Settant’anni di 25 aprile

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Sul 25 aprile, un po’ come sullo scudetto del Napoli secondo Massimo Trosi, avete già detto tutto voi, da decine e centinaia di “Bella ciao” al canonico calamandreiano “Lo avrai/camerata Kesselring”, passando per la denuncia dell’osceno fascismo di quelli che insultano la Brigata ebraica.

A me resta ben poco, e perché poi uno dovrebbe sentirsi in obbligo o in diritto di dire la sua su tutto, specialmente su una cosa così grande e complicata come la Liberazione, il nostro mito fondativo.

Una cosa, però, forse rimane. Le parole di un giovane intellettuale italiano morto a 24 anni, che aveva dentro di sé “un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva“, che poco prima di morire si arruolò nell’esercito britannico e che un giorno mise un piede su una mina tedesca mentre cercava di unirsi alla lotta partigiana.

Uno di cui abbiamo probabilmente sentito nominare più spesso il fratello, a cui queste parole sono rivolte. Ed è un peccato, davvero, che di lui ci ricordiamo così poco.

Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent’anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l’impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.

(Dalla lettera di Giaime Pintor a suo fratello Luigi, 28 novembre 1943)

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Una modesta proposta: Gianni Morandi spin doctor di Matteo Renzi

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Qualche giorno fa, sul sito degli Stati Generali, Michele Fusco ha pubblicato un bel pezzo che centra in maniera piuttosto precisa uno dei problemi del Matteo Renzi attuale – anzi, forse IL problema, se ci pensiamo un po’ su.

Dopo aver ricordato che la sostituzione di 10 membri PD nella commissione Affari Costituzionali è perfettamente legittima e addirittura “sacrosanta”, Fusco si chiede: ma perché, Matteo, vuoi sempre stravincere, umiliare i tuoi avversari già sconfitti, finendo col farti voler male anche quando fai cose buone e giuste? Perché, ad esempio, rimuovere dal programma della prossima Festa nazionale dell’Unità, a Bologna, la partecipazione di Bindi, Cuperlo, Bersani, in una parola – e sempre per citare Fusco – “tutti quelli che stanno amabilmente sui coglioni al premier”? Che bisogno c’è?

A fare un po’ di esercizio di memoria, effettivamente uno dei tratti caratteristici della comunicazione di Renzi risiede proprio in questa insopprimibile urgenza della muscolarità, delle frecciate e dei nomignoli (dai gufi rosiconi in giù), in tutto quell’armamentario che è marchio di fabbrica del tipo umano noto come “toscanaccio”.

E non c’è dubbio che questo stile, in tutta la parabola ascendente del giovane Rottamatore, sia stato un grande punto di forza. Perché suonava fresco, giovane, lontano dal politichese paludato che albergava a sinistra, faceva anche ridere, ci si nascondevano alcuni buoni slogan – e non ultimo, era perfettamente coerente col personaggio e con la missione che quel personaggio si era dato. Si percepiva una stacco, una cesura, e la forza di attrazione che questo stile esercitava si è rivelata potentissima.

Ora, però, Matteo Renzi si è preso il partito, ed è salito a Palazzo Chigi già da un po’. Continuare col canovaccio dell’outsider chiaramente non ha più senso, ormai. Bisognerebbe calibrare un nuovo stile comunicativo, dunque, visto che quello usato sinora era pietra angolare di una narrazione che è stata efficacissima, ha funzionato benissimo, ha portato tanta fortuna, ma adesso è sfasata rispetto al contesto.

Il problema, invece, è che lo stile da toscanaccio è ancora lì, ben saldo. Un insopprimibile gusto per lo sfottò che però più che altro mette in evidenza questo sfasamento.

E non solo: rischia anzi di avere effetti controproducenti. Perché aiuta le vittime di questo sfottò permanente ad aumentare la confusione, sviare la discussione dal merito specifico e poter così agevolmente servirsi di formulette tanto insulse (“dittatoriale”, “autoritario”, “criptofascista”) quanto d’effetto. Prendiamo quest’ultimo caso: si decide di sostituire i membri in commissione, alle proteste (calcolate e strumentali?) si risponde muscolarmente, e si finisce col lasciare gioco facile a quelli che si lamentano non tanto della cosa in sé, ma – appunto – dello stile con cui viene fatta: dell’arroganza, dello sbeffeggio. E il punto della questione viene spostato, magicamente, altrove.

Servirebbe uno stile nuovo, quindi. Ma quale?

Io non sono nessuno, eh, ci mancherebbe, però se potessi consiglierei a Renzi di studiarsi un po’ più da vicino una pagina Facebook. Quella di Gianni Morandi.

Come saprete, Morandi è ormai il patrono social del Paese: la sua pagina Facebook – genuina o programmata, poco importa – è uno dei case study più eccitanti che il mondo italiano dell’interazione online possa offrire. Un misto di semplicità quotidiana, schiettezza e ingenuità tale da farti cadere le braccia; ma proprio nel momento in cui i gomiti toccano terra ti sembra tutto così al posto giusto, così in sincrono, così perfettamente stupido che ti sorge inevitabile il dubbio: ma non è che lui ora è lì dietro che ride, e il coglione sono io?

L’altro giorno, commentando la tragedia del naufragio nel Canale di Sicilia, Gianni Morandi ha pubblicato un post in cui ricorda quando i migranti eravamo noi, disperati senza niente come quelli di oggi, costretti – come loro – a soprusi, violenze e angherie.

