Ma se gioco a GTAV, poi esco e ammazzo la gente?

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Uno dei segnali più evidenti della forza propulsiva dei videogiochi nel dare forma alla cultura pop contemporanea, probabilmente, è il trattamento allarmistico-paranoide che spesso gli dedicano i mass media (non di settore, ovviamente), e che già onorò, a suo tempo, certi tipi di musica e certi tipi di film – si potrebbe andare anche più indietro, a certi tipi di libri, ma restiamo in tema.

Il giochino l’aveva illustrato benissimo Matteo Bordone qualche anno fa: mancando nelle redazioni un “canale” che possa coprire il mondo dei videogiochi, percepiti ancora sempre come una roba di nicchia/da nerd/da bambini, se ne parla solo in correlazione ad altre notizie, che afferiscono ad altri canali (cronaca nera soprattutto: qui qualche esempio), finendo così col riprodurre un interminabile circolo di disinformazione e di autentiche minchiate. Un circolo in cui ovviamente gioca un ruolo centrale il collegamento che entra in scena ogni volta, quello fra rappresentazione della violenza e violenza reale: perché come già la pornografia, i film splatter e l’heavy metal, anche i videogiochi violenti naturalmente incitano alla violenza.

Dietro tutte queste minchiate, però, è nascosta una domanda legittima, e non priva di interesse: le esperienze che facciamo coi prodotti culturali a cui siamo esposti, in particolare profondamente immersive come con i videogiochi, che conseguenze possono avere sulla nostra sensibilità morale? Possono arrivare a modificare la nostra “identità” di soggetti morali? Per giocare sullo stesso terreno delle minchiate di cui sopra: ma è vero che se gioco a un videogioco violento è più probabile che alla fine esca per strada e ammazzi qualcuno?

Un primo dato interessante emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Psychology of Popular Media Culture: nei momenti in cui le vendite di videogiochi violenti sono più elevate, il numero di reati tende ad abbassarsi. Certo, si tratta di una correlazione, non di un rapporto casuale, ci mancherebbe, ma rimane comunque un punto degno di nota. I ricercatori tendono a spiegare questa correlazione in un modo piuttosto semplice, e forse un po’ semplicistico, sostenendo che probabilmente quando esce un titolo di grande richiamo e lungamente atteso, i potenziali criminali violenti se ne stanno a casa a giocare invece di andare in giro a picchiare la gente. Il punto è abbastanza lineare, quasi banale: se per un tot di giorni togli dalla strada giovani maschi (che sono sia i consumatori di riferimento di questi giochi, sia la categoria demografica più rappresentata nelle casistiche di crimini violenti), che il numero di reati cali è piuttosto ovvio. Ma si tratta, comunque, di qualcosa che ha a che fare più con la gestione del tempo che con eventuali modifiche dei nostri atteggiamenti morali dovute all’esperienza videoludica.

Per questo motivo è forse più utile un altro studio, apparso di recente in Cyberpsychology, Behaviour, and Social Networking, la cui tesi ribalta il luogo comune. Giocare a videogiochi violenti non aumenterebbe la nostra aggressività, anzi: ci renderebbe invece particolarmente sensibili proprio a quei valori morali che abbiamo infranto durante il gioco. Questo perché, come emerso dagli esperimenti condotti nello studio, non sembra esserci una sostanziale differenza fra il senso di colpa avvertito dopo aver commesso azioni malvagie “virtuali” e quello vissuto nel mondo reale. Insomma, non solo giocare a videogiochi violenti non aumenta il nostro potenziale criminale, ma anzi potrebbe addirittura renderci moralmente migliori.

E quell’incredibile rabbia che sento ogni volta che non riesco a completare una missione di Call of Duty, e che mi fa venire voglia di spaccare la faccia della prima persona che incontro, direte voi? Beh, ancora un altro studio mostra che in realtà quella rabbia lì non proviene dall’immersione in uno scenario violento che stimola una nostra interazione diretta e ugualmente violenta, ma dal non riuscire a padroneggiare adeguatamente i complessi controlli di gioco richiesti per completare le missioni e proseguire così nella storia. Tanto che alcuni ricercatori hanno fatto la prova: sostituendo i controlli piuttosto intuitivi di Tetris con altre combinazioni di tasti scelte deliberatamente per aumentare la difficoltà di gioco, i livelli di frustrazione dei soggetti esaminati erano del tutto paragonabili a quelli di chi era invece stato sottoposto ad test simili ma con giochi sparatutto. Il punto, quindi, non è la sollecitazione di risposte violente: il punto è il nostro senso di competenza e controllo, nello svolgere una particolare azione, che si rivela molto meno forte ed efficace di quanto pensassimo.

