Andare al Family Day

FD

Come detto, sabato 23 questo blog, nella persona del suo tenutario, era in piazza per partecipare a #SvegliatItalia.

Anche qui a Francoforte, alla fine, la manifestazione – pur organizzata in poche ore – è andata decisamente bene: più o meno una cinquantina di persona, rappresentanti di istituzioni e associazioni, una famiglia arcobaleno, e tante sveglie da far suonare insieme per svegliare la politica italiana sul tema delle unioni civili. Considerato che era Francoforte, un bel risultato.

Questo sabato, invece, è previsto il Family Day, la manifestazione contro il DDL Cirinnà e in difesa della famiglia tradizionale.

Ecco. Io, fossi a Roma, sapete che farei?

Io al Family Day ci andrei.

Anzi, secondo me sarebbe una bella cosa se tanti, ma tanti eh, magari tutti quelli che erano in piazza il 23 ci andassero – in particolare, tutti quelli che fanno parte di una famiglia “non tradizionale”.

Perché si tratta di fare una cosa: togliere la bandierina che la piazza del 30 vuole mettere sulla famiglia, sottrargli quegli autoconferiti galloni di “rappresentanti di ciò che davvero è la famiglia” – in una parola, non lasciare che si possano semanticamente appropriare del termine. E fare questo significa andare lì e dirgli: “Ah, bello, questo è un Family Day, un giorno per celebrare la famiglia? Bene, ecco, questa è la mia, dunque questa è anche la mia festa”. Attenzione: non “solo la mia festa, non la tua”, ma “anche la mia”. C’è una bella differenza.

Certo, col rischio di essere strumentalizzati dagli organizzatori. Certo col rischio di passare per “provocatori”.

Ma, in questo momento, è troppo importante chiarire due cose.

Uno, che “difesa della famiglia tradizionale” è una minchiata, perché nessuno la sta attaccando.

Due, che io posso pensare quello che voglio della famiglia, che sia una roba bella o che sia una roba brutta, che sia solo quella composta da papà-mamma-figli o che invece lo sia anche quella di una coppia omosessuale, ma se è un diritto giuridicamente riconosciuto potersene costruire una, quello che penso io non conta una mazza. Una mazza. C’è un motivo razionale, argomentativamente fondato per cui a una coppia omosessuale non debba essere concesso lo statuto giuridico di famiglia, con le prerogative che ne conseguono? Perché se non c’è, di che stiamo ancora a parlare?

Insomma, secondo me si tratta di andare lì e spiegare che, come suggerisce Luca Sofri, se proprio vogliamo dare l’esclusiva, il Family Day era quello di sabato scorso.

Sull’ideologia gender, ancora

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Il genere è la stilizzazione ripetuta del corpo, una serie di atti ripetuti in una cornice assai rigida di regolamentazione che si fissa nel tempo per produrre l’apparenza di una sostanza, di un certo essere naturale. Una genealogia politica delle ontologie di genere, per avere successo, dovrà decostruire l’apparenza sostanziale del genere per arrivare ai suoi atti costitutivi e localizzare e dare conto delle diverse forze che presidiano l’apparenza sociale del genere. Il compito di svelare gli atti contingenti che creano l’apparenza di una necessità naturalistica, un gesto che è stato parte della critica culturale, almeno a partire da Marx, ora si accompagna al peso di dover mostrare come la stessa nozione di soggetto, intelligibile soltanto attraverso la propria apparenza connotata dal punto di vista del genere, apre a possibilità che sono state escluse forzosamente dalle diverse reificazioni del genere costituitesi in ontologie contingenti. […] Questo testo continua, dunque, come un tentativo di analizzare la possibilità di sovversione e dislocazione delle nozioni reificate e naturalizzate del genere, alla base dell’egemonia al maschile e del potere eterosessista, per fare del genere una questione, un problema, non attraverso quelle strategie che prefigurano un oltre utopico, ma attraverso la mobilitazione, la confusione sovversiva e la proliferazione proprio di quelle categorie costitutive che cercano di tenere il genere al suo posto, mimando le illusioni fondative dell’identità.

