Io non so

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I quattro gatti che talvolta capitano su questo blog forse avranno visto che, nonostante ne condivida bei pezzoni di visione politica, qualche critica a Matteo Renzi nel mio piccolissimo l’ho mossa anche io. Mi sembrava che il suo farsi da parte dopo le primarie fosse un attendismo un po’ viscido di stampo dalemiano, mascherato da lealtà al partito.

Bene, dare la disponibilità a guidare un governo, oggi, come Renzi ha fatto, devo dire che tutto è tranne mancanza di coraggio. Oggettivamente, accettare di prendersi una croce come quella della premiership in un “governissimo”-“di larghe intese”-“inciucio” (a seconda della vostra appartenenza politico/ideologica) è una cosa che praticamente nessuno farebbe, anche con la pistola alla tempia. Sciapò.

Io non lo so, se Renzi faccia bene o faccia male. So solo che ci sono motivi pro e motivi contro, e tutti parecchio validi.

Cominciamo con quelli contro.

È chiaro che il rischio di bruciarsi è altissimo, anzi qualcosa di più. In una situazione in un cui il partito è praticamente distrutto, con segnali di insofferenza e incazzo praticamente da tutta la base e non solo (e la vittoria di Serracchiani in Friuli ne è un’ulteriore conferma: ha vinto nonostante il partito, non grazie ad esso, e perché rappresenta una delle voci da sempre più critiche sull’attuale dirigenza) mettersi alla guida di un governo che per forza dovrà parlare con Berlusconi pare veramente una cosa da pazzi. Renzi ha tutto per conquistare il partito (ok, lo so, non facile, ma ha tutto per farlo) e l’investitura a candidato premier attraverso il normale processo previsto dallo statuto del PD (deroga primarie inclusa): farlo così rischia di avere un sacco, ma un sacco, di conseguenze negative. Significherebbe, come notano alcuni, scendere in pista, invece che con la propria macchina prontissima per la prossima corsa, con il muletto di un altro. Produrrebbe uno scollamento fra l’immagine di Renzi come ariete innovatore delle pratiche e delle visioni politiche del paese, coagulata in un programma forte di riforme ad ampio spettro, e quella di un Renzi simbolo di un governo nato debole e strutturalmente ostaggio di altri, una specie di pallida replica della figura di leader forte che in questi mesi il sindaco di Firenze si è cucito addosso.

Un rischio che, comunicativamente, lui non si può proprio permettere.

Inoltre, chi ne invoca a gran voce il nome magari lo fa genuinamente convinto, ma diciamo che in controluce si intravedono due schemini tattici: da un lato la possibilità di affossare un pericoloso competitor interno senza dover vibrare alcuna pugnalata, anzi offrendo una facciata di supporto e di sostegno e uscendone quindi più o meno puliti in ogni caso (ogni riferimento ai giovani turchi è tutt’altro che casuale), dall’altro l’opportunità – vedi Fassino – di procedere a piccole vendette per interposta persona.

Eppure.

Eppure dei pro ci sono, e secondo me sono anche piuttosto grandi.

Se c’è una cosa che serve al PD, in questo momento, è avere una carica bestiale di coraggio, il coraggio di metterci la faccia. Di partire all’attacco, di non lasciare l’iniziativa alle altre forze in campo. Perché continuare a insistere sul “No a Berlusconi” senza se e senza ma, anche quando le urne ti hanno fatto capire piuttosto bene che per quanto ti faccia schifo (e a me volendo lo fa, eh) comunque di là devi passare, vuol dire magari preservare purezza e intransigenza, ma anche incaponirsi a guardare altrove mentre la realtà è quel che è, e condannarsi sostanzialmente all’immobilismo. E se c’è una cosa che questo fine settimana ha insegnato, al PD, è che deve muoversi, e in fretta.