Ecco, se questo tipo di notizie ricevesse lo stesso tipo di diffusione, forse sarebbe possibile spezzare quel circolo di disinformazione e minchiate. E potrebbe diventare più comune la reazione che auspicava Matteo Bordone: se l’ufficio stampa chiama in redazione per dire “Oh, fatemi un pezzo su ‘sto gioco che stiamo facendo uscire, che guarda, c’è dentro a un certo punto una scena pazzesca, ma pazzesca veramente eh, una cosa di incesto fra animali albini con la celiachia (sic.), scandalo assicurato, dai dai!”, l’unica è mettersi lì e dirgli “Stronzo”, e chiudergli il telefono in faccia.

 

Modello tedesco per acquirenti italiani

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Le dichiarazioni di Matteo Renzi su articolo 18 e modello tedesco fanno, nei limiti della ragionevolezza, ben sperare.

Perché è vero che l’articolo 18 è oggi un punto quasi del tutto marginale nel mondo del lavoro italiano, ed è ancor più vero che viene strumentalmente agitato a destra e sinistra come – rispettivamente – l’emblema del male o l’ultimo baluardo della civiltà, pur non essendo ovviamente né l’uno né l’altro.

Soprattutto, era ora che queste cose venissero dette esplicitamente e con una certa forza da un capo di governo, che diventassero parte di un indirizzo politico generale.

Ma anche parlare di modello tedesco è una buona idea: perché un mercato del lavoro di quel tipo è un obiettivo sensato e abbastanza realistico. Sensato, perché parecchi degli aspetti cruciali del sistema tedesco sono pensati per affrontare problemi che incidentalmente da noi sono particolarmente marcati e terribilmente perniciosi; realistico, perché offre un insieme di flessibilità e sicurezza, pur con tutte le differenze del caso, non troppo distante da quello che il nostro tessuto produttivo consentirebbe.

Quando parliamo di modello tedesco intendiamo essenzialmente il mondo del lavoro post-Schröder, o meglio post-Hartz, dal nome dell’ex manager Volkswagen messo a capo della commissione che, nei primi anni duemila, di quel mondo ha ridisegnato il profilo. E da un punto di vista italiano, o meglio di un italiano che a quel modello vorrebbe ispirarsi, tre sono gli aspetti delle Hartz-Reformen di particolare rilevanza: il rapporto coi sindacati, la struttura della “rete di sicurezza”, e i cosiddetti mini-job.

Il rapporto sindacati-imprese uscito dal trattamento Hartz è un ottimo esempio di “alleanza produttiva” in cui, alla fine, ci guadagnano tutti, perché tutte le parti coinvolte comprendono come, sul periodo medio-lungo, alcuni dei loro interessi tendono a convergere. A fronte di un maggiore coinvolgimento nella gestione delle imprese, attraverso un ruolo più attivo dei consigli di fabbrica nei processi decisionali, i sindacati hanno accettato più flessibilità a seconda di particolari condizioni del mercato. Questo ha consentito, ad esempio, di affrontare momenti di crisi senza doversi trovare davanti alla scelta fra chiudere e licenziare in massa: le imprese hanno infatti potuto adattarsi alle esigenze del momento riorganizzando gli orari di lavoro, le ore complessive, le turnazioni eccetera, riuscendo così a preservare, più che il posto di lavoro, il lavoratore stesso, che è stato mantenuto “dentro” il ciclo di produzione senza sprechi di competenze e professionalità. Si lavora meno, e si guadagna meno, ma si continua a lavorare, non si viene tagliati fuori, e – dal punto di vista delle imprese – si è meglio attrezzati per migliorare la situazione.

È abbastanza evidente che una cosa del genere, in Italia, dove spesso abbiamo un’interpretazione di “flessibilità” tutta particolare, avrebbe effetti clamorosi, ma in positivo: perché vorrebbe dire aprire finalmente le porte ad una contrattazione di secondo livello seria, in grado di agire davvero “sul territorio” – si legga: nelle fabbriche e nelle imprese inserite nel loro contesto locale – in deroga ai contratti collettivi nazionali, e diminuirebbe moltissimo l’incidenza di quella specie di morte civile del lavoratore che è la cassa integrazione. Certo, bisognerebbe superare le resistenze di sindacati e Confindustria: ma tutto sta a fargli capire che intendersi su questo sarebbe molto più conveniente che intendersi, come fanno adesso, perché tutto rimanga così com’è.

La riforma dei sussidi di disoccupazione e degli assegni sociali ha costituito una parte della ristrutturazione complessiva della “rete di sicurezza” per chi ha perso il lavoro. Solo una parte, però: perché riducendo le somme elargite, e il tempo di elargizione, ha liberato risorse per mettere mano alla parte strategicamente più importante, la riforma cioè del sistema di uffici e agenzie federali a cui è affidato il compito di trovare un nuovo posto di lavoro ai disoccupati. Il rinnovamento dei Job Centres, della Agentur für Arbeit, l’attivazione e l’ottimizzazione di una serie di strumenti di riqualificazione e training (le Personal-Service-Agenturen) sono segnali di uno spostamento nella filosofia di fondo: da “Tranquillo, ci pensiamo noi a mantenerti” a “Tranquillo, ci pensiamo noi a fare in modo che il prima possibile possa di nuovo mantenerti tu”. L’enfasi cioè si è spostata sull’importanza di facilitare il rientro nel mercato del lavoro, la miglior “rete di sicurezza” possibile.

