Non succede, ma se succede

La Repubblica29011400

Quella che vedete qui sopra è l’home page di Repubblica oggi, giorno del Signore 29 gennaio 2015, alle ore 14.

Io non impazzisco per il nome di Mattarella. O meglio, non riesco a farmi un giudizio univoco. Per spiegarmi prenderei in prestito le parole di Massimo Bordin, del suo pezzo di oggi; ma fate una cosa, andatelo a leggere direttamente, è meglio.

Ora, però, io non lo so se succede davvero, che Mattarella venga eletto già stasera.

Ma se succede, è un capolavoro politico totale. Tutti gli altri, dentro e fuori il partito, sono praticamente spazzati via.

Altro che il PD. Se succede, Renzi si è preso l’Italia.

S’i fosse Grande Elettore

Quirinale_Cortile_Interno

Io se fossi Pippo Civati avrei in mente Prodi, per il Quirinale. Ma non lo direi subito.

Non lo brucerei così, alla prima chiama, quando serve solo a far cagnara e avere il pretesto per riprendere con la storia dei #101 (che poi, ovvio che l’accusa di Fassina altro non è che un preparare il terreno) e tirare ancora la corda. Bersaglio piccolo.

Invece, Prodi me lo terrei per dopo, dalla quarta in poi, quando le cose si fanno interessanti. Perché a quel punto potrei spostare il mirino sul bersaglio grande – e cioè il patto del Nazareno e, in ultima analisi, Renzi stesso. Dalla quarta votazione in poi può succedere non proprio tutto ma quasi, nel PD, fra i Cinquestelle e anche in Forza Italia, e io naturalmente parlerei parecchio con tutti costoro: in quel momento, un sostegno numericamente forte a Prodi potrebbe davvero diventare un problema per Renzi. Forse per lui Prodi al Quirinale non sarebbe l’inizio della fine, come suggerisce Francesco Costa, ma un brutto colpo e un indebolimento non da poco – oltre al dover ricominciare praticamente tutto da capo – beh, quello sì. Ed è allora che io, se fossi Civati, proverei a dare il colpo di grazia.

Però non sono Civati, e il post con cui l’affezionatissimo lancia già il nome di Prodi mi pare il segno che quel mirino non intende o non può spostarsi dal bersaglio piccolo.

 

Se fossi Raffaele Fitto, il post di Civati lo leggerei con un certo sottile piacere.

E alla prima chiama dai miei farei votare Prodi. Tanto sarei sicuro di tre cose.

Primo, che non verrebbe eletto. Secondo, che la minoranza PD non saprebbe resistere alla tentazione – e anzi, inizierebbe a intravedere davvero la possibilità del trappolone. Terzo e ultimo, che tutti penserebbero ai Cinquestelle, mica a me. A quel punto, mi prenderei i popcorn, mi siederei in un angolo e mi godrei lo spettacolo dell’effetto valanga, con lo sguardo fisso su Berlusconi.

 

Se fossi Silvio Berlusconi, credo che potrei fare ben poco oltre ad aspettare, fare il duro con i miei e tenere d’occhio, ma molto, Raffaele Fitto.

 

Se fossi Matteo Renzi, probabilmente avrei pensato a questo giorno per mesi e mesi, analizzando nei dettagli tutte le possibilità per decine di volte. E quindi avrei ragionevolmente in tasca il Nome Definitivo, l’asso nella manica che altro che Bersani con Franco Marini. Non essendo Matteo Renzi, però, posso solo sperare che in tasca quel nome lui ce l’abbia davvero.

 

Se fossi Sutasinanta, come sono e fui, mi limiterei a immaginare lo scenario più probabile, che in questo caso a me pare significhi “più funzionale alle esigenze di Renzi”. E che mi sembra sia ancora, nonostante tutto, quello che qualche tempo fa Claudio Cerasa identificava col “metodo Gentiloni”, dal percorso che portò Paolo Gentiloni al ministero degli Esteri.

Un profilo medio-alto, dunque, non troppo noto magari, non indigesto a Berlusconi né al resto del PD e quindi sottratto al gioco di veti e contro-veti. Un nome a cui la gente fuori risponda non dico positivamente, ma almeno senza ripetere il rogo delle tessere; che abbia esperienza e anche qualche merito, non truppe proprie in Parlamento però e un peso politico non eccessivo, almeno non tale da oscurare quello di Renzi. Soprattutto, che quando il Rottamatore (presto) andrà e gli dirà “Oh, scioglimi le Camere, che andiamo a votare”, risponda “Obbedisco”. Se donna, poi, ancora meglio.

Che nome corrisponda a questo identikit, però, non lo so. Non fosse circolato così tanto nei mesi scorsi, avrei puntato il famoso dollaro bucato su quello di Pinotti, ma adesso chissà.

Poi certo, ci sono i desideri.

