Una macchina del tempo, per favore

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Chi ogni tanto passa di qui forse sa che, talvolta, mi capita di sperare che qualcuno, dopo aver inventato una macchina del tempo, si pigli il Matteo Renzi 2013/2014 e ci lasci indietro il Matteo Renzi 2012.

La versione segretario/presdelcons la capisco, per certe cose (parecchie, in verità) la condivido, ma a quel progetto di due anni fa ero particolarmente legato, lo sentivo più vicino e più potente, non sorprenda la parola, rispetto a quanto vedo oggi.

Bene, per l’inventore di quella macchina del tempo avrei anche un’altra richiesta, però: che si riprenda il Pippo Civati 2014, e ci riporti il Pippo Civati 2009.

“La notizia che Pietro Ichino abbia deciso di sostenere Ignazio Marino e la sua mozione è straordinaria.” Così Pippo Civati, consigliere regionale del Pd ed esponente della mozione Marino saluta l’endorsement di Pietro Ichino, giuslavorista e senatore democratico.

“Ichino nelle sue motivazioni- dice Civati- richiama la coerenza con lo spirito del Lingotto e la necessità di compiere fino in fondo quel progetto: si tratta delle stesse ragioni che hanno portato Ignazio Marino e tutti noi a dare il nostro contributo al congresso del Pd. Alla ricerca di quello spirito e della risposta alle domande che tanti elettori e cittadini si pongono. Con Ichino, la qualità della proposta politica della mozione Marino si conferma, per rilanciare il nostro dibattito sulle questioni fondamentali della nostra vita sociale, a cominciare dal lavoro”.

Sul lavoro no, per favore

Accordo su Jobs Act testo cambia e si bruciano i tempi

La Repubblica spiega in un paio di articoli cosa cambia, dopo l’accordo di ieri, nel testo delega del Jobs Act.

Ma lo spiega, davvero?

La foto qui sopra (lo so che non si vede bene, ma se volete cliccate, che si ingrandisce) è tratta da uno di questi articoli, e lascia un po’ stupiti (spoiler alert: trattasi di eufemismo, usato per non scadere direttamente nel turpiloquio).

Perché da nessuna parte si è mai parlato di eliminare la reintegrazione per i licenziamenti discriminatori, che infatti non afferiscono all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ma all’articolo 15, oltre che ad altre fonti normative che esulano dallo Statuto stesso, e che hanno anzi un “peso” ben maggiore rispetto ad esso.

Poter scrivere una roba del genere, e anzi poter impostare tutto un dibattito in questo modo – come è stato ampiamente fatto in questi mesi – vuol dire due cose.

In primo luogo, è la certificazione di una confusione pazzesca su un tema già complicato di suo, confusione doppiamente tragica vista la delicatezza e l’importanza, in questo momento, di riformare il mercato e il diritto del lavoro.

Poi, vuol dire che tutta questa storia è essenzialmente strategia e posizionamento politico, da una parte (soprattutto da una parte, a mio modesto avviso) e dall’altra, ma di fatto discussioni sul nulla o quasi.

Bella scoperta, direte voi. Certo, avete ragione, e anche io ne comprendo la necessità in politica, non dico di no.

Ma che a farne le spese sia proprio un tema cruciale come la riforma del lavoro, diosanto, no. No.

Capite perché un po’ di tempo fa, da queste parti, si parlava di dissenso disinformato?

Matteo Renzi è un bruco

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Matteo Renzi è un bruco.

Le farfalle sono belle, colorate, e volano con rara grazia. Ma perché ci sia una farfalla, prima deve esserci stato un bruco.

La metafora conserva un certo retrogusto bersaniano, ma è nondimeno abbastanza accurata nel descrivere quella che forse è realmente – si perdoni l’enfasi – la missione storica del rottamatore nello scenario della sinistra italiana.

La sinistra, da noi, procede tradizionalmente in modo abbastanza erratico. Contempla il proprio riflesso in uno specchio intorno a cui ha appiccicato una serie di figurine (alcuni santini, qualche foto, delle parole d’ordine). Se ne compiace, ma con un low profile d’obbligo. Quando decide di rinnovarsi, non lo fa in maniera sistematica, strutturale; prova a tentoni, un po’ a casaccio, per vedere l’effetto che fa, ma sembra ogni volta mancare della convinzione necessaria. Come se avesse una costante paura di sbagliare (“E se poi te ne penti?”, come direbbe Padre Maronno) intraprende un rinnovamento che, come la navigazione, è sempre a vista.

Quasi mai prova a definire un nuovo “punto zero”: preferisce genericamente “ripartire”, possibilmente dal basso, dalla “nostra gente” o da Berlinguer.

Altrove, la sinistra ha conosciuto dei processi che l’hanno portata a cambiare, ad adeguarsi ai contesti circostanti e a elaborare una visione che fosse all’altezza – che è alla fine il passaggio preliminare necessario per provare dopo a governare, cioè a tradurre efficacemente quella visione in programmi e proposte di legge.

La SPD tedesca ha avuto Bad Godesberg, il Labour inglese ha avuto la Clause IV Reform.

Noi no. O quantomeno, non in quel modo lì.

Forse è allora proprio questo il filo del destino che le Moire hanno intessuto per Matteo Renzi: essere l’agente di cambiamento in grado di spostare il quadro complessivo della sinistra italiana, quello che porta gli occhiali del PD a rifare le lenti per mettere a fuoco la visione che finora è mancata. E portare a sinistra idee che per scelta o per accidente da quel perimetro sono state tenute fuori, mentre nel resto del mondo vi hanno già trovato comodamente casa.

Destino tragico, però, come appunto quello del bruco: stadio preliminare da cui potrà poi nascere la farfalla compiuta del liberale di sinistra al governo, cioè colui che fatalmente ne decreterà la morte – o, per usare un termine più appropriato, la rottamazione. E che davvero, finalmente, avrà la possibilità di riformare il Paese con quella profondità e quell’incisività che alle proposte del governo Renzi, pur tracciate nella direzione giusta, mancano. Una dinamica che Peppino Caldarola, in un pezzo magistrale, coglie perfettamente:

Il vero problema per Renzi potrebbe venire se all’interno del Pd dovesse nascere una componente e un leader riformista sul serio. Un leader che non spacchi la società, che faccia governare il partito dai giovani ma curi i rapporti fra le generazione, un leader che voglia fondare una nuova cultura con un processo di revisione di quelle precedenti e non con il loro azzeramento. Un leader o una leader che sia più americana di Renzi, nel senso che non abbia quegli elementi di esagerazione comunicativa del fiorentino, così tipicamente italiano nella facondia, e presenti il volto moderno di un professionismo politico fatto di competenze e di ideali. Questa figura e questa cultura non ci sono. Ma sarà Renzi a produrli.

Giova ripeterlo: questa figura e questa cultura, sarà Renzi a produrli.

Per l’entusiasmo certo non basta.

Ma per un po’ di sobria fiducia durante la traversata forse sì.