(Judith Butler, Questione di genere)

Ecco, il fatto è che quelli del Family Day, dell’ideologia gender eccetera eccetera, non è che questi libri non li hanno letti. È che li han letti, ma secondo me non li hanno capiti.

L’ideologia dell’ideologia gender

Gender

Negli ultimi tempi, con cadenza abbastanza regolare, le famiglie italiane si son ritrovate ignare ed indifese a doversi scontrare con ciò che, a quanto pare, rappresenta la vera peste concettuale del ventunesimo secolo, nuova incarnazione subdola e strisciante dell’imperante conformismo da “pensiero unico”: l’ideologia gender.

Prima Conchita Wurst a Sanremo, poi tutto il casino del gioco del rispetto nella scuola di Trieste, infine l’affaire D&G vs Elton John hanno svelato a padri e madri sparsi per la penisola l’orrenda verità: c’è in giro un’ideologia che vuole “de-strutturare la famiglia“, fare “violenza contro la natura umana, contro la propria natura” ribaltando artificialmente quella normalità che è invece iscritta nel nostro corpo, propagandando “stili di vita” alternativi che cancellano le differenze, altro che uguaglianza. E quel che è peggio: questa ideologia è ormai dappertutto, pensiero unico dominante, in agguato soprattutto nelle scuole dove allunga le sue adunche mani adorne di paillettes sui nostri figli. Parafrasando Elio, siamo circondati da un cartello di ricchioni.

Ora, chi si sia occupato anche solo un quarto d’ora di questioni di genere sa che questa roba qua non esiste. Semplicemente, non esiste.

Esiste il genere, che è una cosa diversa, che non ha a molto che fare con l’identità sessuale perché è essenzialmente un costrutto sociale, e riguarda i ruoli e l’immaginario molto più che i genitali o i cromosomi. Una cosa è l’identità sessuale, un’altra l’identità di genere, e basta informarsi un po’ di più per comprendere la differenza.

Se l’ideologia gender non esiste, esiste però l’ideologia dell’ideologia gender: lo stravolgimento, cioè, di termini e concetti che significano un’altra cosa, per inserirli in un contesto “narrativo” coerente, fluido, e tendenzialmente spaventoso, contro cui è piuttosto facile argomentare e vincere dialetticamente. Definizione quasi da manuale di “uomo di paglia“. Un po’ come successe con “relativismo” e “nichilismo” ai tempi di Benedetto XVI: quei due termini non vogliono dire quelle cose lì, ma Ratzinger se li prese, li rivoltò e sostanzialmente creò un nuovo paradigma semantico, tanto che – ancora oggi – l’uso divenuto corrente nel dibattito pubblico, purtroppo, è il suo.

Ratzinger ci è riuscito, probabilmente, perché quello spazio di significato era rimasto sguarnito, chi avrebbe dovuto difenderlo e custodirlo – i filosofi? i sociologi? un genericissimo “gli intellettuali”? – non ha mantenuto la posizione, non ha piantato la bandierina, e adesso riprendersi il maltolto è difficilissimo.

Tocca allora a chi si occupa di genere, ma sul serio, spendersi per evitare che uno scenario simile si ripeta. Per evitare, insomma, che il discorso sul genere lo imposti gente così.