Da queste parti si è sempre stati #teamEmma, ma l’orribile notizia di qualche settimana fa ha spostato quella meravigliosa ipotesi dal regno dell’improbabile in quello dell’impossibile. E allora, per la prima e probabilmente unica volta in vita mia, condivido senza riserve quello che ha scritto Christian Raimo: Luigi Manconi sarebbe un buon Presidente della Repubblica.

#JeNeSuisPasBergogliò

bergoglio-thumbsup

Che Bergoglio sia un Papa sapientemente pop, e che in ciò sia riuscito a riprendere il discorso lì dove Wojtyla l’aveva lasciato, non credo ci sia bisogno di ripeterlo. Quel “Fratelli e sorelle, buonasera!” con cui incontra la folla a San Pietro, appena eletto, è un programma di impostazione comunicativa racchiuso in tre parole, congiunzione e virgola: ciao, forse non mi conoscete quindi prima di tutto vi saluto, mi presento, sono sì il Papa ma sono una persona normale, alla mano, con cui bere in allegria un vinaccio alla piola sotto casa fra qualche barzelletta, una storiella e una fisarmonica che improvvisa un tango.

Ecco, il tango: se Wojtyla era Medioevo più televisione, come diceva le Goff, Bergoglio potrebbe ragionevolmente essere Latinoamerica più social network. Latinoamerica come il tango, certa narrativa e certo populismo; social network un po’ come quelli che su Facebook postano quella famosa foto del cartello di un locale, “No, we don’t have wi-fi… Talk to each other!”, con un doppio carpiato concettuale dall’ironia non trascurabile.

Insomma, con Bergoglio riprende l’operazione simpatia – e la scelta del nome Francesco, in questo senso, non è certamente casuale. Poi è chiaro che c’entrino molto le lotte intestine in Vaticano, posizionamenti e strategie eccetera, ma dal punto di vista comunicativo (che di queste lotte è una componente) la faccenda pare abbastanza lineare. Dopo il Papa Buono, il Papa Bonario.

È per questo che, personalmente, trovo Bergoglio più “pericoloso” – la parola non scandalizzi – di Ratzinger, pericoloso come Wojtyla: perché è così simpatico, così bonario, così che ti verrebbe voglia di giocarci a briscola, da disinnescare il campanello d’allarme quando dice cose pericolose.

L’uscita dell’altro giorno, su libertà d’espressione e pugni a chi ti offende la mamma, è una cosa pericolosa. Però dai, lui è così simpatico e alla mano, mica voleva dire quello, no no.

Ecco: anche lui, finalmente, potrà avvalersi della formula “Sono stato frainteso”. Anzi, non ne ha neanche bisogno: già ci stanno pensando in tanti a farlo in vece sua, basta farsi un giro in rete.

Per non parlare del doppio standard. Come notava un mio amico, ve li immaginate i titoli dei giornali se la stessa cosa l’avesse detta, in Italia, un imam? O ancora, come suggeriva un’altra amica: provate a fare un esperimento, prendete la frase “questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma!” (il famoso pugno, cioè) e sostituite “se dicesse qualcosa contro la mia mamma” con “si mettono la minigonna“, poi vediamo cosa salta fuori.

E insomma, alla fine, io rimango sempre con la mia domanda: qualcuno mi spiega la differenza, in termini di attitudine, fra “si prende un pugno” e “si prende una pistolettata mentre è in riunione di redazione“?

#JeSuisCharlie

Image: FRANCE-ATTACKS-MEDIA

Vi ricordate il reverendo Terry Jones?
Sì, il reverendo Terry Jones, quello che qualche anno fa in Florida minacciò di bruciare 200 copie del Corano nell’anniversario dell’Undici Settembre.
All’epoca, tutti (ma tutti eh, da Obama ai repubblicani a Sarah Palin) criticarono molto duramente la cosa, dicendo sostanzialmente “È una provocazione stupida, e molto pericolosa, perché può innescare una serie di reazioni violente in tutto il mondo islamico”. Seems legit.
Però una blogger femminista e musulmana (lo so, ma seguitemi) di nome Mona Eltahawy scrisse un pezzo che controattaccava questi attacchi. Non solo perché, come ovvio, la libertà di espressione è anche libertà di offesa ed è un diritto fondamentale, ma anche perché “to play the card of the “radicals in the Muslim world who would threaten our national security” is dancing on the stereotype of Muslims as crazies who need little reason to go berserk.
Certo che poi è facile dire “eh vabbeh, ma dopo una cosa come quella di oggi, puoi dargli torto?”. Ed è anche impossibile non capire chi, da dentro le redazioni, dice “eh, ma a questo punto, la responsabilità di pubblicare certe cose – certe vignette, diciamo – non è più solo giornalistica, perché rischia di mettere in ballo addirittura la vita di chi in queste redazioni ci lavora”.
Però ecco, sarebbe bello se domani mattina, tutti i giornali, ma tutti – in Italia, in Europa, nel mondo – mettessero in prima pagina le vignette di Charlie Hebdo.