Far panini da McDonald’s

mcdonalds

Alcuni anni fa, a Milano organizzarono una di quelle fiere di orientamento al lavoro per giovani neolaureati, in cui ragazzi e ragazze appena usciti dall’università possono entrare in contatto con aziende e imprese e vedere un po’ com’è questo fatto di entrare nel mondo del lavoro – dalle cose piccole ma cruciali (come si fa un curriculum, come ci si prepara ad un colloquio) a quelle di orizzonte più ampio e a cui spesso non si pensa – come valutare le proprie prospettive occupazionali, i pregi di formazione continua e aggiornamento, come “investire” sulla propria crescita professionale. Insomma, uno sguardo ravvicinato su come funzionano davvero tutti gli aspetti, coordinati e complessi, del recruiting. Tra l’altro, l’evento era grosso e ben organizzato, quindi partecipavano anche numerose aziende di rilevanza internazionale, desiderose di esplorare un po’ il bacino di talenti dei giovani italici.

All’epoca, un quotidiano intervistò un manager del personale di una di queste grandi aziende (mi pare Microsoft, ma magari mi sbaglio), chiedendogli qualche valutazione sullo stato di salute della fresca e gagliarda manodopera italiana che aveva incontrato lì.
Il manager raccontava che la situazione era abbastanza particolare: a livello di titoli, e quindi di specifiche competenze professionalizzanti, i neolaureati italiani erano molto preparati, decisamente avanti rispetto a quelli di altri paesi. Però erano tragicamente carenti nel resto: conoscenze linguistiche, dinamiche di teamwork, problem-solving e capacità di prioritizzazione dei compiti da svolgere – in generale tutte quelle cose che vengono raggruppate nel concetto di soft skills: competenze che non fanno strettamente parte del bagaglio professionalizzante di un corso di studi, ma imprescindibili quando si tratta della realtà concreta di qualunque lavoro. Da cui il suo consiglio: anche se ci mettete un anno in più a laurearvi, provate a fare qualche lavoretto mentre studiate, d’estate andate a farvi un paio di mesi a Londra anche solo a fare i camerieri. Per uno che vi deve assumere, esperienze di questo tipo contano molto più di un percorso accademico perfettamente nei tempi.

Ora, io non dico che McDonald’s sia il posto migliore del mondo dove fare l’alternanza scuola/lavoro, ma pensare che “a fare panini non impari nulla” è proprio il sintomo che continuiamo a non capire come “lavoro” sia anche tutte quelle cose lì, quelle soft skill di cui sopra. E che su un problema capitale come quello del gap E2E (Education to Employment) continuiamo ad avere idee molto, troppo confuse.

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