Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo

Io, forse, l’avrei comprato

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Parecchi anni fa, a Torino, un pomeriggio me ne andai alle bancarelle di libri usati di corso Siccardi e mi comprai una copia del Mein Kampf.

Era un periodo che mi ero messo in testa di scrivere una cosa sulla biopolitica e sulla metafora organicistica, l’immagine dello stato come corpo, e su come il nazismo porti questa metafora all’implosione, la trasformi da metafora a organizzazione statuale autentica e concreta – per citare Roberto Esposito, come il nazismo rappresenti una forma di “biologia politica realizzata”. Quindi, chiaramente dal Mein Kampf toccava passare.

Quella che trovai era un’edizione vecchia, del 1971, naturalmente con l’obbligatorio disclaimer nella prima pagina e nella quarta di copertina (“Questo libro viene ripubblicato oggi affinché l’uomo rifletta, giudichi e non dimentichi gli orrori che da esso scaturirono” – tutto maiuscolo). Mi misi a studiarla, sottolineando e segnandomi tutti i passaggi che mi sarebbero serviti per questo articolo sulla biopolitica. Ma dopo un po’ mi resi conto che c’erano certe pagine che mi lasciavano una sensazione strana addosso, un misto da un lato di inquietudine – prevedibile, dato il testo – e dall’altro di già sentito, di familiarità, invece decisamente inaspettata. E non si trattava neanche delle pagine che uno si immaginerebbe, quelle più feroci e truculente, ma di quelle un po’ più contenute, più blande – oddìo, se possono esserci pagine “blande” in un libro come il Mein Kampf.

A un certo punto capii qual era il problema: quando, dopo aver riletto una di quelle pagine, mi ritrovai a pensare “Ah, ma questa cosa mi pare di averla già sentita, uguale uguale, detta da qualcuno qualche giorno fa”. Quando realizzai che, su 260 pagine circa, una metà buona erano concetti, idee e formulazioni che ognuno di noi ha sentito mille volte al bar, sul pullman, per strada, magari anche a una cena in famiglia. Attenzione però, ripeto: non le cose più violente – “So ben io cosa ci vorrebbe, questi ladri farabutti, metterli tutti al muro e una bella scarica di mitra, altroché!”, avete presente no? – ma quelle più pacate, più sobrie, più “di buon senso”.

Ed è stato in quel momento che mi è venuto in mente un piccolo esperimento didattico-pedagogico: dare a un gruppo di ragazzi delle superiori un tema, in cui gli si chiede di commentare una di quelle pagine lì, ma senza rivelargli l’autore. Ecco, io sono sicuro che la stragrande maggioranza dei temi alla fine direbbe cose come “Sì, è vero, l’autore ha ragione perché è importante che uno degli obiettivi dello stato sia difendere e rinsaldare la fibra etica del suo popolo contro chi invece pensa solo al proprio interesse, e infetta così tutto il corpo della nazione come un virus che porta inevitabilmente alla malattia morale e alla morte, eccetera eccetera”. Poi, una settimana dopo, riportare in classe i temi, distribuirli e rivelare chi è, “l’autore”. E vedere cosa succede.

Perché se c’è una cosa che ormai abbiamo interiorizzato in maniera così profonda, intima ed inestirpabile da renderla una verità immediatamente autoevidente è proprio questa: quello lì, “l’autore”, è il Male. Tanto che per noi si tratta essenzialmente di una tautologia: non è che fosse cattivo, non è che fosse malvagio – era il Male, punto. Quindi da quel lato lì siamo abbastanza schermati, abbastanza protetti: al netto di una quota tutto sommato numericamente trascurabile di nostalgici e pazzi, è estremamente difficile trovare uno che non associ immediatamente il nazismo al Male, quello proprio con la M maiuscola, assoluto e totale.

E scoprire che, invece, noi stessi abbiamo usato quattro pagine fitte fitte di foglio protocollo per spiegare come fosse saggia e giusta una cosa che proviene direttamente dalla bocca dell’inferno, dal Male più Male che riusciamo a immaginare, secondo me avrebbe un salutare effetto di shock. Perché ci ricorderebbe che quello lì, “l’autore”, era sì il Male, ma non era diverso da noi, non era un’altra cosa, diversa e mostruosa: e la distanza che abbiamo interposto fra lui e noi, fra la sua sostanza e la nostra, in realtà non esiste.