Il corpo di Lara Croft

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“Questo mese è stato terribile, in ogni senso concepibile della parola.”
C’è una miriade di motivi per cui questa affermazione può essere considerata del tutto legittima, migliaia di contesti e di situazioni, ma let me stop you right there: stiamo parlando di videogiochi.
Nelle ultime settimane, infatti, è esploso il bubbone del sessismo latente (che poi latente mica tanto) nel mondo dell’intrattenimento digitale. Non che fosse la prima volta, anzi. Il tema è discusso e dibattuto da anni, ma la concentrazione di alcuni eventi in pochi giorni ha generato una specie di tempesta perfetta che ha scosso tutto l’ambiente in un modo mai visto prima.
Per cominciare, la storia di Zoë Quinn, game designer in particolare di un gioco che si chiama Depression Quest e ruota intorno a una persona che soffre di depressione. Per approfondire, leggetevi l’articolo linkato in apertura, ma per sommi capi: il suo ex compagno, Eron Gjoni, ha pubblicato una serie di post in cui la accusava di averlo ripetutamente tradito durante la loro relazione, e – piccolo particolare – che una di queste tresche fosse con Nathan Grayson, redattore di Kotaku (non conoscete Kotaku?) che aveva accennato al gioco in qualche articolo. Gjoni ha poi parzialmente ritrattato quanto scritto, molti hanno evidenziato che Grayson non aveva mai direttamente scritto sul gioco né lo aveva recensito, ma la bomba non si poteva più fermare e le minacce e gli attacchi che Quinn aveva già subito in passato sono ripresi con rinnovato slancio, nuovo vigore e un’inaudita pesantezza – concentrandosi tra l’altro, grande classico quando si parla di donne, sulla “morigeratezza” dei costumi sessuali di Quinn, e dipingendola come una che si porta a letto giornalisti e recensori perché parlino bene delle sue creazioni.
Poi, è uscito un nuovo video della serie Tropes vs Women in Video Games, ideata da Anita Sarkeesian.
Anita Sarkeesian è la creatrice di Feminist Frequency, un sito che si occupa di analizzare i dispositivi retorici e narrativi più comunemente usati per raffigurare le donne nei prodotti culturali pop. Dopo una fortunatissima campagna su Kickstarter per finanziare una serie di corti sulla rappresentazione di genere nei videogiochi (per dare un’idea di quanto fortunatissima: l’obiettivo iniziale, 6.000 dollari, è stato raggiunto nelle prime 24 ore, e alla fine la somma totale ha superato i 150.000), Sarkeesian ha pubblicato il primo video, dedicato al paradigma narrativo della “damigella in pericolo”, a marzo 2013.
Già durante la campagna di raccolta fondi era partita nei suoi confronti una parallela campagna d’odio (chi di noi non ama ricevere, per dirne una, disegnini con Super Mario che ci stupra?), ma dopo l’uscita del primo video la cosa ha raggiunto altri livelli, in un florilegio che include anche minacce di morte piuttosto credibili. Uno scenario che si ripete ad ogni nuovo video, e ovviamente anche dopo la pubblicazione dell’ultimo, nelle scorse settimane.
Infine, in occasione della Game Developers Conference Europe 2014, che si è svolta ad agosto a Colonia, molti giornali hanno rilanciato il dato forse più interessante contenuto nell’ultimo report annuale sull’industria dei videogiochi pubblicato dalla ESA: in termini demografici, la “gaming population” negli Stati Uniti è ormai divisa al 50% fra uomini e donne, e – soprattutto – le femmine sopra i 18 anni ne rappresentano il 36%, i maschi sotto i 18 anni solo il 17%, in uno spettacolare ribaltamento di un diffusissimo stereotipo.

La concentrazione in pochi giorni di questi tre eventi, e la coda di sviluppi che si son portati dietro, ha reso piuttosto evidente come quello dei videogiochi sia probabilmente il settore in cui, oggi, il sessismo si trova ancora più a suo agio. Perché non solo può essere osservato in forme quasi pure, cristalline, ma soprattutto è diffuso in maniera più o meno pervasiva su tutti i livelli principali che ne costituiscono la struttura: produzione, rappresentazione, consumo.
Vediamo un po’ più in dettaglio.

1) Produzione
Avete mai provato ad essere una donna e a lavorare nel settore dell’intrattenimento digitale?
Se sì, può essere che siate parte di quel 60% che ha subito almeno una volta episodi di sessismo – cioè discriminazioni o disagi dovuti alla propria appartenenza di genere – sia apertamente che in forma più subdola (avete presente quando uno dei produttori è contento che tu sia stata inclusa nel team di sviluppo per un MMO perché “così non sarà solo combattimenti e robe simili”?). In più, per ogni dollaro guadagnato dai vostri colleghi uomini, voi prendete solo 86 centesimi – anche se va detto che, rispetto al dato complessivo per gli Stati Uniti (77 centesimi), state messe un po’ meglio.
Una lettura istruttiva, in ogni caso, è la serie di tweet della campagna #1reasonwhy, lanciata nel 2012 per mostrare dall’interno la mole impressionante di sessismo quotidiano che subiscono le donne nel settore. Lo scenario è pazzesco, fidatevi.

