Due centesimi di garantismo politico

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Sul caso Cancellieri è stato già detto e scritto più o meno tutto, in uno spettro di opinioni che va dal ragionevolmente condivisibile allo schizoide fascista.

Io, sulla questione, ho i miei due cents politico-garantisti, e mi permetto di condividerli in poche righe, partendo da qui.

Riassumendo, io la penso un po’ così: sono contento che non si sia votata la sfiducia, perché in questa storia Cancellieri è essenzialmente vittima. Non ha fatto nulla di rilevante dal punto di vista giuridico, tutto il caso è emerso per intercettazioni che non avremmo dovuto sentire, e che quindi non dovrebbero esistere (lo stesso dicasi per il caso Vendola, chiaro); gli unici dubbi possibili, se ci sono, sono esclusivamente sulle procedure e sulle modalità della segnalazione, come nota Giovanni Fontana. Potremmo anzi aggiungere – un po’ malignamente – che tutto il clamore mediatico, compresa l’apertura di un’inchiesta debole come poche altre, potrebbe apparire come la diretta conseguenza di una certa apertura dimostrata da Cancellieri nei confronti di progetti di riforma della giustizia che vadano anche a toccare la casta (che iddio mi perdoni per l’uso del termine, ma nel caso pare abbastanza azzeccato) dei magistrati. Si sa: in Italia, chi tocca la magistratura muore.

Tuttavia, politicamente la frittata è fatta, e il problema c’è. E visto che è necessario affrontarlo, in qualche modo, mi sembra che una posizione sensata e per certi versi anche strategicamente lungimirante sia quella di Renzi. Dire cioè che Cancellieri dovrebbe dimettersi, fare un passo indietro, per motivi di opportunità politica e istituzionale, ma nel contempo dichiarare con forza di voler finalmente dare inizio a quella battaglia culturale necessaria per sottrarre il partito alla letale influenza delle procure. Altrimenti detto:  Cancellieri, in sostanza, come il prezzo politico da pagare adesso per provare ad ottenere, poi, una riforma della giustizia che vada ad agire strutturalmente anche là dove serve.

Il segretario particolare

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Le percentuali del voto dei circoli PD sono effettivamente una notizia. Con buona pace di Chiara Geloni, però, la “notizia cla-mo-ro-sa” non è che Renzi sia sotto il 50% (46,7 secondo i dati ufficiali), ma che abbia vinto. Doveva arrivare terzo, massimo massimo secondo, visto che si parla pur sempre di un partito che in buona parte lo percepisce come alieno e anzi lo osteggia direttamente (dicono, talvolta non a torto). E invece vien fuori che apparentemente Renzi riscuote fiducia e sostegno da un bel pezzo del partito, che evidentemente in lui si identifica o quantomeno è disposto a fargli fare un giro da segretario.

Si badi: questa vittoria fa ovviamente piacere, ma era davvero inaspettata. Ed è, nonostante si sia sotto il 50%, davvero una vittoria, perché certifica finalmente l’integrazione organica delle posizioni del sindaco di Firenze nell’orizzonte culturale e politico del PD; perché è un bel colpo assestato contro il sacro terrore della mitologica figura del “leader” che da sempre attanaglia la sinistra italiana; e in ultimo perché, se non lo fosse, le reazioni provenienti dagli avversari diretti sarebbero probabilmente più calibrate e meno scomposte.

Adesso che l’attenzione si sposta sull’8 dicembre, però, un paio di considerazioni val la pena di farle.

In primo luogo, Renzi, come si diceva, ha vinto inaspettatamente nei circoli, ma adesso gli tocca fare un risultato pazzesco tra gli elettori. Come nota Claudio Cerasa, la forza del sindaco – e nucleo centrale della narrazione che si è costruito intorno – è la sua capacità di penetrare in bacini elettorali non tradizionalmente associabili al PD e alla sinistra: in queste settimane la sua missione principale è quindi proprio quella di confermare questa forza. Per dire, primo con ogni probabilità lo sarà, ma sotto un 63-65% largo assomiglierà tanto a quella “non vittoria” che tante gioie ci ha regalato. In questo senso si capisce il cambio di strategia: non sarà sfuggito a nessuno, credo, che Renzi è negli ultimi giorni tornato a menare gran ceffoni di qua e di là, e in particolar modo contro la “rottamanda” classe dirigente del PD. Perché finora si trattava di giocare di contenimento, di rassicurare e coprirsi dal lato degli insider, della sinistra più tradizionale; adesso invece bisogna tornare all’attacco, bisogna che il messaggio della rottamazione ritorni chiaro e decifrabile anche per gli outsider. Il secondo tempo, diciamo, della strategia comunicativa del sindaco – dopo le dichiarazioni infuocate del prepartita ed un primo tempo più difensivo. Ed è ovvio che, dall’altra parte, in particolare da una delle due altre parti, si sia già iniziato a rimarcare in ogni momento che però si vota il segretario PD, e quindi quelli che votano devono essere elettori PD: tentativi neanche troppo velati di ridurre un’affluenza che, se molto alta, sarebbe una delle armi più affilate nelle mani del sindaco. Il punto è che d’accordo, certo che si vota il segretario, ma non dimentichiamo che poi il segretario – da statuto – è candidato naturale alla presidenza del consiglio, per quanto (ormai, fortunatamente, da prassi) previe ulteriori primarie aperte ad altri candidati dentro il partito. Non si capisce, quindi, perché un segretario in grado di attrarre anche gente da fuori sia un male, a meno che non si sia introiettato il purismo minoritario ad un livello non più recuperabile.