Quello lì era come noi: potremmo essere noi.

Non era né un demonio né un titano: era uno che diceva cose che ognuno di noi ha sentito mille volte al bar, sul pullman, per strada, magari anche a una cena in famiglia. E chissà, magari qualche volta le abbiamo pure dette, quelle cose, senza pensarci troppo su perché ci sembravano “di semplice buon senso”.

Ecco, probabilmente sarà una terribile banalità, ma a me leggere il Mein Kampf molto più che ad Adolf Hitler ha fatto pensare ad Adolf Eichmann, e ad Hannah Arendt.

 

Insomma, tutto questo per dire: sì, sarà stata sicuramente una squallida manovra di marketing, sarà stata sicuramente una provocazione becera e offensiva, però io forse il Giornale dell’altro giorno l’avrei comprato. Magari alla fine no, ma forse invece sì.

Io se fossi romano

Roma

Napoli, con De Magistris dato più o meno da tutti come vincente già al primo turno, la do per persa, ma già dal 2011.

Milano boh, è veramente incerta, chissà; e Torino dai, nonostante tutto, credo proprio che sia davvero improbabile che Fassino non ce la faccia. (E comunque, potessi, a Milano voterei Teresa e a Torino Davide, per la cronaca.)

Ma Roma, ecco, Roma è proprio complicata.

Io all’inizio mi ero fatto in testa un film ben preciso, e cioè: da una parte Grillo candida Raggi perché sa benissimo che quel profilo lì può acchiappare a destra, dall’altra Raggi dice cose che sembrano proprio parlare a quella parte lì, e infine Berlusconi candida uno come Bertolaso – una mossa il cui sottotesto a me sembrava essere uno solo: vincere non possiamo né ci interessa, visto il casino che è Roma, e quindi noi vi candidiamo uno invotabile, perché Bertolaso lo odiano tutti indistintamente; dunque, voi romani di destra che piuttosto che votare a sinistra vi tagliate la mano ma uno come Bertolaso lo detestate fatevi due conti, e votate Raggi.

Poi però c’è stato il momento dell’incertezza, vi ricordate, quando il Cav era indeciso se proseguire con Bertolaso o sterzare su Meloni, e a me sembrava che l’ipotesi Meloni fosse fatta apposta per creare furbescamente problemi a Raggi – visto che in parte i bacini elettorali delle due candidate sono sovrapposti.
Ma poi quello se n’è uscito con la mossa del cavallo pazzo – mollare Bertolaso e Meloni e candidare Alfio – e io ho proprio pensato che in realtà era una cosa molto astuta. Brutta eh, ma astuta.

Perché candidare uno come Marchini, che potenzialmente prende da tutti i bacini elettorali, significa certificare l’impossibilità che qualcuno vinca al primo turno, ridurre parecchio i distacchi fra tutti e aprire ufficialmente l’opzione “Casino Totale” per il ballottaggio. È, insomma, un modo per aumentare il proprio peso: in uno scenario in cui comunque non puoi vincere, almeno rompi i coglioni un po’ a tutti.

Quindi, davvero chi lo sa come va a finire lì.

Comunque, nonostante l’incertezza, io se fossi romano a questo giro sarei contento.

Perché per una volta andrei a votare soddisfatto della crocetta che metterei, e dei nomi che scriverei.

Metterei la crocetta su Giachetti sindaco – e chi ogni tanto passa di qui sa già perché – e soprattutto scriverei due bei nomi per il consiglio comunale.

Uno è quello di Anna Paola Concia, l’altro quello di Alessandro Capriccioli, aka Metilparaben.

Io se fossi romano lo farei, e sarei contento.

Amici romani, se domenica voi che potete lo farete, secondo me poi sarete contenti anche voi.

