Cristiano Ronaldo a tempo indeterminato

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Uno degli obiettivi principali che ogni progetto moderno di riforma del lavoro si prefigge è istituire meccanismi e procedure che sottraggano sempre più la risoluzione degli eventuali conflitti ai tribunali, in modo che lo standard comune diventi affidarsi a dispositivi già previsti (e calcolabili fin dall’inizio) che accelerino i tempi, tutelino tutti ed eliminino l’incertezza.

Questo non solo per evitare gli ingolfamenti nei tribunali, che pure è già una bella cosa, ma soprattutto per limitare quello che è un po’ lo scontro costitutivo del giuslavorismo: l’ “intrusione” del giudice nel “diritto di impresa” dell’imprenditore. Fino a che punto, cioè, può spingersi il giudice nel sostenere l’infondatezza di decisioni tecniche o manageriali che l’imprenditore può legittimamente prendere nell’organizzare, o riorganizzare, la sua attività? Perché molto spesso è proprio qui che nascono i problemi, nella valutazione del giustificato motivo oggettivo.

A rappresentare plasticamente questo conflitto strutturale arriva dalla Germania la vicenda di Heinz Müller, trentaseienne portiere (o ex-portiere) del Mainz.

Brevemente, i fatti: prelevato nel 2009 dal Barnsley, Müller aveva un contratto triennale che però, nel 2012, è stato prolungato di due anni. Alla scadenza del contratto, a giugno 2014, Müller voleva rinnovare, il Mainz no: il portiere, allora, ha portato la squadra in tribunale, e il giudice del lavoro ha stabilito che sì, ha ragione lui e anzi, il Mainz deve fargli un contratto a tempo indeterminato. Perché nel diritto del lavoro tedesco il limite massimo di utilizzo del contratto a tempo determinato (a meno che non ci siano circostanze particolari, come il part-time, o che prevedano l’allungamento legittimo dei termini) è di due anni: dopo, se non c’è un motivo fondato, tocca offrire un contratto a tempo indeterminato.

Il giudice del lavoro Ruth Lippa, che ha emesso la sentenza, ha cioè da un lato sostenuto che i calciatori professionisti vadano equiparati a qualunque altra categoria lavorativa, e dall’altro che le motivazioni addotte dalla squadra fossero insussistenti.

Proprio qui però, naturalmente, nascono i problemi.

Perché, in primo luogo, è possibile equiparare lo sport professionistico ad altre attività lavorative, almeno da questo punto di vista? Gli sportivi sono pagati tanto (oddio, non tutti, ma capiamoci) non solo perché il “bacino di forza lavoro” da cui si può attingere è limitato – potenzialmente tutti possono diventare astrofisico, piastrellista o chirurgo, non Leo Messi o Kobe Bryant, per quello ci vuole un mix raro di doti fisiche, talento, intelligenza motoria e un sacco di altre cose. Sono pagati tanto anche perché la loro finestra occupazionale è limitata nel tempo: a parte casi eccezionali, uno sportivo chiude la carriera prima dei quarant’anni, o giù di lì. Nel periodo in cui è attivo, quindi, è normale che riceva compensazioni più alte, perché le avrà per un tempo ben più breve rispetto a quello dei lavoratori più “tipici”, diciamo.

Ma in secondo luogo: è legittimo che un giudice determini che aspetti della decisione possano essere considerati validi oppure no, quando riguardano valutazioni tecniche come il giudizio sulle prestazioni o sullo stato di forma del giocatore? O quando riguardano scelte di gestione della società e della squadra? Ad esempio: al momento, il Mainz ha due portieri (titolare e riserva) di 21 e 22 anni. Su che basi si può sostenere che, poniamo, la scelta di non rinnovare il contratto a Müller perché per quel ruolo si vuole puntare su giovani di buon potenziale, da tenere in squadra per cinque-dieci anni, va ritenuta illegittima?

La stessa Ruth Lippa ha aggiunto, però, che “naturalmente una squadra e un giocatore possono stipulare un contratto di tre o quattro anni, se il giocatore preferisce la flessibilità di un contratto a tempo determinato di questo tipo”. E si tratta pur sempre solo del primo grado: è del tutto prevedibile che la sentenza verrà ribaltata nei gradi successivi, a cui i dirigenti del Mainz stanno già lavorando. È molto probabile che cambierà poco, quindi, e che gli scenari apocalittici di chi pone la sentenza sullo stesso piano della Bosman siano quantomeno prematuri.

Resterà una curiosità, diciamo, una vicenda bizzarra che ha fatto tremare, per cinque minuti, il calcio mondiale.

Ma il problema è proprio lì: non è bizzarra. Tocca, in maniera iperbolica, un punto centrale.

L’ideologia dell’ideologia gender

Gender

Negli ultimi tempi, con cadenza abbastanza regolare, le famiglie italiane si son ritrovate ignare ed indifese a doversi scontrare con ciò che, a quanto pare, rappresenta la vera peste concettuale del ventunesimo secolo, nuova incarnazione subdola e strisciante dell’imperante conformismo da “pensiero unico”: l’ideologia gender.

Prima Conchita Wurst a Sanremo, poi tutto il casino del gioco del rispetto nella scuola di Trieste, infine l’affaire D&G vs Elton John hanno svelato a padri e madri sparsi per la penisola l’orrenda verità: c’è in giro un’ideologia che vuole “de-strutturare la famiglia“, fare “violenza contro la natura umana, contro la propria natura” ribaltando artificialmente quella normalità che è invece iscritta nel nostro corpo, propagandando “stili di vita” alternativi che cancellano le differenze, altro che uguaglianza. E quel che è peggio: questa ideologia è ormai dappertutto, pensiero unico dominante, in agguato soprattutto nelle scuole dove allunga le sue adunche mani adorne di paillettes sui nostri figli. Parafrasando Elio, siamo circondati da un cartello di ricchioni.

Ora, chi si sia occupato anche solo un quarto d’ora di questioni di genere sa che questa roba qua non esiste. Semplicemente, non esiste.

Esiste il genere, che è una cosa diversa, che non ha a molto che fare con l’identità sessuale perché è essenzialmente un costrutto sociale, e riguarda i ruoli e l’immaginario molto più che i genitali o i cromosomi. Una cosa è l’identità sessuale, un’altra l’identità di genere, e basta informarsi un po’ di più per comprendere la differenza.

Se l’ideologia gender non esiste, esiste però l’ideologia dell’ideologia gender: lo stravolgimento, cioè, di termini e concetti che significano un’altra cosa, per inserirli in un contesto “narrativo” coerente, fluido, e tendenzialmente spaventoso, contro cui è piuttosto facile argomentare e vincere dialetticamente. Definizione quasi da manuale di “uomo di paglia“. Un po’ come successe con “relativismo” e “nichilismo” ai tempi di Benedetto XVI: quei due termini non vogliono dire quelle cose lì, ma Ratzinger se li prese, li rivoltò e sostanzialmente creò un nuovo paradigma semantico, tanto che – ancora oggi – l’uso divenuto corrente nel dibattito pubblico, purtroppo, è il suo.

Ratzinger ci è riuscito, probabilmente, perché quello spazio di significato era rimasto sguarnito, chi avrebbe dovuto difenderlo e custodirlo – i filosofi? i sociologi? un genericissimo “gli intellettuali”? – non ha mantenuto la posizione, non ha piantato la bandierina, e adesso riprendersi il maltolto è difficilissimo.

Tocca allora a chi si occupa di genere, ma sul serio, spendersi per evitare che uno scenario simile si ripeta. Per evitare, insomma, che il discorso sul genere lo imposti gente così.