Sì, e due pensierini per dopo

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Questo blog, nella persona del suo tenutario, vota Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre – anzi, per la precisione ha già votato, visto che chi vive all’estero ha dovuto rispedire le schede ai consolati nei giorni scorsi.

Vota Sì per parecchi motivi, che in tanti hanno saputo mettere per iscritto con molta efficacia: motivi nel merito della riforma, motivi di ordine più prettamente politico, motivi di respiro più ampio, e motivi che li raccolgono un po’ tutti quanti.

Poi, se volete approfondire ulteriormente, potete dare un’occhiata anche alla sezione dedicata alla riforma e al referendum sul sito del PD Germania: questo blog – sempre nella persona del suo tenutario, che del PD Germania fa parte – ha collaborato alla creazione e alla pubblicazione del materiale, un tentativo di spiegare perché votare Sì fornendo dati e argomentazioni ragionate al di là degli slogan e dei “moriremo tutti” del caso.

Ora che ci siamo tolti il pensiero della dichiarazione di voto, un paio di altre considerazioni però val la pena di farle.

Da iscritto PD, questa campagna referendaria è stata abbastanza demoralizzante.

Se passate di qui forse lo sapete, gli scontri interni e la dialettica anche molto aspra non mi spaventano, anzi: penso siano legittimi, comprensibili e necessari, se un partito deve essere uno spazio contendibile.

Quello che mi spaventa, però, è l’incapacità di separare i momenti, di distinguere la fase rituale in cui ci si scanna e quella – successiva – in cui invece si collabora con chi dallo scontro è uscito vincitore e ha guadagnato il diritto di rappresentare “la linea” del partito.

Questa incapacità, purtroppo, è un marchio di fabbrica della sinistra italiana, ed ha come spiacevole conseguenza che praticamente ogni dieci minuti c’è nel PD un regolamento di conti che si trascina dall’ultimo Congresso, o un anticipo del prossimo.

A me fa piacere che, stavolta, una ricomposizione ci sia stata (anche se non con tutti); meno, però, che a farne le spese sia stato quello che per me era il punto di forza dell’Italicum, il doppio turno/ballottaggio. Infatti, non solo un ballottaggio a due tende a favorire una bipolarizzazione del sistema (che per me è un bene, però se ne può discutere), ma fornisce anche una ulteriore “legittimazione popolare” al premio di maggioranza, dato che per vincere bisogna prendere la maggioranza assoluta dei voti: non dobbiamo fare l’errore, infatti, di pensare che il voto espresso al secondo turno sia in qualche modo “meno valido” di quello espresso al primo turno. Comunque, ora a quanto pare il ballottaggio è storia, vedremo se – come io mi auguro – si riuscirà in qualche modo a farlo tornare.

Anche come semplice osservatore, però, non c’è stato molto da star allegri.

Naturalmente ci sono state belle eccezioni, ma l’impressione da parte di entrambi gli schieramenti è stata che l’obiettivo principale, più che di convincere la gente, fosse caricare a palla la propria fandom, in un crescendo di cori da stadio, slogan e parole d’ordine che nella quasi totalità dei casi sono risultati essere delle cazzate micidiali – con una per me leggera prevalenza, non me ne vogliano, da parte dei sostenitori del No.

Una scelta di comunicazione che ha completamente trascurato quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo, gli incerti/indecisi: invece di puntare a conquistare quelli, si è preferito rinforzare e compattare i propri ranghi, spostando la disputa su toni di grillismo andante che è poi LA sconfitta per tutto il dibattito pubblico, non solo per la sinistra e per il PD.

Poi per carità, non sono mancate fortunatamente le discussioni valide e interessanti, nel merito (tecnico e politico) e con gente che aveva voglia di confrontarsi, e non solo e necessariamente di litigare o insultare – sono abbastanza sicuro che più o meno tutti ne abbiamo fatte almeno un paio: e questo, in qualche modo, fa ben sperare.