#CiaoMarco, e però

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Sì, la tristezza, il dispiacere e il dolore, la sensazione che d’ora in poi a far certe battaglie si sarà un po‘ più soli, ma devo confessare che a me la notizia della morte di Marco Pannella ha fatto soprattutto salire su una enorme, furiosa ed insopprimibile rabbia.
Rabbia non perché sia morto – chi non se l’aspettava, conciato com’era? – ma per lo spettacolo di emozione e commozione che si sta consumando nei media, sui social, ovunque.
Intendiamoci: Pannella meritava, e merita ora, questo e ben altro. Ma molti di quelli che stanno intasando timeline e bacheche con #CiaoMarco sono gli stessi dei Davigo, dei Travaglio, di “buttate via la chiave!”, di “No, questi referendum li ha firmati pure Berlusconi quindi sono contrario”. Gente che pensa cose che Pannella riteneva, giustamente, abominevoli, e che potesse tornerebbe in vita un paio di giorni solo per andare in giro, trovarli uno per uno e prenderli metaforicamente a ceffoni.
Con questo non voglio dire, naturalmente, che ci sia un diritto esclusivo al ricordo e alla celebrazione, che solo chi la pensa come lui possa oggi commemorarlo – e anzi, bene se nel frattempo si è cambiato parere: ma farne un altro santino del nostro Pantheon senza avere la minima idea delle cose che diceva e per cui si batteva è proprio il modo peggiore di ricordarlo, e invece il modo migliore per neutralizzarlo e renderlo inerte, innocuo. Rinchiuderlo con i referendum sul divorzio e sull’aborto in una teca del Museo dei Padri della Patria, e dimenticarselo lì, a prendere polvere. Inutile e inoffensivo.
Una cosa che fa incazzare moltissimo me, che condivido tante delle sue idee ma non amavo particolarmente i suoi metodi,  figuratevi lui.

Ma fosse stato vero, cambiava qualcosa?

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La spiegazione piuttosto innovativa data da Erasmo d’Angelis, direttore dell’Unità, riguardo alla supposta partecipazione della candidata M5S a Roma Virginia Raggi a Meno male che Silvio c’è, indimenticato e indimenticabile spot di Forza Italia per la campagna elettorale del 2008, a me non ha fatto scattare quella cosa di “Ma come avete ridotto il giornale di Antonio Gramsci!” che, noto, è ormai riflesso automatico per molti.

Non l’ha fatto perché credo di essere abbastanza immune dal complesso del Pantheon, così diffuso a sinistra – e quindi non mi viene da mitizzare né l’Unità né tantomeno Gramsci, perché ho proprio un grosso problema coi santini e gli album di famiglia da sfogliare sospirando.

Mentre però un sacco di gente si dedicava con sforzi degni di miglior causa o a rivedere il video per capire se era davvero lei, oppure a redigere paginate sui social per deprecare la fine della sinistra, a me ha colpito un’altra cosa.

Mi ha colpito che quasi nessuno si sia posto quella che, secondo me, è la vera domanda.

E cioè: ma veramente l’eventuale partecipazione 8 anni fa di un avversario politico – come Raggi – a un’iniziativa di campagna elettorale per Berlusconi è utilizzabile come argomento?

Sul serio il punto è “ma è vero oppure no?”

Sul serio il punto è quello, e non invece che una cosa del genere possa essere ritenuta un appiglio credibile per mettere in difficoltà il proprio competitor?

Insomma, ancora à la guerre comme à la guerre – perché certe eredità concettuali che la diade berlusconismo/antiberlusconismo ci ha lasciato in dono facciamo veramente fatica a buttarle via, e invece quanto staremmo meglio senza.

Comunque, no

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Comunque, no.

Non che interessi a qualcuno, ma non ho votato per il referendum (impropriamente definito) sulle trivelle.

Non ho votato perché non ho trovato motivazioni che mi convincessero, sul piano delle argomentazioni razionali, della bontà del sì. Dato il contesto energetico, economico e quello che volete voi, il rinnovo automatico delle concessioni alla fine della scadenza naturale (e, si noti bene: non “per sempre”, ma “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”) mi sembra la scelta migliore.