In Italia un intervento di questo tipo richiederebbe molti soldi e tanta fatica, perché parecchi sono i punti critici lungo il percorso: la scarsa coordinazione fra i centri per l’impiego, le modalità disomogenee e poco chiare di raccolta dei dati, addirittura la necessità di una riforma costituzionale per concentrare in una Agenzia Unica Federale tutte le competenze amministrative e legislative richieste (lo notava Pietro Ichino qualche tempo fa). Il punto, però, è che in giro alternative di pari efficacia non se ne vedono molte.

La questione dei mini-job è un po’ più complessa, anche per quanto riguarda il paragone con la situazione italiana.

Nati per contrastare l’enorme mole di lavoro nero (soprattutto domestico, e in settori come ristorazione e turismo) con l’obiettivo di rendere economicamente vantaggioso ogni forma di inquadramento contrattuale, i mini-job, mini-contratti a 450 euro e praticamente nessun costo aggiuntivo per il datore di lavoro, sono stati sicuramente un successo. Il problema è che lo sono stati fin troppo: a febbraio 2012 un contratto di lavoro dipendente ogni quattro rientrava in questa tipologia, e il trend è in ascesa. L’impressione che hanno molti commentatori, in Germania, è che alla “cultura della disoccupazione” – una sistematizzazione vera e propria di tutte le conoscenze ed expertise necessarie per vivere anche molto a lungo a spese dello stato – si sia sostituita, da parte dei datori di lavoro, una “cultura dei mini-job”, che ha causato un certo squilibrio rispetto ai contratti più “tradizionali”. Se però consideriamo che nella maggioranza dei casi i lavoratori con mini-job sono studenti e pensionati che integrano le loro entrate con contratti part-time, le dimensioni del problema vengono un po’ ridimensionate, e si comprende meglio come il mini-job alla fine svolga essenzialmente la funzione di “porta d’accesso” al mondo del lavoro e, appunto, di integrazione in caso di entrate di piccola entità.

In Italia, di uno scenario simile, conosciamo solo la parte deteriore: l’iperdiffusione di “lavoretti” da cui è difficilissimo uscire, l’alto tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) dovuto anche al mancato collegamento fra contratti di questo tipo e quelli più “tipici”, una flessibilità che – a causa dei nostri problemi strutturali – si accompagna spesso alla precarietà, in un rapporto di correlazione che a uno sguardo superficiale può sembrare di causalità. Tuttavia, uno strumento come quello dei mini-job da noi servirebbe parecchio: infatti non solo aiuterebbe a combattere il nero, ma permetterebbe – come è stato in Germania – di tenere tendenzialmente concorrenziale il costo del lavoro, riducendo la forbice fra lavoratori tipici e atipici.

Interventi di questo tipo, o comunque lungo queste linee, permetterebbero quindi di affrontare efficacemente alcuni problemi cruciali del mondo del lavoro italiano: lo spaventoso tasso di lavoro nero, un sistema di ammortizzatori sociali non proprio efficientissimo, una rigidità sindacale parecchio controproducente.

Chiaro però che non basta questo, come non è bastato in Germania. Certo, le riforme Hartz hanno aiutato molto, perché hanno reso il mercato del lavoro tedesco funzionale a un tessuto produttivo caratterizzato da grandi industrie e da un elevato tasso di esportazione di fascia alta (tipo BMW e Mercedes in Cina) che funziona da traino, e hanno stimolato la domanda interna rendendo il lavoro oggettivamente più facile.

Ma riforme di questo tipo costano. E per avvicinarsi alle somme che servirebbero sì, va bene, sforiamo il 3%, però anche altre cose sarebbero di un’importanza cruciale.

Ad esempio rivedere il sistema previdenziale. Il passaggio deciso al contributivo, per dirne una, è stato un primo importante passo, ma servirebbero ulteriori riassestamenti – leggasi: riduzioni.

O riformare la giustizia, perché a tenere lontani gli investimenti esteri sono anche la lentezza e l’incertezza dei processi, il sovraffollamento delle cause nei tribunali, l’ipertrofia legislativa del codice del lavoro – da riformare e semplificare pure quello, naturalmente.

O ancora dare un’occhiata al collegamento fra scuola/ università e lavoro, due realtà che in Italia si toccano solo tangenzialmente: Renzi ha in mente il modello tedesco dell’apprendistato, ma anche lì, per ottenere quei risultati bisogna ridisegnare il coinvolgimento delle imprese nelle facoltà, i processi di selezione e valutazione, prendere seriamente in mano il mondo della formazione e dell’orientamento.

Insomma, il timore è quello: che con tutto quello che c’è da fare, tutte le resistenze da superare, e tutti i dettagli da mettere a punto, mille giorni, al netto degli annunci, possano davvero essere troppo pochi.