2) Rappresentazione
I video di Anita Sarkeesian mostrano in maniera piuttosto efficace il numero, abbastanza limitato in verità, di paradigmi utilizzati per raffigurare i personaggi femminili all’interno dei videogiochi, sia in senso narrativo che dal punto di vista visivo. I modelli di riferimento pescano sempre nello stesso bacino di immaginario, con una ripetitività che, più che all’archetipo narrativo, fa pensare a una certa pigrizia dei creativi. La polemica che ha di recente coinvolto Ubisoft, la casa produttrice di Assassin’s Creed, per aver declinato l’idea di sviluppare un personaggio giocabile donna per le prossime uscite della serie sulla base che, più o meno citando, “disegnare un personaggio femminile richiede troppi soldi e troppo tempo”, rafforza il punto: non è che ci rifacciamo a modelli narrativi archetipici, non è che giochiamo con l’idea senza tempo dell’ “eroe”, è che siamo pigri e basta. E anche poco lungimiranti, se consideriamo che sono sempre di più i giocatori (maschi) che scelgono di utilizzare, quando possibile, personaggi femminili.

3) Consumo
Un paio di anni fa, Capcom ha realizzato Cross Assault, una specie di reality show della durata di una settimana, in cui si scontravano dieci giocatori di Street Fighter e di Tekken per un montepremi di 25.000 dollari. Se avete giocato almeno una volta nella vostra vita a un picchiaduro, sapete che è facile farsi trascinare e trascendere un pelino quando schiacci i pulsanti ma non riesci a fare le combo che vorresti e l’avversario ti riempie di mazzate; ma la cosa ha raggiunto un livello decisamente diverso quando, in una discussione sul trash-talk che spesso accompagna questi giochi, si è inserito Aris Bakhtanians, uno dei coach del team Tekken, per spiegare che “la molestia sessuale è parte integrante della comunità dei giochi picchiaduro”, che sono “una cosa sola”, e che cercare di sradicare questa forma di sessismo sarebbe “eticamente sbagliato” perché vorrebbe dire trasformare quella comunità in qualcosa che non è.
Ora, chiaramente è solo un esempio, che riguarda una posizione (minoritaria, comunque) su un tipo di giochi, ma la cosa a me pare indicativa di un fatto: che la comunità dei giocatori tende ancora a pensarsi come un insieme chiuso, in cui si può entrare “solo se si è degni” (qualunque declinazione si dia a questa particolare dignità da acquisire sul campo), e che spesso finisce con l’autorappresentarsi attraverso stilizzazioni e stereotipi. Un interessante sondaggio mostra come l’80% delle giocatrici abbia subito molestie, e come moltissime donne tendano a nascondere comunque la propria identità per non incorrere in fenomeni di questo tipo. Anche in questo caso: lo scenario è pazzesco, fidatevi.

Ora, la domanda che ci si potrebbe fare è: ma sono solo videogiochi, è davvero così importante?
Beh, sì, in primo luogo perché combattere il sessismo e la discriminazione di genere è, semplicemente, giusto. Ed è giusto – senza diventare talebani, ovviamente – decostruire il “femminile” nei/dei videogiochi, anche solo per capirne di più.
Ma c’è un altro motivo, a cui forse non pensiamo abbastanza quando parliamo di cultura e immaginario pop. Ed è che in termini di numeri, di tempo, e di soldi, quella dei videogiochi è oggi l’industria di intrattenimento culturale per definizione. L’industria dei videogiochi negli Stati Uniti ha un giro d’affari di 20 miliardi di dollari all’anno, più di film, musica e quello che volete messi insieme. Quando è uscito, a fine 2011, Call of Duty: Modern Warfare 3 ha disintegrato ogni record di vendita per qualunque cosa possiate immaginare, incassando 775 milioni di dollari in neanche una settimana; e l’ultimo GTA ha venduto, in pochi mesi, qualcosa come 32 milioni e mezzo di copie. E non si tratta neanche dei giochi più venduti in totale.
I videogiochi, insomma, sono ormai una parte integrante, fondamentale, e soprattutto in procinto di diventare dominante del nostro immaginario culturale, del nostro orizzonte pop; e i gamer (nonostante alcuni goffi tentativi) non sono più una comunità di nerd ristretta e impermeabile, gamer (o meglio: player) sono – siamo – più o meno tutti. Tutti abbiamo idea di chi sia Super Mario, sul tram facciamo una partita a Ruzzle, abbiamo visto un cartellone di GTAV e abbiamo pensato “ammazza, con questi videogiochi stanno proprio facendo le cose in grande eh”, senza pensare che ormai non sono più i videogiochi a ispirarsi ai film, ma sono i film a usare tecniche e metodi dei videogiochi.
Un bel pezzo del mondo culturale in cui viviamo è fatto di pixel, codici e pulsanti da premere su un gamepad, che ce ne rendiamo conto o no; è anche per questo allora che se lì dentro c’è un problema, e quello del sessismo nei videogiochi è un problema bello grosso, tocca mettersi d’impegno e cercare di risolverlo.