Non ho votato perché certo, ci sono un sacco di questioni di importanza fondamentale di mezzo: la strategia energetica nazionale, il tema degli oneri per le concessioni estrattive, e molte altre. Ma sono cose che non rientrano nel quesito referendario, che ha una portata molto più limitata e tecnica.

Per questo, non riesco a trovare condivisibile la motivazione per cui “bisogna votare sì per mandare un segnale”: perché capisco cosa si vuole dire, ma alla fine è anche quella una forma di strumentalizzazione del referendum. Cioè, si riconosce che la domanda posta è quasi irrilevante (perché, nei fatti, lo è) per spostare il tutto su un piano simbolico: in sostanza, si risponde a qualcos’altro. Che però non è proprio il modo migliore di affrontare un referendum, almeno secondo me.

Quindi, a livello di principio sarei un sostenitore del No: ma sono anche abbastanza realista, credo, e so che quando si tratta di referendum il punto è il raggiungimento del quorum, non “chi vince fra promotori e contrari”. Dunque, non ho votato, perché – da sostenitore del no – speravo appunto che vincesse il No: cosa che è accaduta senza il raggiungimento del quorum.

Non ho votato perché, inoltre e ancora prima, non credo che una questione del genere dovrebbe essere demandata al voto popolare. Perché è una questione tecnica, da inquadrare in un contesto specifico che richiede competenze specifiche in più ambiti (energetico, economico, giuridico); e se da un lato è vero che a ragionare così allora tanto vale metterci un governo di tecnici e basta, dall’altro non è pensabile che su temi del genere la mia opinione valga come quella di un esperto di settore – provocatoriamente, potremmo dire che non è pensabile che “un voto vale uno”, per citare uno slogan molto in voga.

Non ho votato anche se non è che abbia apprezzato molto la campagna #unmarediballe del PD. Non perché non ne siano state dette – anzi, anche se secondo me ne hanno dette un po’ di più quelli del sì – ma perché credo che una comunicazione impostata così rischi, alla lunga, di essere controproducente. Come si diceva da queste parti qualche tempo fa, Renzi tende a voler stravincere, mentre potrebbe essere più sottile (e più cattivo) se si accontentasse di vincere.

Non ho votato perché ho notato populismi sfrenati, che spostavano clamorosamente il piano della questione portandolo a livelli che col referendum non c’entravano nulla; e il ricordo del post-2011, con la gente che è davvero convinta che “grazie al nostro voto l’acqua è rimasta pubblica”, è ancora molto vivo in me.

Non ho votato perché mi ha dato veramente molto fastidio questa cosa che “bisogna andare a votare perché i nostri nonni sono morti per poterci dare di nuovo la possibilità di votare”. No, i nostri nonni hanno fatto la Resistenza e sono morti proprio per poterci dare la possibilità di scegliere se e chi votare – non per obbligarci a farlo, come appunto durante il ventennio. E poi c’è questa cosa che penso da qualche anno (anche se non dubito che qualcuno passando di qui penserà che la dica solo pro domo Renzi), che a volte scambiamo il voto per l’unico momento in cui “si fa politica”. Forse perché veniamo da decenni di elezioni vissute come situazioni di emergenza, come scontri apocalittici fra Bene e Male, ma abbiamo finito col trasformare il voto nell’unica azione politica, che include ed esaurisce tutta la vita politica del cittadino. Che va benissimo, eh, anzi, magari è anche una cosa positiva, ma basta che non cadiamo nella retorica semi-escatologica che ci abbiamo costruito intorno.

In tutto questo, poi, una cosa mi è venuta in mente.

Molti si sono lamentati di come la campagna sia stata condotta ponendo al centro, molto più che la questione in oggetto, Renzi ed il governo, come se anche con questo referendum si trattasse di “confermare la fiducia” o “dare la spallata”.

Ora, non so voi, ma credo che se avesse vinto il sì la voce di chi avrebbe detto “bene, il risultato è che le concessioni non verranno rinnovate” sarebbe stata sovrastata immediatamente dalle urla “RENZI A CASAAAAAAA!!!”. Renzi che, dall’altro lato, ci ha messo del suo per personalizzare lo scontro (e abbiamo già visto, con le Europee, che funziona).

