un manager del personale di una di queste grandi aziende (mi pare Microsoft, ma magari mi sbaglio), chiedendogli qualche valutazione sullo stato di salute della fresca e gagliarda manodopera italiana che aveva incontrato lì.
Il manager raccontava che la situazione era abbastanza particolare: a livello di titoli, e quindi di specifiche competenze professionalizzanti, i neolaureati italiani erano molto preparati, decisamente avanti rispetto a quelli di altri paesi. Però erano tragicamente carenti nel resto: conoscenze linguistiche, dinamiche di teamwork, problem-solving e capacità di prioritizzazione dei compiti da svolgere – in generale tutte quelle cose che vengono raggruppate nel concetto di soft skills: competenze che non fanno strettamente parte del bagaglio professionalizzante di un corso di studi, ma imprescindibili quando si tratta della realtà concreta di qualunque lavoro. Da cui il suo consiglio: anche se ci mettete un anno in più a laurearvi, provate a fare qualche lavoretto mentre studiate, d’estate andate a farvi un paio di mesi a Londra anche solo a fare i camerieri. Per uno che vi deve assumere, esperienze di questo tipo contano molto più di un percorso accademico perfettamente nei tempi.

Ora, io non dico che McDonald’s sia il posto migliore del mondo dove fare l’alternanza scuola/lavoro, ma pensare che “a fare panini non impari nulla” è proprio il sintomo che continuiamo a non capire come “lavoro” sia anche tutte quelle cose lì, quelle soft skill di cui sopra. E che su un problema capitale come quello del gap E2E (Education to Employment) continuiamo ad avere idee molto, troppo confuse.

Seguire un attacco su Raitre

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Ieri sera mi sono messo a seguire il vortice di notizie che arrivava da Monaco, comprensibilmente in ansia, come potrete immaginare. Non è che Monaco da Francoforte sia proprio dietro l’angolo, ma una cosa così su suolo tedesco in anni recenti non si era mai vista, e si veniva da Bataclan e da Bruxelles e da Nizza – e insomma, potete capire.

Ho seguito principalmente tre cose: la diretta del TG3, quella di ARD (aka Das Erste, praticamente la Raiuno tedesca), e gli aggiornamenti su Facebook e Twitter. Un paio di cose interessanti, in mezzo alla concitazione e all’ansia, le ho notate.

Ad esempio, le foto e i video.

Quasi subito hanno iniziato a girare immagini del centro commerciale in cui ha avuto luogo l’attacco, rilanciate da buona parte della stampa. Poco più tardi di quasi subito, però, si è anche capito che quelle immagini erano false, roba che non c’entrava niente ma data per buona nell’isteria collettiva.

Ora, la cosa che ho pensato mentre quei filmati venivano mandati dalle tv è stata “ma se lo so io che sono bufale, vuoi che non lo sappia una redazione di un telegiornale?”. E mi è venuto il sospetto che magari lo sapessero, ma che alla fine dai, sono scene d’impatto e sembrano vere, quindi chi se ne fotte.

Il TG3 quelle immagini le ha trasmesse.

ARD no.

Sui social, poi, molti hanno postato i tweet e gli status della Polizia di Monaco, che pubblicava aggiornamenti – in più lingue, tra l’altro – a cadenza molto ravvicinata.

Uno degli status pubblicati invitava le persone a non condividere online video e foto, per evitare di aiutare in alcun modo gli assalitori – questo qui:

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ARD (e la stragrande maggioranza dei media tedeschi) non ha mostrato nulla, e anzi alcuni italiani a Monaco intervistati da Canale 5 e altre reti dicevano che seguivano la vicenda sui siti nostrani perché “i media tedeschi rispettano l’embargo e quindi non sappiamo nulla”.

Le tv italiane, invece, alè.

E per carità, io lo capisco che un attentatore tedesco in terra tedesca è difficile che si metta sul telefonino a controllare cosa dice Repubblica.it, ma è anche vero che nelle dinamiche dell’informazione, oggi, barriere linguistiche/nazionali di questo tipo non esistono più, e le gallery postate a Milano o Sydney vengono riprese e rilanciate in cinque minuti a Berlino o New York. Quindi, ecco: se quelli che stanno cercando di risolvere questa cosa pazzesca e assurda ti dicono che, forse, è meglio se non diffondi informazioni che in qualche modo possono dare una mano a chi sta andando in giro a sparare alla gente, magari anche se non ti trovi proprio in loco stalli a sentire.

Un altro tweet della Polizia di Monaco chiedeva di evitare di lanciarsi in speculazioni e ipotesi prive di fondamento, visto che praticamente non si sapeva nulla di chi fosse l’assalitore, se ce ne fossero altri, quale fosse la matrice dell’attacco.

Sui media italiani parecchi ospiti già costruivano ardite architetture analitiche che collegavano Isis, Nizza, la Turchia e Monaco di Baviera, l’ondata del terrore islamista, “siamo in guerra” – con addirittura alcuni esperti che si dicevano sicuri dello stampo islamico dell’attentato grazie a fonti superaffidabili che poi uno vede meglio e scopre che è un post di Magdi Allam.