Una cosa però: l’argomento “eh ma voti come [inserire nome proprio di Male Assoluto]!”, corredato magari di foto di Renzi e Verdini da una parte, e di Anpi e Forza Nuova dall’altra, lasciatelo stare. Perché un uomo molto saggio, tanti anni fa, ci spiegò che “en politique on peut choisir ses ennemis, on ne peut pas choisir ses alliés”.

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Del progresso morale e civile degli italiani, o di una foto di Luigi Di Maio

Ci sono alcuni momenti, nella vita di una nazione, in cui l’opportunità di un autentico progresso civile, sociale e culturale si presenta nel modo più inaspettato, come un dettaglio secondario, un particolare da trafiletto di penultima pagina.
Rivela molto dell’Italia di oggi che un’occasione di questo tipo si sia materializzata, in questi giorni, in forma di fotografia di Luigi Di Maio, Vicepresidente della Camera dei Deputati e uno dei leader in pectore del Movimento 5Stelle. 
La vicenda probabilmente la sapete: ospite in Campania di un evento per il No al referendum del 4 dicembre, Di Maio va poi a cena in un ristorante e si fa una foto insieme a uno dei proprietari del locale – che va tutto bene, non fosse che quest’uomo è fratello di un imprenditore coinvolto nella vicenda della Terra dei Fuochi e collaboratore di giustizia: più che sufficiente perché si aprisse la polemica. 
Alcuni attaccano e basta, altri fanno notare un certo doppio standard, che certo esiste ma come nota Massimo Bordin la ritorsione non è mai un grande argomento
Io però leggo queste reazioni, mi ricordo del casino della lobby dei malati di cancro e delle bordate quando iniziarono a spuntare i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini, e penso che no, cazzo, non possiamo anche stavolta finire con l’usare i loro stessi argomenti, la loro stessa logica, il loro stesso manicheismo. Perché sulla storia della lobby dei malati l’unica cosa giusta da dire era “Sì, è vero, certo che sono una lobbyperché lobby non è una brutta parola, e siamo lieti che finalmente l’abbiate capito anche voi”; e sugli indagati l’unica cosa giusta da dire era “Anche secondo noi un avviso di garanzia non equivale a una condanna, perché siamo garantisti sempre, sappiamo bene cosa succede quando si amministra una realtà complessa come un comune o una grande città, e siamo lieti che ora sia diventato chiaro anche a voi come ognuno sia innocente fino a prova contraria e colpevole solo dopo tre gradi di giudizio”. 
Mettersi lì col dito puntato, ripetendo fra sghignazzi e pernacchie “Ahah, lo vedete, parlate tanto di purezza e onestà e poi invece siete come gli altri, anzi pure peggio” non solo è una stronzata micidiale (davvero pensiamo che “onestà” sia quella cosa lì? Davvero?), ma è il miglior modo per aprire la strada alla prossima incarnazione del grillismo, al suo semplicistico moralismo, al suo giustizialismo da manette e forconi. Significa accettare di giocare una partita di imbarbarimento che per definizione non si può vincere, perché Grillo è troppo avanti e lo fa meglio, ma che soprattutto non dobbiamo voler vincere. Perché l’obiettivo – non solo nostro come partito: nostro come opinione pubblica, nostro come “tutti” – è capire che la realtà è una roba complessa che richiede competenze, preparazione e studio, in cui più che il bianco e il nero esistono una miriade di grigi fra i quali bisogna imparare con fatica a districarsi. Banalizzare e semplificare, non andare troppo per il sottile e vantarsene, replicare quegli schemi mentali lì invece è proprio certificare la sconfitta: è ammettere che si è diventati uguali alla destra, a quella brutta.
Per cui, mio caro PD, ti prego: sulla foto di Di Maio, non farti sfuggire l’occasione e di’ la cosa giusta. Ne va di te, del tuo futuro, persino di quello dei tuoi avversari, che possono diventare finalmente “adulti”. Ma ne va un po’ del futuro di tutti noi.

Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo

Io se fossi romano

Roma

Napoli, con De Magistris dato più o meno da tutti come vincente già al primo turno, la do per persa, ma già dal 2011.

Milano boh, è veramente incerta, chissà; e Torino dai, nonostante tutto, credo proprio che sia davvero improbabile che Fassino non ce la faccia. (E comunque, potessi, a Milano voterei Teresa e a Torino Davide, per la cronaca.)

Ma Roma, ecco, Roma è proprio complicata.

Io all’inizio mi ero fatto in testa un film ben preciso, e cioè: da una parte Grillo candida Raggi perché sa benissimo che quel profilo lì può acchiappare a destra, dall’altra Raggi dice cose che sembrano proprio parlare a quella parte lì, e infine Berlusconi candida uno come Bertolaso – una mossa il cui sottotesto a me sembrava essere uno solo: vincere non possiamo né ci interessa, visto il casino che è Roma, e quindi noi vi candidiamo uno invotabile, perché Bertolaso lo odiano tutti indistintamente; dunque, voi romani di destra che piuttosto che votare a sinistra vi tagliate la mano ma uno come Bertolaso lo detestate fatevi due conti, e votate Raggi.

Poi però c’è stato il momento dell’incertezza, vi ricordate, quando il Cav era indeciso se proseguire con Bertolaso o sterzare su Meloni, e a me sembrava che l’ipotesi Meloni fosse fatta apposta per creare furbescamente problemi a Raggi – visto che in parte i bacini elettorali delle due candidate sono sovrapposti.
Ma poi quello se n’è uscito con la mossa del cavallo pazzo – mollare Bertolaso e Meloni e candidare Alfio – e io ho proprio pensato che in realtà era una cosa molto astuta. Brutta eh, ma astuta.

Perché candidare uno come Marchini, che potenzialmente prende da tutti i bacini elettorali, significa certificare l’impossibilità che qualcuno vinca al primo turno, ridurre parecchio i distacchi fra tutti e aprire ufficialmente l’opzione “Casino Totale” per il ballottaggio. È, insomma, un modo per aumentare il proprio peso: in uno scenario in cui comunque non puoi vincere, almeno rompi i coglioni un po’ a tutti.

Quindi, davvero chi lo sa come va a finire lì.

Comunque, nonostante l’incertezza, io se fossi romano a questo giro sarei contento.

Perché per una volta andrei a votare soddisfatto della crocetta che metterei, e dei nomi che scriverei.

Metterei la crocetta su Giachetti sindaco – e chi ogni tanto passa di qui sa già perché – e soprattutto scriverei due bei nomi per il consiglio comunale.

Uno è quello di Anna Paola Concia, l’altro quello di Alessandro Capriccioli, aka Metilparaben.

Io se fossi romano lo farei, e sarei contento.

Amici romani, se domenica voi che potete lo farete, secondo me poi sarete contenti anche voi.

#CiaoMarco, e però

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Sì, la tristezza, il dispiacere e il dolore, la sensazione che d’ora in poi a far certe battaglie si sarà un po‘ più soli, ma devo confessare che a me la notizia della morte di Marco Pannella ha fatto soprattutto salire su una enorme, furiosa ed insopprimibile rabbia.
Rabbia non perché sia morto – chi non se l’aspettava, conciato com’era? – ma per lo spettacolo di emozione e commozione che si sta consumando nei media, sui social, ovunque.
Intendiamoci: Pannella meritava, e merita ora, questo e ben altro. Ma molti di quelli che stanno intasando timeline e bacheche con #CiaoMarco sono gli stessi dei Davigo, dei Travaglio, di “buttate via la chiave!”, di “No, questi referendum li ha firmati pure Berlusconi quindi sono contrario”. Gente che pensa cose che Pannella riteneva, giustamente, abominevoli, e che potesse tornerebbe in vita un paio di giorni solo per andare in giro, trovarli uno per uno e prenderli metaforicamente a ceffoni.
Con questo non voglio dire, naturalmente, che ci sia un diritto esclusivo al ricordo e alla celebrazione, che solo chi la pensa come lui possa oggi commemorarlo – e anzi, bene se nel frattempo si è cambiato parere: ma farne un altro santino del nostro Pantheon senza avere la minima idea delle cose che diceva e per cui si batteva è proprio il modo peggiore di ricordarlo, e invece il modo migliore per neutralizzarlo e renderlo inerte, innocuo. Rinchiuderlo con i referendum sul divorzio e sull’aborto in una teca del Museo dei Padri della Patria, e dimenticarselo lì, a prendere polvere. Inutile e inoffensivo.
Una cosa che fa incazzare moltissimo me, che condivido tante delle sue idee ma non amavo particolarmente i suoi metodi,  figuratevi lui.