Metterci la faccia vuol dire accettare che quello nascituro sia un esecutivo politico, non tecnico, che porti pure alle elezioni in tempi brevissimi, certo, ma dimostri di voler provare, seriamente, a fare quelle cose che Napolitano ha suggerito sommessamente (all’inizio), raccomandato caldamente (nei mesi scorsi) e preteso quasi in lacrime (ieri). E va bene che sono riforme strutturali, per cui servirebbe un governo forte e di ampio respiro, va bene anche che già doveva farle Monti col governo bipartisan e non ci è riuscito, ma pensateci: adesso l’urgenza, per tutti, è ben maggiore, e per il PD può davvero essere il salto enormemente più lungo della gamba che però può garantirgli non solo di uscire dalla catastrofe di questi giorni, ma addirittura di uscirne bene. Certo, il disastro è dietro l’angolo; ma alternative, se ci sono, non sono molto visibili, almeno per me.

Paradossalmente, l’opportunità è grande: giocare all’attacco, sottraendo a Grillo se non la retorica, alcuni dei temi chiave; far sparire, in un colpo solo, Berlusconi e l’antiberlusconismo a prescindere, che del Cav è da sempre il miglior alleato, superandolo con le proposte e dimostrando che con lui e con la sua parte si può non solo parlare, ma addirittura farlo da una posizione di sfrontato, quasi incosciente vantaggio, all’attacco appunto.

E nel partito l’unico in grado di farlo, in questo momento, è Renzi. Da un lato, certo, in migliaia non aspettano altro per poter otturare i social media di “Inciucista!”, “Sei uguale a Berlusconi”, “Sei di destra, serpe in seno!”, ma sono pur sempre quelli che questo tipo di uscite, su Renzi, ce l’hanno in automatico. Dall’altro lato, però, qualunque altra personalità di primo piano del PD è in un modo o nell’altro legatissima ad un gruppo dirigente che, davvero, sarebbe il caso di rottamare, e verrebbe probabilmente usata da codesto gruppo dirigente come ultima ed estrema ancora di salvezza, come un puntello a cui aggrapparsi rimandando di un altro giro il ricambio al vertice. Insomma, se gli venisse chiesto, e se lui accettasse, Renzi potrebbe veramente trovarsi il partito, almeno provvisoriamente, in mano, anche grazie al monito di Napolitano alle camere da usare come “arma di ricatto”; e da lì potrebbe partire per prenderselo anche in maniera sostanziale, seguendo la via del congresso e delle primarie. Sarebbe, però, un partito – come dire – diverso, finalmente contendibile, di aree più che di correnti, in cui (pur con una specie di “colpo di mano”) il meccanismo del ricambio sarebbe stato messo finalmente in moto. Provocatoriamente: se accettasse, in questa situazione Renzi premier potrebbe sicuramente rivelarsi un fallimento, ma le dinamiche che questo fatto farebbe partire sarebbero, secondo me, quasi inarrestabili.

Poi sicuramente sono io che sono troppo ottimista, eh.

Non so. Però, secondo me, si potrebbe anche fare.

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Perché Prodi era una buona scelta

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In queste ore, fra scambi di accuse fratricide (alcune francamente ridicole, altre meno) sull’accoltellamento di Prodi, alcuni stanno cercando di condurre le menti alla ragione e tentano di spiegare perché, in realtà, la scelta del Professore di Bologna dall’inizio era un rischio, ad essere teneri, o proprio uno sbaglio, ad esserlo meno. Pur apprezzando il tentativo a portare il discorso altrove, magari sul piano del problema politico piuttosto che dell’attribuzione irosa di tradimenti di qua e di là, non sono molto d’accordo. Prodi, secondo me, era una buona scelta – e non solo per il partito, ma anche in generale (leggasi: anche per il cdx, ebbene sì). E proviamo a vedere perché.