Su ARD, due giornalisti in collegamento da Monaco che ripetevano quanto comunicato dalla polizia, la diretta della conferenza stampa del portavoce e un esperto a Berlino che commentava le notizie divulgate dal Ministero dell’Interno.

Ora, io non è che voglio strumentalizzare una tragedia come quella di ieri per tirare in ballo il solito discorso del declino dell’informazione italiana, però datemi retta: quando capitano cose del genere, se potete seguite altro. Se pure Rai News, Repubblica, Mentana o Berlinguer non sono distinguibili dalla Bild, non c’è speranza.

#Brexit, o dei nostri fallimenti

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Ian Bremmer, esperto di politica internazionale e autore di numerosi volumi sul tema, venerdì mattina ha pubblicato sul suo profilo Facebook due immagini, due screenshot presi da ITV.

Si tratta delle word cloud dei post sui social network a supporto di Leave e Remain, e secondo me aiutano parecchio a capire. Non tanto il come e il perché della Brexit – per quello ci vogliono analisi lunghe, complesse e strutturate – quanto piuttosto come si è costruita la comunicazione diffusa su questo voto, come ha giocato la propaganda, come ha funzionato da una parte e come ha fallito dall’altra.

Questa la word cloud dei post a sostegno del Leave:

Leave

A pensarci, niente di particolarmente nuovo: fin dall’inizio la campagna dei Leavers si è mossa aggressivamente sul tema del controllo dell’immigrazione, sugli “stranieri  che vengono a rubarci il lavoro e a vivere di benefit“, e sull’ondata di paura e preoccupazione che la crisi dei migranti ha suscitato più o meno ovunque in Europa. Semplificando molto, si potrebbe dire che chi ha votato Leave voleva tornare “padrone a casa propria” (We want our country back), riprendendosi le chiavi del portone da qualche fantomatico burocrate di Bruxelles che se l’era intascate.

Molto più interessante, e rivelatrice, è invece la word cloud dei post a sostegno del Remain:

Remain

Ecco, secondo me è qui, in quel gigantesco economy che campeggia al centro, che possiamo capire due cose che sono il cuore del problema.

La prima, è che evidentemente non siamo riusciti a spiegare a sufficienza come la questione dell’unione economica – di valuta, per prima cosa, e poi di tutto quel che ne consegue: di politica fiscale, di politiche del lavoro eccetera – sia per forza il primo passo, quello decisivo, quello da cui partire. Gli accordi da cui poi è derivata l’UE erano in primo luogo commerciali proprio perché, storicamente, c’è una forza che si è dimostrata più forte ed efficace di altre nell’avvicinare comunità diverse e nello scongiurare la degenerazione violenta dei conflitti, ed è il mercato. Creare un mercato comune, in cui persone e beni possano circolare liberamente, significa ampliare sempre di più la concorrenza e la sua spinta progressista, perché non ci son santi: funziona così, ne abbiamo le prove. I mercati aperti, che ovviamente non vuol dire senza alcuna regola né totalmente slegati dal contesto sociale perché questo – nonostante quello che ripetono in molti – non l’ha mai detto nessuno, sono meglio di quelli chiusi, punto.

Tutto questo, però, non l’abbiamo spiegato, o l’abbiamo spiegato male, o non abbastanza. E così, quando si sente parlare di “economia” si storce il naso e si prova un’istintiva diffidenza, come fosse una roba brutta.

Ma c’è un’altra cosa che questa word cloud ci rivela. Ci mostra, impietosamente, un altro fallimento: non siamo stati capaci di raccontare quanto altro c’è, nell’Unione Europea.

Non siamo stati capaci di spiegare come Unione Europea vuol dire che se voglio andare a vivere in Francia o in Olanda, posso; che quando sono lì, ho dei diritti che altrimenti non avrei; che i miei titoli di studio e le mie qualifiche lavorative verranno riconosciuti; che se sto male, posso farmi curare lì; che non finirò sulla linea del fronte di una guerra; che posso votare alle elezioni locali – e  che pure se odio chi è diverso da me, queste cose valgono anche per me e per i miei figli.

Che tanta strada è ancora da fare, insomma, ma l’obiettivo è quello, una cittadinanza europea pienamente compiuta, pienamente realizzata.

Io non lo so se le cose sarebbero andate diversamente se tutto questo l’avessimo spiegato bene e in maniera efficace; fose ha ragione Luca Sofri, quando dice che “non si può sconfiggere la sospensione della ragione e della logica con strumenti di ragione e logica“.

Ma so che, oltre a un ceffone tremendo, Brexit ci lascia anche con del lavoro da fare: impegnarsi perché l’Europa diventi una cosa sempre più bella, buona e giusta, perché migliori ma ricordando bene che senza è peggio, per tutti. E così, magari, la prossima volta – se mai ce ne sarà una – la word cloud del Remain avrà altre parole grandi come economy: rights, lì in alto, o future più in basso al centro.

E magari, in primo piano e bello grosso, opportunity.

 

Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo