Quinta colonna del capitale


Enrico Donaggio (a cura di), C’è ben altro. Criticare il capitalismo oggi

Momento di shameless self-promotion.
Questo è un libro scritto da un gruppo di giovani studiosi, bravi e simpatici, con cui non è che sono proprio d’accordo, epperò uno dei capitoli l’ho fatto io. Una cosa su lavoro, capitale e genere, con dentro un po’ di sociologi francesi, Bourdieu e – anche se solo in nota, ma dovevo farlo – Pietro Ichino.
Se vi va dategli un’occhiata, secondo me può essere interessante. Il libro, intendo, non (solo) il mio pezzo.
E poi volete mettere, ai regali di Natale non si pensa mai troppo presto, e questo sotto l’albero fa la sua porchissima figura.

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Matteo Renzi, primo e secondo tempo

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David Allegranti, The Boy. Matteo Renzi e il cambiamento dell’Italia

David Allegranti è, con ogni probabilità, il giornalista italiano che più ne sa di Renzi e di renzismo, avendo seguito le vicende del rottamatore fin dall’inizio, da quel fatale 2009 delle primarie fiorentine.

E a Renzi ha dedicato due libri, uno nel 2011 e questo The Boy, uscito da poco, che secondo me può essere una buona idea leggere in sequenza, uno dietro l’altro. Perché presi insieme offrono un’ottima ricostruzione dell’oggetto Matteo Renzi, tracciando con precisione i momenti cruciali della sua ascesa e insieme individuandone acutamente i tratti, le qualità, gli stilemi caratteristici.

Il primo libro, infatti, era essenzialmente una cronaca: c’era una gran storia che si stava dipanando sotto i nostri occhi – un giovane presidente di provincia che si inventa il tema della “rottamazione” per sfidare la classe dirigente del partito, piace alla gente, si candida e vince – e si trattava dunque di raccontarla in diretta, come un lungo articolo di giornale, un lungo reportage. Un reportage al cui centro è ovviamente lui, Renzi, ma circondato da personaggi secondari funzionali alla cronaca: dai politici locali che l’hanno preso e portato in politica, non sospettando certo di venirne un giorno travolti, ai giornalisti che per primi si sono accostati alla storia, fino alla rete di relazioni che la giovane promessa rignanese ha sapientemente intessuto negli anni, e che gli ha garantito sostanza e trasversalità.

The Boy, invece, esce nel 2014: Renzi si è preso il PD e Palazzo Chigi, ormai non si può più parlare di “ascesa”, è diventato un perno strutturale della politica italiana e ne sta ridefinendo il linguaggio, quindi il cronista deve lasciar spazio allo sguardo più distaccato, più panoramico del fenomenologo. E questo è The Boy: una fenomenologia di Renzi e del renzismo a pochi anni dalla sua esplosione, smontarne i pezzi con metodo, analizzarli e ricomporli in un insieme teoricamente coerente.

Ad avere il gusto del paradosso, si potrebbe sostenere che al centro di questo libro non c’è Matteo Renzi, ma “Matteo Renzi”: tutti quegli ingredienti, cioè, che disegnano il profilo del Renzi amministratore locale, rottamatore della vecchia classe dirigente, leader di partito, capo di governo. E allora, più che i giornalisti, i referenti diventano i politologi, da cui attingere le categorie teoriche necessarie per orientarsi; più che la rete di contatti negli “ambienti che contano”, diventano importanti i ruoli che questi contatti svolgono nella costruzione del leader – potremmo dire i “personaggi” più che le “persone”. Più che la storia di Renzi, l’idea, il concetto Renzi.

All’inizio del libro, nella Premessa, Allegranti indica uno dei suoi obiettivi, quello di “spiacere a renziani e antirenziani, senza alcuna pretesa di verità”.

Ora, io sono renziano, come forse si sa (anche se, per diverse cose, all’interno del PD sono “minoranza della maggioranza”). The Boy, però, non mi è spiaciuto, anzi: mi ha invece fornito ottimi argomenti da usare nelle discussioni sia con antirenziani a prescindere, perché comunque il rottamatore ha stoffa e sostanza politica da vendere, che con renziani integralisti, per mostrare (dati e aneddoti alla mano) che #cambiaverso è anche, e soprattutto, un efficace slogan – il che, ovviamente, non è un male: l’importante è saperlo, e tenerlo a mente.