Non l’avesse mai fatto: naturalmente, sulla pagina sono piovute decine di commenti dal tono “Ma che minchiata, noi andavamo a faticare ed eravamo sempre rispettosi, questi vengono qui e ci invadono e rubano e stuprano e spacciano e spaccano tutto e stanno negli hotel a tre stelle a farsi mantenere e gli danno 900 euro e si lamentano pure”. Bene, come risponde Gianni? Con cose così: “Davvero gli danno 900 euro? Sei proprio sicuro?”. O “Ma a questa storia che si lamentano del cibo, hai assistito personalmente?” A chi gli dice “Meglio che continui a cantare, va’, invece di dire ‘ste stronzate!” lui risponde amabile “Tra un po’ riprendo, un abbraccio”; e soprattutto, quando arriva quello che “Facile parlare quando si ha il portafogli pieno! Perché non te li prendi a casa tua?”, lui replica bonario “Ho una sola casa, tutti forse no ma qualcuno di loro potrei accoglierlo”.

Ora, c’è un errore che non dobbiamo fare. Non dobbiamo pensare, cioè, che nel rispondere così Morandi sia “buono”.

Al contrario. È cattivissimo. Solo che non lo fa vedere. Spiazza l’interlocutore disinnescando l’attacco, rinunciando al contrattacco esplicito ed evidente, e lo lascia lì, a fare la figura del deficiente che urla da solo. Si sottrae al gioco, insomma, eppure ne esce vincitore.

Ecco. A me piacerebbe che Matteo Renzi provasse a sviluppare uno stile così. Perché riuscirebbe in un colpo solo a condurre il gioco comunicativo (persino di più rispetto a quanto già non faccia) e a sottrarre munizioni agli avversari, a disinnescarne le armi. Non stravincerebbe più, ma vincerebbe definitivamente.

In una parola, non vorrei che fosse più buono. Al contrario, vorrei che fosse ancora più cattivo.

Ma in modo più sottile.

Se si è meglio del giornale che si legge

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Lo ammetto, appena ho letto della terribile vicenda degli spari al tribunale di Milano, in cui hanno perso la vita (pare) 4 persone, la prima cosa che ho pensato è stata “Chissà chi sarà il primo a suggerire, a imbastire la metafora e disegnare la similitudine, a evocare il clima d’odio contro la magistratura?”

Un paio di idee l’avevo, ovviamente, ma va detto che nessun bookmaker avrebbe accettato scommesse con quote così ridicolmente basse. E infatti.

Vince di un’incollatura Gherardo Colombo, che dopo il riferimento regolamentare al clima d’odio dice “Non dico che vi sia un collegamento, me ne guardo bene, ma certamente questa continua sottovalutazione del ruolo, di svalutazione dei magistrati, contribuisce a creare un clima.

Tradotto: non dico che vi sia un collegamento, me ne guardo bene, ma sotto sotto vi spiego che il collegamento c’è.

Piazza d’onore per Alessio Liberati, magistrato e collaboratore del Fatto Quotidiano (lo so, sembra ridondante), che titola il suo pezzo direttamente Delegittimare i giudici è un po’ come ucciderli. Scrive Liberati: “Nel caso di specie la morte del collega è dovuta certamente alla follia di un uomo, ma c’è da riflettere sul se una persona poco equilibrata possa in qualche modo sentirsi “più giustificata” a puntare un’arma contro dei terroristi, matti, eversivi, comunisti, che vogliono cambiare il voto e delegittimare se stessi, che si preoccupano solo di ferie e che se sbagliano non pagano mai.

Di nuovo, a beneficio del lettore, la traduzione: la morte del collega è certamente dovuta alla follia di un uomo, ma facciamo che dentro “follia di un uomo” ci mettiamo anche “responsabilità civile” e in generale “riforma della giustizia”, e che comunque quell’uomo lì non si vede, ma sotto sotto ha i tratti di Matteo Renzi.

Ordine d’arrivo facilmente prevedibile, evidentemente. Ma è stato a questo punto che ho pensato di concedermi un’ulteriore botta di vita e provare a fare una cosa che non faccio mai: leggere i commenti dei lettori del Fatto.

Pescando a caso:

Sarà che magari era sull’onda dell’emozione, ma il post mi sembra del tutto “scentrato”!
Che c’entra la morte di questo magistrato per mano di uno che ha dato di matto con la “delegittimazione”?

Che dire?
Leggere il suo articolo fa letteralmente cascare le braccia; una colossale occasione sprecata di rimanere in silenzio ed evitarsi di scrivere una quantità impressionante ed inutile di luoghi comuni.
Il fatto poi che sia un magistrato (…) a scrivere un articolo simile, giustifica e spiega le tantissime ed enormi perplessità che l’opinione pubblica nutre nei confronti di tanta parte della magistratura italiana.

Vedi alla voce sciacallaggio morale.

Strumentalizzazione di bassa lega. Il punto è come sia stato possibile entrare in un tribunale con una pistola. Il resto è fuffa corporativa.

E per finire il sublime:

Riprovo per la seconda e ultima volta a postare un commento, già cancellatomi in precedenza:

Caro Liberati,
detto senza acrimonia, con tutta la considerazione per lei e i magistrati: questo articolo, fa più bella figura se lo ritira.

Ecco.

Non so voi, ma se la maggior parte dei commenti a un articolo del Fatto sono di questo tipo, tutto sommato io credo che qualche speranza possa ancora esserci.