Sul piano del cv, non credo ci sia nulla da dire: anche solo un giro sulla sua pagina wiki mostra un profilo amministrativo e istituzionale di tutto rispetto, a livello nazionale e internazionale. Per parafrasare Matteo Renzi, va bene che bofonchia un po’, ma Prodi a parlare con Obama io me lo vedo eccome. E con Merkel, con Draghi, con Hollande. Con la Cina, poi.

Sul piano politico, le cose sono più complesse.

Partiamo dal PD. In una prospettiva da genuino elettore del centrosinistra, è difficile non avere una buona opinione di Prodi, che rimane pur sempre quello – l’unico – che ha battuto due volte Berlusconi ed è stato a capo, così recita un adagio comune, del “miglior governo” degli ultimi anni (scegliete voi se il Prodi I o il Prodi II, pensate alle “lenzuolate” delle liberalizzazioni del Bersani ministro, e vi fate un’idea). Che il nome di Prodi unisca la base è quasi ovvio, ma poi bisogna fare i conti col partito, per il quale quel nome è una cicatrice aperta fra due fronti che mal si sopportano.

Da questo punto di vista, spiace dirlo, ma serve semplicemente una salutare botta di cinismo: Prodi al Quirinale sarebbe stata l’arma perfetta attraverso cui un’area del partito ben precisa (fatta di “rinnovatori” e “rottamatori”, diciamo così) avrebbe potuto salvare capra e cavoli: ricostruire un “legame sentimentale” (per citare il mai troppo sottovalutato, come comedian, Stefano Fassina su Marini) con la base elettorale e prendersi nel contempo il partito, costringendo il gruppo dirigente attuale a scomparire – vuoi perché legato alla corrente perdente, vuoi perché responsabile 1) della sconfitta elettorale, 2) del casino ad essa seguito, 3) della follia della candidatura di Marini. Insomma, hanno ragione quelli che dicono che Prodi presidente sarebbe stato la grande vittoria di Matteo Renzi, ma ne sottovalutano la portata: avrebbe vinto tutto un gruppo nuovo, che si sarebbe trovato davanti praterie da ricolonizzare provando – sperabilmente – a costruire davvero, questa volta, un partito nuovo, non fatto dalla somma mai veramente avvenuta di ex-popolari ed ex-piccì. Certo, uno potrebbe dire: ma Prodi non era proprio l’uomo della coalizione con dentro la qualunque? Sì, vero; ma averlo al Quirinale avrebbe lasciato un enorme spazio aperto nel partito, uno spazio contendibile – uno spazio che i “giovani” (renziani, civatiani, forse anche quelli che si stanno avvicinando a Fabrizio Barca, volendo proprio anche qualche giovane turco, magari un po’ ravvedutosi) sembrano essere i meglio attrezzati a conquistare.

E in più, un bel bonus: candidando Prodi, le accuse al PD di “inciucio” (che rimane comunque una parola terribile, una categoria dell’antiberlusconismo, altro che una categoria della politica) sono svanite come neve al sole, spuntando in maniera decisiva l’arma-fine-di-mondo della retorica grillesca, il pidimenoelle e tutte quelle robe lì.

Paradossalmente, quindi, un uomo “vecchio”, invischiato mani e piedi nella tanto vituperata “vecchia politica”, sarebbe stato la piattaforma propulsiva da cui far partire un cambiamento decisivo nel partito, prima, e di conseguenza nel paese poi, attraverso una pratica e una dialettica della politica ricostruite su basi (almeno un po’) nuove.