Soprattutto, però, mi ha fatto pensare che quando, fra un po’ di tempo, avremo voglia di ricordare questi anni, queste fasi della politica, è anche da qui che dovremo passare, da Allegranti e dai suoi libri. Per trovarci il racconto e l’analisi, la cronaca e il commento tecnico. Un po’ come per le partite di calcio, solo fatto infinitamente meglio.

A pensar male

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Massimo Teodori, con Massimo Bordin, Complotto! Come i politici ci ingannano

C’è una cattiva abitudine che è diventata tratto caratteristico di ampie porzioni del dibattito pubblico italiano, e che può essere riassunta con una variazione sul tema del celebre motto di Marx: da noi, la storia tende a presentarsi la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, e dalla terza in poi come accorato appello contro sempre nuove incarnazioni della P2.

La vicenda della loggia di Licio Gelli, e delle tribute band successive, occupa meritatamente un posto centrale nel libro di Teodori e Bordin, proprio perché la sua ascesa nell’Olimpo della mitologia italica rappresenta un po’ l’archetipo del modus operandi complottista: si prendono fatti realmente accaduti, elementi autentici emersi nelle cronache e nelle inchieste, e li si collega con arabeschi di concatenazioni fantasiose – che fungono da lievito per un impasto in cui vero e falso, accertato e ipotetico, realistico e infondato diventano alla fine, una volta fuori dal forno, indistinguibili.

E come in tutte le ricette che si rispettino, anche in quelle preparate nella cucina del complottismo il prodotto finale è molto più della semplice somma degli ingredienti: avevamo ordinato dal menu qualche suggerimento su alcune faccende poco chiare, ma il cuoco ci ha servito sul piatto un gigantesco sformato di grandi vecchi, burattinai che dietro le quinte tirano le fila, trilaterali segrete e Nuovi Ordini Mondiali. Tutti elementi che, durante la cottura, si sono trasformati in spezie metaforiche, da utilizzare a piacere senza alcuna considerazione per la rilevanza, l’appropriatezza, il gusto.

Leggendo, però, e immaginando possibili repliche di chi a queste cose ci crede davvero, mi veniva in mente un’altra forma di complottismo, forse più dialettica che metodologica, e che ha dimostrato di poter sopravvivere benissimo anche senza il companatico di scie chimiche, HAARP, rettiliani e via dicendo: quella forma di complottismo, cioè, per cui la buona fede dell’interlocutore che si trova su una posizione opposta è per principio esclusa. Quando si nega che esistano le scie chimiche, ad esempio, è automatico finire nelle liste di coloro che, senza dubbio, sono al soldo dei poteri occulti che irrorano i cieli, altrimenti tanta cecità davanti all’evidenza non si spiega.

Come detto, tuttavia, non occorre spingersi così in là con la fantasia per trovare questo complottismo dialettico all’opera: è sufficiente rivolgere lo sguardo in casa nostra, e al nostro recente passato, per assaggiarne una gustosa forchettata.

Vi ricordate quelli che votavano Berlusconi?

E vi ricordate qual era, specularmente, la reazione standard nel popolo della sinistra?

Esatto: se voti Berlusconi vuol dire che probabilmente sei un evasore, un ladro, comunque un ignorante, forse addirittura un mafioso. Uno stupido se va bene, un malvagio delinquente se invece no. Che qualcuno potesse sostenere Berlusconi in buona fede era per definizione impossibile: poter ritenere il suo programma valido, condividere alcune delle sue priorità politiche, anche solo vedere in lui il minore dei mali, erano tutte ipotesi non contemplate.

Atteggiamento che poi, ovviamente, si è rivelato non essere prerogativa di un unico schieramento (vi ricordate come bisognava essere, per votare Prodi nel 2006?), e che non pare avere alcuna intenzione di sloggiare, a giudicare dall’entrata in scena dei grillini – che di questo complottismo dialettico sono diventati motore principale (per cui qualunque obiezione alle tesi del MoVimento è “casta” a libro paga dei poteri forti) e al contempo vittime ideali (per cui se voti 5Stelle sei sicuramente un disadattato ignorante).

Una specie di andreottismo sottotraccia, quel pensar male con cui magari si farà peccato, ma ci si azzecca quasi sempre, che abbiamo elevato a metodo investigativo principe, a tecnica dello svelamento delle Verità Scomode, attribuendogli a torto la qualifica di pensiero critico.

Mentre a pensar male, invece, di solito si pensa male, e basta.

In difesa delle macchine

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Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro

Questo articolo di Enrico Franceschini, a dire la verità, mi ha fatto venire un po’ voglia di prendere in mano il libro di Brynjolfsson e McAfee citato.

Avendo però già avuto modo di leggere, e con crescente entusiasmo, il libro di Enrico Moretti sulla nuova geografia del lavoro, temo che la scena finirebbe con me che lo scaglio lontanissimo con un certo sadico piacere.

Perché il libro di Moretti sembra proprio l’antidoto perfetto a quella specie di nostalgia neoluddista che, almeno a quanto ne dice Franceschini, sembra farsi strada fra le pagine dei due economisti americani.

Citando Franceschini: “E’ stata questa svolta tecnologica a infliggere un colpo senza precedenti alle masse, afferma il loro studio. La gente ha sempre temuto che nuove tecnologie rendessero obsoleto il lavoro umano e riducessero l’occupazione, ma fino ad ora era sempre avvenuto il contrario: la rivoluzione commerciale del ‘700 e quella industriale dell’800 hanno creato più lavoro, non meno, e diffuso più benessere. Ma la rivoluzione digitale è differente. Con essa i posti di lavoro diminuiscono, anziché aumentare.”

Se c’è una cosa che però il libro di Moretti mostra con grande efficacia, è che le dinamiche occupazionali legate all’innovazione sono molto meno univoche – e anzi assai più incoraggianti, seppur su una base “geograficamente” definita. E lo fa analizzando l’effetto moltiplicatore che il settore dell’innovazione genera nello “spazio” intorno ad esso: “per ogni nuovo posto di lavoro ad alto contenuto tecnologico creatosi in una città vengono a prodursi cinque nuovi posti, frutto indiretto del settore hi-tech di quella città; e si tratta sia di occupazioni professionalmente qualificate (avvocati, insegnanti, infermieri) sia di occupazioni non qualificate (camerieri, parrucchieri, carpentieri).”

Un alto tasso di tecnologia e di innovazione, cioè, non influisce solo, come ovvio, nel mercato del lavoro “di settore”, ma ha ricadute positive anche al di fuori, andando a beneficio dell’intera comunità locale coinvolta. Perché, per l’appunto, in una città dove sono presenti aziende hi-tech verranno a stabilirsi ingegneri elettronici, tecnici, ricercatori, figure altamente qualificate che ricevono stipendi tendenzialmente alti; dunque aumenterà il bisogno di servizi al cliente, sia a livello base (i camerieri, i barbieri), sia a livello più ricercato, diciamo così, perché stipendi più alti vogliono anche dire uno stile di vita più elevato; dunque aumenteranno anche le retribuzioni medie per queste figure professionali meno qualificate, che forniscono servizi ad una clientela più ampia e in crescita. Ovviamente sto semplificando, ma le dinamiche sono queste.

Quindi, sempre per citare Moretti: “La tecnologia cambia il lavoro. Il suo sviluppo, negli Stati Uniti, è stato positivo. L’automatizzazione, in tre decenni, ha fatto perdere un impiego a 400.000 tute blu ogni anno. Nello stesso periodo, però, si sono creati altrettanti posti di lavoro che richiedono al professionista una buona scolarità.” Una scolarità in grado di generare quel capitale umano di competenze, creatività e inventiva che non è replicabile come una catena di montaggio, quindi non è delocalizzabile.

Questo effetto moltiplicatore esiste anche per il settore manifatturiero ”classico”? Sì, certo; ma in quello dell’innovazione vale per tre. Fate voi i conti.

Dissenso disinformato

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Pietro Ichino, Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma

Qualche giorno fa, su Twitter, c’è stato un interessante scambio di battute generato da un tweet dell’Apparato, che definiva le idee di Pietro Ichino non “coraggiose”, ma “di destra”. Al netto delle battute che – ovviamente – ne sono seguite, e di un piccolo intervento di risposta dello stesso Ichino, la valutazione migliore è probabilmente quella di Ivan Scalfarotto, che in uno status su Facebook ha scritto “Con tutto il rispetto che gli si deve, penso che fra @L_Apparato e @pietroichino quello di destra non sia certamente Ichino.”