Cose da 8 marzo

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I report sul pay gap e il soffitto di cristallo.

“Auguri a tutte le donne, che sono molto meglio di noi maschietti!”

Rosie the Riveter.

Spogliarellisti con addominali luccicanti.

“C’è bisogno di un nuovo femminismo?”

Le quote rosa, tra pari opportunità e meritocrazia.

Fiorella Mannoia.

I danni di Fiorella Mannoia.

“Le donne sono le prime nemiche delle donne.”

Il postfeminism, Bridget Jones, Carrie Bradshaw e i modelli che da emancipatori diventano stereotipo 2.0 – l’avanguardia che a un certo punto diventa retroguardia.

SNOQ e le donne perbene, perché non è vero che siamo moralisti, no no. Sono loro che sono Olgettine.

“Che ipocrisia questa festa dell’8 marzo. La festa delle donne dovrebbe essere tutti i giorni!”

Le meravigliose avventure di Paolo Barnard e il loro ammirevole tempismo.

Parlare di Simone de Beauvoir così, un tanto al chilo.

Gli uomini che dicono “Non mi vergogno di fare il mammo”, e noi che facciamo “oooohhhh” e non ci accorgiamo che è una cosa oscena.

Il congedo parentale obbligatorio.

Rileggersi alcune cose di Judith Butler, e pensare che quando dice che bisogna “disfare il genere” (Undoing Gender, raccolta di saggi del 2004) probabilmente ha ragione lei.

La libertà del corpo delle donne

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Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista

Avete salutato con favore il tentativo di decostruire criticamente il modello del femminile proposto in maniera quasi totalitaria nella tivù italiana, ma quando avete letto “burqa di carne” avete dovuto rileggere per essere sicuri di aver capito bene? E poi, una volta appurato che avevate capito bene, vi è venuta una gran voglia di chiudere il libro che avevate in mano?

L’entusiasmo delle manifestazioni delle donne nelle piazze italiane vi stava contagiando, ma quando avete iniziato a subodorare l’emergere della contrapposizione “donne perbene/donne permale” vi siete sentiti delusi, e in un certo modo anche traditi?

Pensavate che finalmente si potesse iniziare a discutere di istanze rivendicative sul piano dei diritti, e di pratiche efficaci nelle strutture sociali e nelle istituzioni, e invece avete assistito alla stanca riproposizione di un cliché moralisteggiante?

Bene, allora questo è il libro che fa per voi. Anche solo per le reazioni, francamente allarmanti, che suscitò quando fu pubblicato.

Foucault a Lipsia

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Probabilmente, se seguite un po’ le questioni di genere, vi sarà caduto l’occhio su questo articolo di Repubblica: all’Università di Lipsia, a quanto pare, si è scelto di usare il femminile dei titoli per tutti i docenti e i ricercatori – anche i maschi, che dovranno quindi abituarsi a sentirsi chiamare “Herr Professorin”. Reazioni ce ne sono state già parecchie – è una provocazione astuta e intelligente, no è giusto una baggianata, serve, non serve a niente – senza dimenticare la straordinaria chiusa dell’articolo di Repubblica, che pur tra qualche sorrisetto divertito non esita: “indubbiamente è mille volte meglio di femminicidio e discriminazioni sessiste così diffuse altrove”, una cosa che in quanto ad attinenza, senso delle proporzioni e legittimità del paragone nulla ha da invidiare a una colossale stronzata. Ma si tratta pur sempre del buon Andrea Tarquini, autore di perle come quella meritoriamente passata al setaccio da Matteo Bordone, quindi certe cose uno un po’ se le aspetta, diciamo.