Ma – e qui mi rendo conto che il paradosso, così come l’azzardo interpretativo, si fa più marcato – Prodi al Quirinale sarebbe stato una notizia non malvagia anche per il PDL. Perché certo, Berlusconi si sarebbe – ed effettivamente si è – infuriato malamente, vivendo la candidatura della sua bestia nera come un attacco personale; ma, al netto della facile retorica con cui lui ed i suoi fedelissimi avrebbero macinato slogan ad elezione avvenuta (va detto, sull’occupazione delle istituzioni da parte del csx non avrebbero neanche avuto tutti i torti), a un certo punto un bel pezzo del partito e dell’elettorato avrebbe capito che, in fondo, si presentava una ghiotta occasione per “rottamare” finalmente il capo – anzi, per essere più filologicamente corretti: “formattare” – e provare a costruire un partito vero, con dinamiche autentiche, oltre il carisma imperiale del padre-padrone fondatore. Prodi presidente sarebbe stato vissuto come un affronto da Berlusconi, e da molta gente che nel suo progetto ha creduto e l’ha votato, ma – proprio in virtù della trasformazione che avrebbe avviato nel csx – avrebbe svelato il bluff comunicativo del Cav.

Infatti, il cambiamento strutturale del PD avrebbe azzerato una classe dirigente la cui fortuna politica si è costruita su un antiberlusconismo a prescindere, che in realtà è sempre stata la grande fortuna del diretto interessato, portando in primo piano nuove leve e nuove leadership che questa partita, come noto, rifiutano di giocarla secondo quegli schemi. L’antiberlusconismo a prescindere si sarebbe rivelato per quel che è: un facile alibi comunicativo, che ha permesso per anni ad una certa sinistra – meglio, ad una destra brutta camuffata da sinistra – di lucrare parlando alla pancia di persone incazzate in cerca di un bersaglio polemico a portata di mano.

Ecco: venuto meno questo schema, il PDL  ed i suoi elettori si sarebbero trovati davanti una scelta. O continuare a giocare la loro parte, facile e populista, portando avanti il controcanto dell’antiprodismo a prescindere, o provare ad avviare anche da quella parte un rinnovamento analogo, speculare ed opposto. Probabilmente in prima istanza avrebbe vinto la modalità Giornale-Libero Santanché, diciamo, ma alla lunga sarebbe venuta fuori la necessità di ristrutturare il partito e farne una roba diversa, in grado di competere con lo schieramento opposto. E dunque, si sarebbe avverato il famoso parricidio: cogliendo la palla al balzo, il gioco del Cav sarebbe stato scoperto dai suoi stessi “figli”, e la sua figura (padre nobile, fondatore e tutto quello che volete) accantonata. Addirittura, sospetto che alcuni dei fuoriusciti (penso a Meloni e Crosetto, ad alcuni finiani, per dire) sarebbero perfino rientrati, perché – anche qui – ci sarebbe stato un enorme spazio da ricolonizzare, finalmente secondo logiche propriamente “di partito”.

Insomma, paradossalmente, Prodi presidente avrebbe fatto bene, sul lungo periodo, anche al cdx, perché avrebbe avviato una serie di trasformazioni irreversibili in un campo e nell’altro, portandoci probabilmente un passetto più vicini ad un bipolarismo maturo, con due partiti principali finalmente credibili in assetto, dinamiche interne e procedure di selezione della/delle leadership.

E, sospetto, questo Berlusconi l’aveva capito benissimo. Perché come notava tra gli altri Dario Di Vico su Twitter, non ha ritirato i suoi dalla quarta votazione solo per mettere in difficoltà il PD e far risaltare meglio i franchi tiratori, ma anche per il timore, secondo me assai legittimo, che dei suoi qualcuno avrebbe finito col votarlo, Prodi.

Triste, solitario y final

Sapevatelo: qui crolla tutto davvero.

Il PD è veramente andato, morto, finito. Una carognata come quella di affossare Prodi così, in questo modo, è pari solo a quella, che sta iniziando a circolare già sui social media, che ad affossarlo siano stati i renziani – con chissà quale accordo con D’Alema, giusto per rendere la storia più credibile, come no. Ed è francamente – uso l’avverbio non a caso – irrecuperabile.