L’8 dicembre sarà dunque una giornata chiave: ma anche il 9 non scherza. Perché va bene che tutte le mozioni sono pensate per vincere, che “se non pensassimo di vincere non ci presenteremmo neanche” eccetera eccetera, ma tutti e tre i candidati hanno chiuso nel cassetto il piano B, quello da seguire in caso di sconfitta. E lì le cose si fanno interessanti, secondo me.

Renzi, come si diceva, se non fa il botto è finito: cade il perno del suo discorso, lui perde irrimediabilmente gran parte dell’appeal che ha sempre avuto e di conseguenza o rimane intrappolato nel meccanismo del partito, in cui piano piano viene spolpato dai vecchi nemici fino a diventare l’ombra di ciò che fu, o si sfila prima di andare incontro a questo destino peggiore della morte.

Gli scenari però si fanno più interessanti quando ci si rivolge agli altri due (due e mezzo, contando Pittella). Perché si disegnano possibili affinità, convergenze e divergenze niente male. Voglio dire: Pittella, ad esempio, sembra nella visione complessiva molto più vicino a Renzi che agli altri, ma sarà in grado di sottrarsi al senso del dovere partitico che – nonostante i due non si prendano proprio per niente – pare spingerlo più verso Cuperlo? Civati, dall’altro lato, è sulle stesse lunghezze del sindaco quanto a ricambio della dirigenza (anzi, a leggerli sui social network i civatiani sembrano anche più spietati), ma a leggersi il testo della mozione si notano parecchie consonanze con Cuperlo. Che succede, quindi, una volta che – prevedibilmente – Renzi sarà segretario? Si ricomporrà in qualche modo il tandem con Civati, con un patto minimale di conversione del partito, o Civati – per una volta – si adeguerà alla linea dell’Apparato?

Per adesso, quei pochi segnali che traspaiono sembrano indicare come più probabile la prima ipotesi. Le due petizioni per il voto online degli italiani all’estero, ad esempio. Va bene, sono due e invece poteva essere una petizione unitaria, ma il disegno comune dietro è chiaro, e condiviso: mettere la palla nella metà campo della dirigenza attuale, che adesso deve dare una risposta per forza affermativa, pena offrire al mondo un ulteriore segnale di chiusura di cui Civati e Renzi sarebbero molto veloci a servirsi. O anche solo il tweet di ieri, segno che i due comunque, al netto del fandom impazzite l’una contra l’altra armate, si parlano con qualche prospettiva in mente. E perché no, pure l’aver – finalmente – spostato il fuoco dell’ossessiva campagna #101 là dove parrebbe più appropriato mirare.

“Risposta alla domanda”

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In questo periodo sto leggendo un bel libro che ho comprato alla Buchmesse di Francoforte di quest’anno – per pochi spiccioli, tra l’altro: che è la gran figata della Buchmesse di Francoforte, e ti fa superare pure il fatto che si tenga a Francoforte.

Un libro che – banalizzando – parla del rapporto complesso fra scienza e democrazia, nel senso della problematizzazione che si genera nelle società democratiche quando su temi sensibili si incontrano, e si scontrano, le competenze dettagliate e specifiche di un gruppo ristretto di esperti e il valore democratico della partecipazione (più o meno) universale dei cittadini. Banalizzando ulteriormente,  su alcune questioni la linea di demarcazione fra rivendicare il diritto alle proprie opinioni e pretendere di aver diritto ai propri fatti (che in inglese suona molto meglio, va detto) è assai sottile, e le procedure attraverso cui a una società democratica tocca decidere se e come la ricerca può andare avanti sono complicate, incerte e contestabili: provare a osservarle un po’ più da vicino, e vedere come se ne può ragionevolmente uscire, è il tema del libro.