Ma fosse stato vero, cambiava qualcosa?

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La spiegazione piuttosto innovativa data da Erasmo d’Angelis, direttore dell’Unità, riguardo alla supposta partecipazione della candidata M5S a Roma Virginia Raggi a Meno male che Silvio c’è, indimenticato e indimenticabile spot di Forza Italia per la campagna elettorale del 2008, a me non ha fatto scattare quella cosa di “Ma come avete ridotto il giornale di Antonio Gramsci!” che, noto, è ormai riflesso automatico per molti.

Non l’ha fatto perché credo di essere abbastanza immune dal complesso del Pantheon, così diffuso a sinistra – e quindi non mi viene da mitizzare né l’Unità né tantomeno Gramsci, perché ho proprio un grosso problema coi santini e gli album di famiglia da sfogliare sospirando.

Mentre però un sacco di gente si dedicava con sforzi degni di miglior causa o a rivedere il video per capire se era davvero lei, oppure a redigere paginate sui social per deprecare la fine della sinistra, a me ha colpito un’altra cosa.

Mi ha colpito che quasi nessuno si sia posto quella che, secondo me, è la vera domanda.

E cioè: ma veramente l’eventuale partecipazione 8 anni fa di un avversario politico – come Raggi – a un’iniziativa di campagna elettorale per Berlusconi è utilizzabile come argomento?

Sul serio il punto è “ma è vero oppure no?”

Sul serio il punto è quello, e non invece che una cosa del genere possa essere ritenuta un appiglio credibile per mettere in difficoltà il proprio competitor?

Insomma, ancora à la guerre comme à la guerre – perché certe eredità concettuali che la diade berlusconismo/antiberlusconismo ci ha lasciato in dono facciamo veramente fatica a buttarle via, e invece quanto staremmo meglio senza.

Comunque, no

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Comunque, no.

Non che interessi a qualcuno, ma non ho votato per il referendum (impropriamente definito) sulle trivelle.

Non ho votato perché non ho trovato motivazioni che mi convincessero, sul piano delle argomentazioni razionali, della bontà del sì. Dato il contesto energetico, economico e quello che volete voi, il rinnovo automatico delle concessioni alla fine della scadenza naturale (e, si noti bene: non “per sempre”, ma “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”) mi sembra la scelta migliore.

Non ho votato perché certo, ci sono un sacco di questioni di importanza fondamentale di mezzo: la strategia energetica nazionale, il tema degli oneri per le concessioni estrattive, e molte altre. Ma sono cose che non rientrano nel quesito referendario, che ha una portata molto più limitata e tecnica.

Per questo, non riesco a trovare condivisibile la motivazione per cui “bisogna votare sì per mandare un segnale”: perché capisco cosa si vuole dire, ma alla fine è anche quella una forma di strumentalizzazione del referendum. Cioè, si riconosce che la domanda posta è quasi irrilevante (perché, nei fatti, lo è) per spostare il tutto su un piano simbolico: in sostanza, si risponde a qualcos’altro. Che però non è proprio il modo migliore di affrontare un referendum, almeno secondo me.