E’ un segnale terrificante, da parte di una dirigenza che si sta dimostrando ogni minuto che passa più inadeguata di quanto si potesse immaginare. La sera dopo lo elezioni già si iniziava a dire “Ti ricordi quando pigliavamo per il culo la gioiosa macchina da guerra? Bene, da oggi prenderemo per il culo lo smacchiatore di giaguari”; adesso, però, siamo arrivati ad un livello nuovo e inedito, che coinvolge Bersani ma certo non si ferma lì.

Adesso le strade per il Quirinale sono poche e fragilissime. Rodotà no, perché Rodotà no, vi prego. Cancellieri, per carità, però dai. Amato? A me come persona non è che dispiaccia, il cv ce l’ha, ma ci sarebbe poi il problemino di dover evitare il linciaggio da parte della base.

Sarò ottimista, ma il primo che fa il nome di Emma Bonino fa filotto – peccato che, politicamente, lei non serva a nessuno.

Ma sono le strade del PD ad essere praticamente inesistenti, a condurre solo più ad una tomba e a un funerale con ignominia. Forse neanche più Renzi lo può salvare.

Mi sarebbe piaciuto

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Mi sarebbe piaciuto fare un post sulla Memoria politica di Fabrizio Barca.

Mi sarebbe piaciuto scrivere che il suo manifesto è, comunque la si pensi, un tentativo di discutere la riorganizzazione di un partito di sinistra secondo linee complesse, articolate in maniera seria lungo le suggestioni più stimolanti della teoria della democrazia recente.

Mi sarebbe piaciuto indicare che Barca ha in mente come competitor principale (non nel partito, ma nell’offerta politica) Grillo. La sua insistenza sulle “strutture intermedie”, sulla rete più che sulla Rete, sulla fiducia nella forma partito, funziona in entrambe le direzioni: identifica i propri tratti facendo emergere l’avversario in controluce, come un continuo rimando polemico mai detto. E questo rivela anche qualcosa del timing: chiaramente, gli serve un’immagine fresca del fronte opposto, dai caratteri immediatamente riconoscibili – per essere così lui stesso, indirettamente, riconoscibile.

Mi sarebbe piaciuto spendere due parole sul fatto che, nonostante le intenzioni, la Memoria dice molto di più sui rapporti fra partiti e Stato, e sui processi di rimodellamento delle istituzioni nel confronto continuo con le sfere sociali, di quanto dica sul partito in sé: come buona parte del filone teorico della democrazia deliberativa a cui si ispira, Barca ha in mente più la dinamica di controcanto costante fra assetti istituzionali e critica sociale informata e organizzata che la “nuova forma” del partito – meglio, la sua idea di partito deriva dall’immagine di qualcosa che sappia fare quella roba lì, che sappia svolgere quella funzione, e non viceversa.

Mi sarebbe piaciuto fare il post anche sull’elefante che nella Memoria non si vede ma c’è, eccome se c’è: il leader. Perché il modello di Barca è la macchina perfetta per generare leadership diffuse, all’altezza e ricambiabili, ma non abbandona il sacro terrore dell’uomo forte che – da noi – diventa per definizione ducetto e uomo della provvidenza. Non è semplice in un manifesto come il suo porre anche il tema, da sempre eluso nella sinistra italiana, del carisma come categoria politica, ma qualche accenno ci poteva stare, anche solo per dimostrare di non averne paura.

Mi sarebbe piaciuto far notare che chi già si sbraccia per manovrare Barca come una clava in funzione anti-renziana, anti-liberal, anti-mercato, probabilmente di questa Memoria ha letto solo il titolo, ma neanche.

Mi sarebbe piaciuto sottolineare come il problema della partecipazione sia affrontato in maniera non sufficientemente approfondita. Perché è vero che Barca si interroga a lungo (nei limiti di un manifesto programmatico, chiaro) su come incentivare e stimolare alla partecipazione alla vita del partito e nel partito soprattutto i gruppi più distanti, in questo momento, come i giovani; ma è anche vero che questo tipo di partecipazione è estremamente esigente nei confronti di coloro a cui si rivolge. Presuppone una base sociale preparata, competente, informata, “critica” – in grado di costruirsi un’opinione fondata e ragionevole, dotata degli strumenti ottici e prospettici necessari. E per certi versi fa venire in mente l’obiezione mossa alla democrazia secondo Habermas: quella di ricordare, più che altro, un seminario universitario.