Ora, capite bene che l’occasione sarebbe ghiottissima per un bel pezzo sulla situazione italiana, intriso di tragico benaltrismo d’ordinanza e lamentazioni classiche. Non mancherebbero neanche ragioni fondate, poi: e non si tratta certo solo di cogliere al balzo la palla della deputata  fissata con le sirene, o quello dei microchip sotto pelle, o quella antivivisezione (fresh out of 1872!) per denunciare la clamorosa ignoranza scientifica che regna da noi. Perché alla fine questi casi fanno colore, se ne parla e li si condivide (con indignazione o sostegno, a seconda) sui social network, ma la pratica scientifica e la ricerca, anche in Italia, si sanno difendere abbastanza da minacce del genere, e fortunatamente gli organi di controllo (a livello nazionale ed europeo) sono spesso all’altezza del compito che devono svolgere.

Poi però arrivano quelli che si fanno prendere un po’ troppo da queste retoriche, e fanno blitz che alla fine causano danni sul serio.

Poi però finisce che la stampa e i mezzi di comunicazione, quando affrontano un tema scientifico in cui magari da una parte ci sono analisi e ipotesi pubblicate su riviste prestigiose (perché ci sono metodi per cercare di garantire il prestigio e l’affidabilità delle riviste, e per quelle scientifiche in particolar modo) e dall’altra uno scienziato che sostiene una tesi contraria in un oscuro articolo apparso in una raccolta semisconosciuta, si affidano al sempre comodo “la comunità scientifica è divisa”, e perché no montano su una vera e propria campagna intorno al canovaccio delle multinazionali cattive e del povero ricercatore buono tenuto fuori perché “fa paura” e minaccia troppi interessi (delle predette multinazionali e delle case farmaceutiche, ovvio).

Poi però anche chi ha la reputazione di essere l’alfiere dell’andare a vedere come stanno realmente le cose e del pensiero critico, quando si parla di scienza rivela di seguire un metodo che proprio metodologicamente corretto non è.

Poi però segui un po’ il dibattito italiano sugli OGM, e allora ti attrezzi di conseguenza, ti stampi la tua bella copia dell’immagine elaborata da Ingo Potrykus, te la metti in borsa e la tiri fuori ogni volta che cadi in una discussione sul tema, sperando che si riesca a ragionare e non finisca a schifìo.

E quindi un pezzo sull’analfabetismo scientifico in Italia ci starebbe tutto.

Ma io volevo scrivere di un’altra cosa, di una frasetta posta all’inizio del libro che mi permette, invece, di chiudere con una per certi versi inspiegabile nota di ottimismo.

Proprio in apertura del primo capitolo, l’autore parla della crescente erosione dell’autorità scientifica che, dai trionfalismi settecenteschi, è diventata bersaglio privilegiato nel corso del ventesimo secolo (e ovviamente mica solo per ignoranza o incomprensione, anche per ottimi motivi teoricamente fondati), e conclude dicendo che “l’ottimistica eredità dell’Illuminismo è sempre più messa in discussione”.

Ecco, io vorrei richiamare un attimo l’attenzione su quell’eredità ottimistica che ci ha lasciato l’Illuminismo: giusto per far notare che quando ci pensiamo, di solito, commettiamo un errore di prospettiva. O meglio, guardiamo dalla parta sbagliata. Perché pensiamo subito alle magnifiche sorti e progressive, alla storia che ha una direzione e che punta sempre in avanti, al gioco a somma zero fra civiltà e barbarie con la prima che procede in modo costante e la seconda costretta ad arretrare sempre di più, e allora ci viene fin troppo facile smentire questo sguardo eccessivamente roseo.

Ma l’ottimismo illuminista è un altro, è un’altra cosa: è, per l’appunto, quello che nasce quando ci si accorge che, per conoscere un po’ di più, per capire meglio, per trovare un pezzetto della chiave, non abbiamo bisogno di altre cose che stanno fuori di noi, né di divinità né di rivelazioni, ma di ragione e razionalità, osservazione, metodo, analisi. Tutte robe che abbiamo dentro, nella testa, ed è con l’Illuminismo che l’abbiamo capito in maniera chiara, precisa e – soprattutto – irrevocabile.

E, se ci riflettiamo un attimo, non è poco.

Anzi. È quasi tutto.