Sì, e due pensierini per dopo

boschi-maria-elena

Questo blog, nella persona del suo tenutario, vota Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre – anzi, per la precisione ha già votato, visto che chi vive all’estero ha dovuto rispedire le schede ai consolati nei giorni scorsi.

Vota Sì per parecchi motivi, che in tanti hanno saputo mettere per iscritto con molta efficacia: motivi nel merito della riforma, motivi di ordine più prettamente politico, motivi di respiro più ampio, e motivi che li raccolgono un po’ tutti quanti.

Poi, se volete approfondire ulteriormente, potete dare un’occhiata anche alla sezione dedicata alla riforma e al referendum sul sito del PD Germania: questo blog – sempre nella persona del suo tenutario, che del PD Germania fa parte – ha collaborato alla creazione e alla pubblicazione del materiale, un tentativo di spiegare perché votare Sì fornendo dati e argomentazioni ragionate al di là degli slogan e dei “moriremo tutti” del caso.

Ora che ci siamo tolti il pensiero della dichiarazione di voto, un paio di altre considerazioni però val la pena di farle.

Da iscritto PD, questa campagna referendaria è stata abbastanza demoralizzante.

Se passate di qui forse lo sapete, gli scontri interni e la dialettica anche molto aspra non mi spaventano, anzi: penso siano legittimi, comprensibili e necessari, se un partito deve essere uno spazio contendibile.

Quello che mi spaventa, però, è l’incapacità di separare i momenti, di distinguere la fase rituale in cui ci si scanna e quella – successiva – in cui invece si collabora con chi dallo scontro è uscito vincitore e ha guadagnato il diritto di rappresentare “la linea” del partito.

Questa incapacità, purtroppo, è un marchio di fabbrica della sinistra italiana, ed ha come spiacevole conseguenza che praticamente ogni dieci minuti c’è nel PD un regolamento di conti che si trascina dall’ultimo Congresso, o un anticipo del prossimo.

A me fa piacere che, stavolta, una ricomposizione ci sia stata (anche se non con tutti); meno, però, che a farne le spese sia stato quello che per me era il punto di forza dell’Italicum, il doppio turno/ballottaggio. Infatti, non solo un ballottaggio a due tende a favorire una bipolarizzazione del sistema (che per me è un bene, però se ne può discutere), ma fornisce anche una ulteriore “legittimazione popolare” al premio di maggioranza, dato che per vincere bisogna prendere la maggioranza assoluta dei voti: non dobbiamo fare l’errore, infatti, di pensare che il voto espresso al secondo turno sia in qualche modo “meno valido” di quello espresso al primo turno. Comunque, ora a quanto pare il ballottaggio è storia, vedremo se – come io mi auguro – si riuscirà in qualche modo a farlo tornare.

Anche come semplice osservatore, però, non c’è stato molto da star allegri.

Naturalmente ci sono state belle eccezioni, ma l’impressione da parte di entrambi gli schieramenti è stata che l’obiettivo principale, più che di convincere la gente, fosse caricare a palla la propria fandom, in un crescendo di cori da stadio, slogan e parole d’ordine che nella quasi totalità dei casi sono risultati essere delle cazzate micidiali – con una per me leggera prevalenza, non me ne vogliano, da parte dei sostenitori del No.

Una scelta di comunicazione che ha completamente trascurato quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo, gli incerti/indecisi: invece di puntare a conquistare quelli, si è preferito rinforzare e compattare i propri ranghi, spostando la disputa su toni di grillismo andante che è poi LA sconfitta per tutto il dibattito pubblico, non solo per la sinistra e per il PD.

Poi per carità, non sono mancate fortunatamente le discussioni valide e interessanti, nel merito (tecnico e politico) e con gente che aveva voglia di confrontarsi, e non solo e necessariamente di litigare o insultare – sono abbastanza sicuro che più o meno tutti ne abbiamo fatte almeno un paio: e questo, in qualche modo, fa ben sperare.

Una cosa però: l’argomento “eh ma voti come [inserire nome proprio di Male Assoluto]!”, corredato magari di foto di Renzi e Verdini da una parte, e di Anpi e Forza Nuova dall’altra, lasciatelo stare. Perché un uomo molto saggio, tanti anni fa, ci spiegò che “en politique on peut choisir ses ennemis, on ne peut pas choisir ses alliés”.