Il partito di Barca presuppone, insomma, un’altra – lunghissima – serie di corpi intermedi (associazioni, organizzazioni, scuole, dipartimenti, circoli) in cui si creino conoscenze e si formino personalità che possano dare poi il loro contributo al partito – e viceversa, da cui il partito possa pescare per costruire se stesso e la propria classe dirigente. Magari funziona benissimo, e credo proprio che non mi dispiacerebbe; però lo “sperimentalismo democratico” e la “mobilitazione cognitiva” a me ricordano tanto il voler reclutare competenze ma da un bacino, questa volta, più ampio e generalizzato della Bocconi. Ripeto, a me l’idea piace anche, ma richiede qualcosa di un po’ più ampio, ambizioso e strutturale della riforma di un partito.

Mi sarebbe piaciuto scrivere questo post.

Ma poi l’ondata dello psicodramma di ieri sera ha travolto il PD, e un pochettino, lo confesso, anche me.

Perché non mi piace The Big Bang Theory

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In un mondo come quello della serialità tv, che vive essenzialmente di pilot, in cui quindi è di importanza cruciale produrre un episodio 0 che convinca le major a dare soldi e frequenze per una serie completa, lo step 1 è necessariamente avere un’ottima idea di partenza, un materiale grezzo che in due-tre righe ti faccia però già venire voglia di vedere e continuare a vedere. In questo, TBBT è paradigmatico: un’idea centrale geniale, forte, di sicuro impatto. Così sai che, anche solo per svilupparla bene, almeno un paio di serie le porti a casa prima che la gente si stanchi o si esaurisca l’effetto “vediamo dove va a parare”.

TBBT ha preso l’idea di nerd e ha deciso di investirci paccate di tempo/soldi/cervello.

Di farne la chiave di volta di tutto. Ha spolverato la vecchia immagine del nerd – che alla fin fine era rimasta al Matthew Broderick di Wargames, ai Ragazzi col computer e poco altro – e l’ha updatata al 2000: gli smanettoni che a 14 programmavano l’Amiga adesso sono grandi, quindi niente più liceali sfigati ma geniali, piuttosto postdocs e assistant professors in fisica sperimentale che si sfidano a Scrabble in Klingon e – mossa necessaria di “ancoramento” tradizionale – pensano che William Shatner sia l’uomo più sexy del mondo mentre programmano la loro settimana in vista del signing di Stan Lee alla loro fumetteria-tempio.

La costruzione di questo gigante è maniacale e perfetta, ossessiva; ma qui sta anche il piede d’argilla. Si investe tutto su questa idea centrale, e si commette l’errore di pensare che “il resto verrà da sé”. E infatti – purtroppo – è così: una volta che hai capito il meccanismo dei personaggi, ogni singola gag o joke è di una prevedibilità disarmante. Se Penny dice che Sheldon “is impossible“, roteando gli occhi all’indietro dopo uno dei suoi classical pranks, è semplicemente ovvio che Sheldon ribatterà, seriamente piccato, “I am sorry, but I cannot be impossible. I exist. I think what you meant was ‘He’s improbable’…“. E’ consequenziale, inevitabile. Discende dal personaggio, dall’atmosfera, da tutto quello che è stato creato in modo così accuratamente maniacale da fornirti subito le coordinate interpretative di riferimento.

Insomma, quello che mi immagino è una scena tipo questa:

(Sceneggiatore 1 – da ora in poi S1): Ce l’ho! Minchia che figata! Dai dai, ascolta: facciamo che i protagonisti sono… un gruppo di nerd!