La storia in realtà è piuttosto interessante, secondo me, e per un paio di motivi.

In primo luogo, beh, l’inversione di una gerarchia simbolica – soprattutto quando è legata ad una struttura di dominio, cioè quasi sempre – è di solito una buona notizia, no? Alla fine, tutte quelle robe di cui discutiamo da quarant’anni, differenza, decostruzione eccetera, stringi stringi hanno soprattutto questo come obiettivo: rovesciare i rapporti fra i concetti che si cristallizzano in rapporti culturali, sociali, politici.

Poi, la tempistica: pur provenendo dalla Germania, una notizia come questa ha naturalmente un impatto molto forte in Italia, in un momento in cui la sensibilità pubblica riguardo ai temi della discriminazione di genere e soprattutto della violenza sulle donne è particolarmente acuta. E leggere di azioni simboliche di questo tipo, per di più, inevitabilmente ti porta a pensare (con un artificio retorico ben esemplificato dalla chiusa dell’articolo) “Eh, però lì sono evoluti, da noi, quando mai” – mentre se uno va a leggersi i dati, ci sono differenze di ranking enormi, ma anche in Germania il gap di genere non è che sia proprio poca cosa.

L’aspetto più interessante però, secondo me, ha più a che fare con ciò che questa iniziativa ci dice sul rapporto che, un po’ candidamente, pensiamo esista fra individui, pratiche e contesti sociali. O meglio, sulla semplicità con cui ci rappresentiamo questo rapporto che invece semplice proprio non è.

Dietro l’osservazione, piuttosto banale in verità, che ben altro servirebbe per raggiungere la parità di genere, che aggiungere una desinenza a dei titoli accademici, si nasconde infatti un’immagine un po’ ingenua dell’influenza che le strutture e le pratiche sociali hanno sugli individui, tesa fra due estremi metodologici entrambi poco realistici: da un lato, l’idea che noi si possa, semplicemente attivando un comportamento che si gioca nella sfera del simbolico, provocare automaticamente un mutamento strutturale nel contesto sociale e politico in cui ci troviamo; dall’altro, l’idea che questo contesto si rifletta direttamente in noi, che ne saremmo attraversati e formati praticamente senza alcuna mediazione. Insomma, da una parte una visione riduzionista della società, dall’altra una visione riduzionista dell’individuo. Come se si pensasse che gli attori sociali venissero definiti dai processi sociali senza alcun intervento attivo da parte loro, senza alcuna dinamica interpretativa, sostanzialmente senza identità; ma che, praticamente all’opposto, questi stessi attori sociali potessero trasformare radicalmente il mondo in cui si trovano con una parola, quasi ne fossero i dominatori assoluti e incontrastati, senza trovare alcuna resistenza nella cosa in sé, diciamo.

Ecco, a leggere questo articolo mi sono venuti in mente prima Foucault, e la sua idea che in realtà i soggetti propriamente non esistano, e siano solo i punti di incrocio di flussi di potere, e poi una specie di antiFoucault, un costruttivista estremo convinto che la società non sia altro che la derivazione diretta dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni. E la parità di genere, a pensarci, forse avrebbe bisogno di altro.

In conclusione, come dire: l’iniziativa è simpatica, sicuramente una provocazione, certo allude a un problema reale e grave e chiaramente chi l’ha proposta è perfettamente consapevole che servirebbe ben altro; il rischio, però, è che venga mediatizzata in modo tale da farne un nuovo, ennesimo specchietto per le allodole dietro il quale sentirci a posto con la coscienza. Perché ok che io sono maschio, ma secondo me la stragrande maggioranza delle donne, in accademia e non solo, preferirebbe che fosse garantita la possibilità anche a loro di arrivare a certe posizioni, indipendentemente dal titolo che queste si portano dietro.