Quindi, a livello di principio sarei un sostenitore del No: ma sono anche abbastanza realista, credo, e so che quando si tratta di referendum il punto è il raggiungimento del quorum, non “chi vince fra promotori e contrari”. Dunque, non ho votato, perché – da sostenitore del no – speravo appunto che vincesse il No: cosa che è accaduta senza il raggiungimento del quorum.

Non ho votato perché, inoltre e ancora prima, non credo che una questione del genere dovrebbe essere demandata al voto popolare. Perché è una questione tecnica, da inquadrare in un contesto specifico che richiede competenze specifiche in più ambiti (energetico, economico, giuridico); e se da un lato è vero che a ragionare così allora tanto vale metterci un governo di tecnici e basta, dall’altro non è pensabile che su temi del genere la mia opinione valga come quella di un esperto di settore – provocatoriamente, potremmo dire che non è pensabile che “un voto vale uno”, per citare uno slogan molto in voga.

Non ho votato anche se non è che abbia apprezzato molto la campagna #unmarediballe del PD. Non perché non ne siano state dette – anzi, anche se secondo me ne hanno dette un po’ di più quelli del sì – ma perché credo che una comunicazione impostata così rischi, alla lunga, di essere controproducente. Come si diceva da queste parti qualche tempo fa, Renzi tende a voler stravincere, mentre potrebbe essere più sottile (e più cattivo) se si accontentasse di vincere.

Non ho votato perché ho notato populismi sfrenati, che spostavano clamorosamente il piano della questione portandolo a livelli che col referendum non c’entravano nulla; e il ricordo del post-2011, con la gente che è davvero convinta che “grazie al nostro voto l’acqua è rimasta pubblica”, è ancora molto vivo in me.

Non ho votato perché mi ha dato veramente molto fastidio questa cosa che “bisogna andare a votare perché i nostri nonni sono morti per poterci dare di nuovo la possibilità di votare”. No, i nostri nonni hanno fatto la Resistenza e sono morti proprio per poterci dare la possibilità di scegliere se e chi votare – non per obbligarci a farlo, come appunto durante il ventennio. E poi c’è questa cosa che penso da qualche anno (anche se non dubito che qualcuno passando di qui penserà che la dica solo pro domo Renzi), che a volte scambiamo il voto per l’unico momento in cui “si fa politica”. Forse perché veniamo da decenni di elezioni vissute come situazioni di emergenza, come scontri apocalittici fra Bene e Male, ma abbiamo finito col trasformare il voto nell’unica azione politica, che include ed esaurisce tutta la vita politica del cittadino. Che va benissimo, eh, anzi, magari è anche una cosa positiva, ma basta che non cadiamo nella retorica semi-escatologica che ci abbiamo costruito intorno.

In tutto questo, poi, una cosa mi è venuta in mente.

Molti si sono lamentati di come la campagna sia stata condotta ponendo al centro, molto più che la questione in oggetto, Renzi ed il governo, come se anche con questo referendum si trattasse di “confermare la fiducia” o “dare la spallata”.

Ora, non so voi, ma credo che se avesse vinto il sì la voce di chi avrebbe detto “bene, il risultato è che le concessioni non verranno rinnovate” sarebbe stata sovrastata immediatamente dalle urla “RENZI A CASAAAAAAA!!!”. Renzi che, dall’altro lato, ci ha messo del suo per personalizzare lo scontro (e abbiamo già visto, con le Europee, che funziona).

Quindi, a me sembra abbastanza evidente che sì, ok, c’era scritto “referendum sulle trivelle”, ma si leggeva “amministrative di Roma e Milano”. Cioè: entrambi gli schieramenti (in particolare: PD e M5S) puntavano sul risultato del referendum, relativamente poco importante, come volano per la campagna che eleggerà i due sindaci più importanti d’Italia, con tutto il carico simbolico che portano con sé. E, guardando ancora più lontano, per il referendum costituzionale di ottobre. Da qui l’astronomica tensione dello scontro.

Vedremo, dunque.

Ma certo una cosa, da ateo sbattezzato, credo di poterla dire: iddìo ci scampi e liberi da referendum, e campagne referendarie, del genere.