(Sceneggiatore 2 – da ora in poi S2): Mmm… Ma sì, buona, hai ragione! Un gruppo di nerd, però fatti bene, dai, che quelli fatti finora non hanno più senso, ormai.

(S1): No, beh, certo, li facciamo bene. Giovani ma avviati, l’aura di sfiga spazzata via in una galleria debordante di Patrick Stewart, Werner Heisenberg e Douglas Adams, e stradotati dell’unica, vera arma nerd da sempre sottovalutata: il sarcasmo declinato nella forma di una extreme awareness delle ambiguità del linguaggio.

(S2): Sì dai, stupendo, perfetto. E poi però bisogna anche metterci il controcanto “normale”, non nerd, che sviluppi le situazioni comico-narrative, no?

(S1): Eccerto, no, ma secondo te in chi si incarna tutto questo?

(S2): … … … …

(S2): Scusa, no scusami davvero se c’ho messo un sacco a capirlo. Naturale. La figa bionda.

(S1): Ecchettelodicoaffà.

— da qui in poi, una successione indefinita di—

(S1): E come reagirebbero dei nerd alla situazione non nerd [insert tag normal situation X]?

(S2): Dicendo: “[insert tag ‘witty nerdy reply about social conventions, ambiguous language use, science and knowledge in general’]

(S1 e S2, all’unisono): AHAHAHAHAHHAHAHAH! Dai, troppo figo, minchia queste serie mi fa spaccare!

Insomma, prevedibile. Parti da un’idea – oggettivamente efficace – e però poi ti fermi lì, lasci che sia lei a fare tutto il lavoro.

E secondo me, umilmente, dopo un po’ che palle.

In difesa di Angelica

Selvaggia Lucarelli ha scritto un articolo sulle Beliebers e le Directioners, le adolescenti – meglio, più etimologicamente corretto: “le bimbeminkia” – devote ai due fenomeni globali Justin Bieber e One Direction, lanciando l’allarme: guardate che queste impazziscono e si strappano i capelli per ragazzetti sciapi, di cartavelina, piccoli narcisi che trascorrono le giornate “a farsi autoscatti come una Satta qualunque e a postarli su twitter.”

Naturalmente si scatena l’inferno: se c’è una cosa che Beliebers e Directioners san fare bene è l’azione coordinata di social guerrilla, e Lucarelli viene  tempestata di tweet assassini che le augurano di ravvedersi se va bene e di morire sparata se va male. Soprattutto, un’accusa specifica ritorna come un refrain: sei vecchia, e sei solo invidiosa di noi che siamo giovani – leggasi: ti rode che hai 60 anni e noi 13-20, lasciaci sognare e adorare i nostri idoli.

A tutta prima, la mente corre con un brivido di terrore ai tempi in cui si aveva tredici anni e ci si addentrava nell’adolescenza, perché diciamo la verità: a ripensarci normalmente si prova una sana sensazione di vergogna mista a fastidio, la consapevolezza che se ci trovassimo davanti noi stessi a quell’età probabilmente non resisteremmo alla tentazione di prenderci a sonori ceffoni.

Ma secondo me il punto è un po’ più profondo, e rivela qualcosa della generale maldestrìa con cui spesso affrontiamo il singolare miscuglio di dinamiche generazionali e fenomeni pop che forma la Weltanschauung dell’adolescenza.

Un sottotesto piuttosto evidente dell’articolo di Lucarelli è costituito dall’isteria – non  è che voglia dire che lei è isterica, eh: intendo che analizza il fenomeno della venerazione per Bieber & Co. in termini di isteria.

L’isteria c’è, non è che si possa negarlo. Ma è una forma di “isteria” connaturata ai fenomeni pop, che ne rivela il carattere profondamente religioso.