Certo, magari si corre il rischio di prendere troppo sul serio un’operazione dichiaratamente ironica come quella dell’Apparato (la cui forza risiede per l’appunto nella plausibilità, per cui non sai mai fino a che punto si sta ridendo), ma l’alone di “destra” che viene fatto aleggiare intorno alla flexsecurity è una delle armi più efficaci che una certa sinistra utilizza retoricamente contro la proposta di riforma dell’ex senatore PD.

Ecco, per smontare il giocattolo retorico, in realtà, basterebbe leggere questo libro.

E ogni volta che mi capita di polemizzare con qualcuno su Ichino e flexsecurity, faccio sempre lo stesso errore. Poi mi viene in mente, e allora chiedo al momentaneo interlocutore: “Ma scusa, tu di Ichino hai letto qualcosa?”. E non ci crederete, ma in un buon 85% dei casi la risposta è una variazione sul tema “No, però…”.

Contro beni e luoghi comuni

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Ermanno Vitale, Contro i beni comuni. Una critica illuminista

Dopo questa ottima recensione che è anche un ottimo articolo in generale, non è che rimanga molto da dire su questo libro, ma qualcosa secondo me sì. Perché questo libro va consigliato, ma come dire – in due tempi. Come strumento, e come esercizio.

Come strumento, perché tutta la prima parte è il meglio dell’armamentario concettuale da dispiegare contro l’imperante retorica dei beni comuni, contro il suo eclettismo raffazzonato e le sue ben sospettabili derive totalitarieggianti, o quantomeno subdolamente conservatrici.

Ma anche come esercizio, perché la seconda parte – forse proprio perché vuole essere construens, rispetto ad una prima in forma di destruens – cade un po’ in alcuni degli errori denunciati nei manifesti benecomunisti. Non solo, e non tanto, l’anelito retorico e una certa vaghezza, che pur minori rispetto alle altre pietre di paragone sono per certi versi connaturati alle intenzioni; quanto piuttosto il cedimento ad un catalogo lessicale e concettuale che, a pensarci, risulta un pochino inaccurato. Perché la distinzione continuamente ricordata fra liberalismo (categoria politica) e liberismo (categoria economica), come fossero cose strutturalmente diverse e anzi quasi contrapposte, è un tipico errore italiano; perché l’insistenza sul “neoliberismo” sregolato e rapace è una concessione ad uno strumento descrittivo la cui natura è molto più retorica che analitica; perché “privatizzazione del mondo” è una figura evocativamente efficace, ma euristicamente caricaturale: dipinge la dinamica in corso in modo iperbolico finendo però col travisarne in parte il senso, la direzione, il punto.

Esercizio ulteriore, allora, di critica illuminista: che ci si armi dunque di sobrietà e rigore argomentativo, e si vadano a snidare quei passaggi in cui, senza accorgercene, stiamo commettendo errori molto simili a quelli contro cui puntiamo il razional dito. Perché poi, alla fine, sì, sarebbe davvero tanto, tanto bello se, come dice Vitale verso la fine,  autori come Smith, Montesquieu, Kant – ma anche, aggiungerei io, Rawls, o Sen – diventassero finalmente, sul serio, nostri.

La libertà del corpo delle donne

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Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista

Avete salutato con favore il tentativo di decostruire criticamente il modello del femminile proposto in maniera quasi totalitaria nella tivù italiana, ma quando avete letto “burqa di carne” avete dovuto rileggere per essere sicuri di aver capito bene? E poi, una volta appurato che avevate capito bene, vi è venuta una gran voglia di chiudere il libro che avevate in mano?

L’entusiasmo delle manifestazioni delle donne nelle piazze italiane vi stava contagiando, ma quando avete iniziato a subodorare l’emergere della contrapposizione “donne perbene/donne permale” vi siete sentiti delusi, e in un certo modo anche traditi?

Pensavate che finalmente si potesse iniziare a discutere di istanze rivendicative sul piano dei diritti, e di pratiche efficaci nelle strutture sociali e nelle istituzioni, e invece avete assistito alla stanca riproposizione di un cliché moralisteggiante?

Bene, allora questo è il libro che fa per voi. Anche solo per le reazioni, francamente allarmanti, che suscitò quando fu pubblicato.