Annunci

Sì, va bene, però

310x0_1404304682208_mercedes_bresso

Come probabilmente saprete, gli eurodeputati dell’Ukip di Nigel Farage si sono voltati di spalle durante l’esecuzione dell’Inno alla Gioia, all’apertura della prima seduta del nuovo Parlamento, in segno di protesta. Sdegno, clamore, Grillo che ci mette sopra pure il carico da novanta, e tanta retorica un po’ da tutte le parti, va detto.

Forse meno diffusione ha avuto, invece, la risposta simbolica di Mercedes Bresso, neoeletta eurodeputata PD, che quando Farage ha preso la parola si è girata lei di spalle, ripagandolo con la sua stessa moneta.

Ecco.

Per quel poco che vale, a me questa cosa di Bresso non è piaciuta. E mi ha fatto venire in mente, per chissà quali strani giri, Alfredo Bazoli – o meglio, suo padre.

Alfredo Bazoli è un deputato del PD, che poco più di un anno fa, quando – ricordate? – Berlusconi fece un famoso comizio a Brescia, in un clima tesissimo e con contestazioni pseudofasciste, pubblicò un post su Facebook. Quel post risultò essere, poi, la cosa migliore scritta a commento di quella brutta giornata.

E vale la pena riportare qui la parte finale:

 

“L’impressione che ho ricavato dalla giornata è stata molto sgradevole.
E non tanto per le parole pronunciate da Berlusconi, che a mio avviso per quanto decisamente opinabili in molti passaggi, sono rimaste entro i limiti della propaganda politica accettabile in un comizio, quanto per il clima teso e sostanzialmente violento che ho respirato, e che in ogni caso io non trovo giustificabile.
Intendiamoci, io lo so bene chi è Berlusconi, so che chi semina vento raccoglie tempesta, e so quanto vento ha soffiato lui in questi anni.
Eppure resto convinto che la reazione così scomposta ed eccitata, che si è trasformata in una sorta di assedio al suo comizio, sia profondamente sbagliata, sia per il modo, sia per gli effetti.
E’ sbagliata perché credo nel diritto di manifestare liberamente per chiunque, e troverei inaccettabile e antidemocratico se mi trovassi io a partecipare ad un comizio del mio segretario in uno stato d’assedio.
E sbagliata perché così si fa un favore proprio a Berlusconi, che dentro questa guerra civile permanente ha prosperato, e che va invece combattuto e sfidato su altri terreni, quelli dei contenuti e delle proposte, e con altre armi, quelle della politica.
Libertà, tolleranza e rispetto per gli avversari politici sono valori irrinunciabili di una democrazia.
L’ho imparato da mio padre, assessore della dc allorchè la bomba di piazza loggia gli portò via la moglie e madre dei suoi bambini: quando nel primo consiglio comunale successivo alla strage una consigliera dell’MSI prese la parola, tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione uscirono dall’aula in segno di protesta, ma lui decise di rimanere, proprio perché sapeva quanto contasse anche allora dare testimonianza di profondo attaccamento a quei principi e valori su cui si fonda la convivenza civile.”

 

Ora, ci sono un milione di motivi per cui le due situazioni non sono paragonabili, lo so bene, ma per me qui c’è un punto importante su cui  fermarsi un attimo, e spendere qualche parola.

Credetemi, non è il solito discorso del “non mettiamoci al loro livello”, davvero. E sì, ce l’ho presente il paradosso della tolleranza di cui parlava Popper. Quel punto è un’altra cosa, una cosa che ha – tutto sommato – poco a che fare con Farage, l’euroscetticismo o la violenza (simbolica e non) di questo tipo di movimenti; ha a che fare, piuttosto, con me, e con quello che credo sia uno dei motivi per cui mi piace l’idea della politica, e di fare politica. Quella cosa della vocazione maggioritaria, che – al netto delle declinazioni che se ne possono dare – alla fine vuol dire che provi a parlare a tutti, con tutti. E quando parlano, almeno un po’, provi ad ascoltare.

Per l’appunto, in fedeltà a “quei principi e valori su cui si fonda la convivenza civile”. E poi, se non li ascolti, ti viene anche più difficile, dopo, dimostrare che hanno torto.