Mi spiego meglio: ciò che definiamo “pop” è in sostanza un enorme carrozzone per la produzione di senso dalla potenza smisurata, inedita da molti secoli a questa parte, e che tradizionalmente è sempre stata appannaggio del religioso. Il pop crea un orizzonte di appartenenza (culturale, sociale, morale addirittura) dalla pervasività irrefrenabile: tanto che ok, magari non potremo non dirci “cristiani”, ma di sicuro non possiamo non dirci “pop”. E un giorno qualcuno ben più titolato di me farà un lungo lavoro di ricerca per mostrare la vicinanza anche semantica dei due campi: non è un caso, infatti, che molta terminologia del pop derivi direttamente da quella del religioso (da “icona pop” in giù).

E quindi ok, l’isteria c’è; ma non è che con i Take That, ancora prima i Duran, e ancora prima i Beatles fosse tanto diverso.

A questo punto un’obiezione è inevitabile: sticazzi, ma starai mica paragonando Bieber ai Duran? Ai Beatles????

Beh, non proprio. O meglio: posto che non ci vedrei un grosso scandalo, anzi, sono più o meno tutti punti di incrocio dei clash generazionali con fenomeni pop pronti all’uso, elementi in cui si coagulano dinamiche di riconoscimento e “comunità” inclusive ed esclusive (“Noi, le Beliebers”), declinate anche in termini anagrafico/familiari (“Voi ormai siete vecchi, vecchi dentro, non ci capite, non ci potete capire”) e, proprio per questo, estremizzate in senso “identitario”. Che è quello che capita con tutto, tutto ciò che ha a che fare con l’adolescenza.

Ora, secondo me però c’è sotto un tacito accordo, una specie di patto che tutti più o meno rispettano ma senza esserne esplicitamente consapevoli. E lo dico pensando ad Angelica –non quella che offre lo spunto per l’articolo di Lucarelli, però. Un’altra.

Precisamente, un’Angelica fittizia, la darkmetallusa nipote quattordicenne di uno dei personaggi meglio riusciti della serialità italiana, solitamente così tirchia di soddisfazioni con noi utilizzatori finali: quella gran capa di minchia (sia inteso con tutto l’affetto di cui sono capace) dell’Ispettore Coliandro.

In una puntata della quarta serie (“666”), Coliandro si trova a dover tenere d’occhio la nipote, inserita in ambienti e compagnie per l’appunto darkmetallusi e quindi causa di preoccupazioni e ansie per la madre.

A un certo punto, però, Angelica dice una cosa, una cosa che squarcia il velo e mostra ciò che, alla fine, a pensarci, sappiamo un po’ tutti:

Senti zio, chiariamo subito una cosa: so quello che faccio. Adesso sto attraversando il mio periodo black metal/satanico/gothic/punk, ma sto già virando verso una fase postadolescenziale dove mollerò tutte queste cazzate e mi metterò a fare sul serio… Diploma col massimo dei voti, facoltà di economia, primo fidanzamento serio – lo mollo, perché è troppo presto – centodieci e lode, secondo fidanzamento serio – lo mollo per il master a New York… Due anni di apprendistato, e uno studio tutto mio. A questo punto mi sposo.

Si può essere più o meno bendisposti verso l’attitudine da yuppie della giovane Angelica, si può considerarla particolarmente matura oppure tendenzialmente molto arida, ma non si può dire che non sia ben consapevole del fatto che sta semplicemente attraversando una fase. Che magari avrà retaggi (meglio: postumi, tipo quelli delle malattie), magari no, ma che a un certo punto finirà e lascerà solo un ricordo contornato, come giusto, da imbarazzo e un filo di vergogna.

Secondo me questo le Belibers e le Directioners sotto sotto lo sanno, come lo sanno i loro genitori, come lo sa – ovviamente – Selvaggia Lucarelli. Per cui non credo che vadano salvate: credo che gli vada concesso di interpretare il loro ruolo, pregustando però con perverso piacere il momento in cui, voltandosi indietro, proveranno lo stesso fastidio, lo stesso imbarazzo, le stesse due dita di vergogna che – come giusto – proviamo noi.