La scienza, l’etica e una casa senza ascensore

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Sulla vicenda di Charlie Gard in questi giorni avrete letto (e probabilmente anche scritto, se frequentate un minimo i social) qualunque cosa, dal meditato e ponderato allo scriteriato e criminale. Proprio per questo motivo è assolutamente inutile che scriva qualcosa anche io, e dunque mi limito a rilanciare chi secondo me ha centrato il punto e detto le cose più sensate e ragionevoli.

Su una cosa però val la pena ragionare: un adagio che si è sentito ripetere di nuovo in questi giorni, intorno a questa storia che sembra tragicamente fatta apposta.

“La scienza arriva solo fino a un certo punto, poi tocca all’etica.”

E vale la pena ragionarci su, credo, perché a me sembra che questa frase tendiamo spesso a non intenderla nel modo giusto.

Quando pensiamo al rapporto fra scienza ed etica, abbiamo in mente qualcosa come due insiemi: uno più piccolo, quello della scienza, che contiene asserzioni e ipotesi su fatti specifici, e uno più grande – quello dell’etica – che invece è costituito da affermazioni, giudizi e imperativi che scaturiscono dall’intreccio con la sfera dei valori. Tipicamente, quindi, pensiamo che ci siano domande a cui solo l’etica può rispondere, perché hanno a che fare con istanze che esulano dalla dimensione empirica che è il campo di specializzazione della scienza: e quando troviamo una questione in cui i due insiemi si sovrappongono, replichiamo questo schema mentale e concludiamo che va bene, la scienza è scienza e magari ci dirà a che temperatura bolle l’acqua quando siamo in cima all’Everest, ma per certe cose bisogna “guardarsi dentro” e ragionare “secondo coscienza”.

Ora, secondo me il problema è proprio questo modello, quest’idea degli insiemi.

E mi sembra che funzioni molto meglio, come rappresentazione visiva, una scala. Ma mica una scala intesa come criterio di misurazione, tipo la Mercalli per i terremoti, no no: proprio una scala fisica, di quelle che servono per andare da un piano all’altro di una casa.

Ecco: immaginiamo, allora, che la “scienza” sia il quarto piano, e l’“etica” il quinto. Quando ci troviamo ad affrontare una situazione in cui si incontrano scienza ed etica, e che richiede un giudizio, una decisione – una situazione come quella di Charlie Gard – possiamo arrivare al quinto piano, e sentire cosa ci dice l’etica. Ma per arrivarci dobbiamo prima passare dal quarto piano: cioè, dobbiamo ascoltare e comprendere cosa ci dice la scienza, il modo in cui procede, cosa ci permette di affermare con ragionevole certezza e che margini di dubbio può lasciarci. In una parola, dobbiamo prima passare dalla scienza per capire davvero di cosa parlare quando saliamo poi al quinto piano: per capire davvero il quadro complessivo e dettagliato della situazione, che significano quei termini medici, che implicazioni e che conseguenze hanno.

Per questo secondo me la scala è una buona immagine. Perché consente di interpretare quella frase lì nel modo più sensato.

“La scienza arriva solo fino a un certo punto”, certo: ma bisogna arrivarci, a quel punto. Bisogna stare a sentire cosa ci dice la scienza, quali sono i fatti – i dati, le prove, i test, i risultati.  Ragionare su quelli per capire cosa fare. E solo quando non abbiamo trovato risposte possiamo salire, lì dove l’etica può analizzare quei fatti alla luce di valori, convinzioni intime e buone ragioni.

Non si può arrivare subito al quinto piano. Bisogna prima passare dal quarto, e fermarcisi tutto il tempo necessario.

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