Litfiba, anche no

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Se siete di csx – area più o meno liberal, e se avete dimestichezza con Elio e le storie tese, è molto probabile che nelle ultime settimane vi sia capitato di imbattervi in quella che per comodità chiameremo mozione “Litfiba tornate insieme”.

Di che si tratta?

Essenzialmente, di una fetta abbastanza consistente di elettorato e di base PD, che implora i due ex compagni di strada sulla via della rottamazione, Matteo Renzi e Pippo Civati, di riprendere quella collaborazione interrotta poco dopo la prima Leopolda. Appelli, gruppi su Facebook e hashtag su Twitter che si moltiplicano perorando la causa: Pippo, Matteo, fatevi una telefonata, parlatevi, ricominciate a dialogare, altrimenti il partito finirà strozzato da questa dirigenza che non ha alcun interesse al rinnovamento e spera anzi che vi dividiate sempre di più, in modo da potervi ridurre a minoranza magari rumorosa ma sostanzialmente ininfluente.

La causa è comprensibile e per certi versi anche condivisibile, la lunga tradizione di successi dell’attuale élite democratica è talmente scintillante che un altro paio di giri così e il partito scompare davvero; poggia però su due assunti che sarebbe bene vedere da vicino.

Il primo è che la separazione fra rottamatori e rottamandi sia davvero così netta – che oltre lo slogan ci sia realmente altro. O meglio, che dietro la retorica della rottamazione ci sia qualcosa di più concreto, che dietro la botta giovanilistica ci siano 1) coerenza fra dichiarazioni e metodi effettivamente utilizzati; e 2) una visione sufficientemente strutturata e articolata, al netto dell’insofferenza per il classico partito “pesante”. Qualche dubbio è lecito (forse anche più per Renzi che per Civati, direi), ma delle linee di demarcazione fra i due fronti è ancora possibile scorgerle – anche se l’involuzione dei rispettivi sostenitori in custodi dell’ortodossia è davvero dietro l’angolo, e rischia di rendere tutta la storia, una volta di più, solo una faccenda di vicinanza e fedeltà al proprio leader di riferimento.

Il secondo è che Renzi e Civati siano compatibili, e anzi complementari (lo pensavo anche io, lo ammetto); e qui le cose, ora, sono più complesse.

Se partiamo dai ruoli, è chiaro: Renzi di fare il segretario non c’ha voglia, alla fin fine, e si sente molto più candidato premier, mentre Civati ha l’uniforme da segretario del partito cucita addosso e come premier, probabilmente, non avrebbe molto chiaro da dove cominciare. L’operazione sarebbe quindi scontata, e parecchio semplice: uno si prende la segreteria e rivolta il partito come un calzino, l’altro si prende la premiership e, forte dell’appoggio leale del partito rinnovato, cambia faccia al paese.

Ma le cose non sono più così semplici.

Perché non è che il tempo, e la politica, si siano fermati alla prima Leopolda, e adesso si possa tornare lì facendo finta che nel frattempo non sia successo il mondo. Perché ci sono troppe cose, adesso, che separano i due ex-Litfiba in modo netto, quasi decisivo.

Civati è pur sempre quello che spinge – ancora adesso – per il “governo del cambiamento”, con tale disinvoltura rispetto ai ripetuti no di Grillo e agli aspetti più sinistri del programma pentastellato da far sorgere il dubbio che si tratti, ormai, più che altro di uno slogan del tutto slegato dalla realtà, e dalle intenzioni. Civati è pur sempre quello che ha lanciato la sua candidatura tendendo la mano a Vendola, a Landini, a Rodotà: siamo sicuri però che sia questo quello che ci vuole per mandare il PD, più che a sinistra, “avanti”, come dice nel suo nuovo sito? Siamo sicuri che non si tratti, alla fine, solo di una nuova montatura per quelle vecchie lenti che da troppo tempo sfalsano la prospettiva del partito, mascherate da “ritorno alle origini”, da “qualcosa di sinistra”, e via dicendo? Siamo sicuri di volere così tanto “quelli che hanno fatto il Sessantotto”?

Renzi, dall’altro lato, è pur sempre quello che, dopo un programma entusiasmante (in chiave liberale, certo) per le primarie 2012, si è rinchiuso in un mutismo interrotto poche volte da qualche battuta, qualche recriminazione pur contenuta, e dalle slide di Gutgeld – che, come ricordato più volte, hanno l’apparenza di un’involuzione rispetto a quanto ci si aspettava, diciamo. Renzi è pur sempre quello che, per “recuperare a sinistra”, dà un po’ l’impressione di star buttando via il bambino con l’acqua sporca.

Ecco, questo per dire che la prospettiva non è rosea: perché dei due candidati più d’effetto per la segreteria PD, uno sembra si stia perdendo (Renzi), e l’altro sembra sia proprio già perso (Civati). E le strade che questi due novelli Pelù e Renzulli hanno intrapreso paiono condurre verso destinazioni molto, forse troppo, distanti.

Insomma: forse non ce ne rendiamo conto, ma la mozione “Litfiba tornate insieme” nasconde sotto la sabbia la questione centrale. Che non è tanto, e solo, quella del rinnovamento, quanto piuttosto quella del come rinnovare.

E io, in questo momento, pur con tutti i caveat del mondo, mi fido più di Renzi.

Dx e Sx

Un giorno, qualcuno di molto più intelligente, competente e preparato di me scriverà un librone sulla particolare declinazione che nell’Italia politica conoscono le categorie di destra e sinistra, e sugli stravolgimenti prospettici di cui spesso sono vittime – per cui cose come conservazione e progressismo, diritto e autorità, libertà e conformismo si mischiano e si scambiano di posto.
E fra il materiale che costui potrebbe utilizzare, anche solo come indizio o suggestione, secondo me questo signore qui sopra farebbe la sua porca figura.

Dissenso disinformato

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Pietro Ichino, Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma

Qualche giorno fa, su Twitter, c’è stato un interessante scambio di battute generato da un tweet dell’Apparato, che definiva le idee di Pietro Ichino non “coraggiose”, ma “di destra”. Al netto delle battute che – ovviamente – ne sono seguite, e di un piccolo intervento di risposta dello stesso Ichino, la valutazione migliore è probabilmente quella di Ivan Scalfarotto, che in uno status su Facebook ha scritto “Con tutto il rispetto che gli si deve, penso che fra @L_Apparato e @pietroichino quello di destra non sia certamente Ichino.”

Certo, magari si corre il rischio di prendere troppo sul serio un’operazione dichiaratamente ironica come quella dell’Apparato (la cui forza risiede per l’appunto nella plausibilità, per cui non sai mai fino a che punto si sta ridendo), ma l’alone di “destra” che viene fatto aleggiare intorno alla flexsecurity è una delle armi più efficaci che una certa sinistra utilizza retoricamente contro la proposta di riforma dell’ex senatore PD.

Ecco, per smontare il giocattolo retorico, in realtà, basterebbe leggere questo libro.

E ogni volta che mi capita di polemizzare con qualcuno su Ichino e flexsecurity, faccio sempre lo stesso errore. Poi mi viene in mente, e allora chiedo al momentaneo interlocutore: “Ma scusa, tu di Ichino hai letto qualcosa?”. E non ci crederete, ma in un buon 85% dei casi la risposta è una variazione sul tema “No, però…”.