Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo

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