Quindi, a me sembra abbastanza evidente che sì, ok, c’era scritto “referendum sulle trivelle”, ma si leggeva “amministrative di Roma e Milano”. Cioè: entrambi gli schieramenti (in particolare: PD e M5S) puntavano sul risultato del referendum, relativamente poco importante, come volano per la campagna che eleggerà i due sindaci più importanti d’Italia, con tutto il carico simbolico che portano con sé. E, guardando ancora più lontano, per il referendum costituzionale di ottobre. Da qui l’astronomica tensione dello scontro.

Vedremo, dunque.

Ma certo una cosa, da ateo sbattezzato, credo di poterla dire: iddìo ci scampi e liberi da referendum, e campagne referendarie, del genere.

Il Congresso che vorrei

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Al netto delle storiacce che continuano, inaccettabilmente, a ripetersi, e che continuano a generare una quantità di dibattito sicuramente necessario ma talvolta strumentale, io sono contento che Roberto Giachetti abbia vinto le Primarie a Roma.

Sono contento perché molte delle cose che pensa lui le penso anche io. Sulla giustizia, ad esempio, o sulle preferenze.

Perché è uno che viene dai Radicali – e come una volta disse Filippo Facci, un radicale è per sempre. E quei due-tre che ogni tanto passan di qua credo ormai abbiano capito che io, alla fine, sono un Radicale vestito da piddino, e quindi con uno come Giachetti non posso che avere una profonda corrispondenza d’amorosi sensi – e finisco anche col chiudere un occhio sull’utilizzo da parte sua di strumenti come lo sciopero della fame, che, pur consustanziali alla storia radicale, a me rimangono sempre un po’ qui sul gozzo.

Eppure, nonostante tutto, sono anche un po’ triste.

Perché Roma, oggi, è un tizzone ardente che, se tocca a te prenderlo in mano, è molto probabile che ti bruci prima le dita, poi tutto il braccio, e infine ti riduca in un mucchietto di cenere. È pur vero che Giachetti proviene dalle ultime esperienze politiche ed amministrative di un certo successo, nella capitale, e che conosce quell’ambiente perfettamente, sa come muoversi: ma la situazione è talmente degenerata, fra Marino, Mafia Capitale e commissariamenti, che il rischio c’è (eufemismo).

Ed ecco, io sono anche un po’ triste perché se c’è uno che davvero non vorrei vedere bruciato, o meglio, che come partito credo non possiamo permetterci di bruciare, è proprio Giachetti.

Vedete, il fatto è che io ho un sogno. Per comodità di lettura, potete trovarlo qui di seguito in corsivo.

Siamo in periodo di Congresso del PD (improbabile già nel 2017, visto che Renzi sarà ancora là, quindi facciamo il Congresso successivo).

Nel partito, dopo un periodo travagliato e di forte tensione, si sono delineati in maniera netta due schieramenti. Da un lato, si è ormai certificata un’area di stampo liberale, che ha raccolto l’ “eredità politica” di Renzi – cioè, essenzialmente, il suo aver ricondotto all’interno del partito il filone del liberalismo di sinistra – ed ha finalmente trovato un leader all’altezza della situazione, preparato come Renzi non avrebbe mai potuto essere e deciso a portare nel perimetro della sinistra quei principi liberali che ancora stentano a farsi strada, ad esempio un deciso garantismo. Dall’altra parte, la tradizione più marcatamente socialdemocratica ha visto cadere uno dietro l’altro tutti gli autoproclamatisi campioni, per raccogliersi infine dietro l’unico esponente realmente di alto profilo, da ogni punto di vista: quello politico, quello strategico, quello comunicativo, quello dell’esperienza sul territorio. E la cosa buffa, a pensarci, è che entrambi i candidati giunti a sfidarsi in questo Congresso provengano da quello che, da qualche anno, è ormai noto come “Laboratorio Lazio”: stiamo infatti parlando di Roberto Giachetti per l’area liberale, e di Nicola Zingaretti per quella socialdemocratica.

Ecco.

Voi datemi fra qualche anno un Congresso così, e io posso pure morire felice.