La paura contro la paura, o il giorno dopo la sconfitta

PD

Più o meno quattro anni fa questo blog, nella persona del suo tenutario, scriveva un post in cui fra l’altro si diceva, parlando dell‘elettorato M5S, questo:

Dall’altro, però, si intravede già il rischio a sinistra di ripetere l’errore capitale fatto negli ultimi vent’anni, e trasformare chi ha votato Grillo nel nuovo “spettatore di Rete4”: quello che ha votato Berlusconi e quindi noi, che siamo pur sempre l’Italia Giusta, quella antropologicamente diversa, quella che “la televisione non la guardo mai – manco ce l’ho – al massimo qualche volta Raitre”, il suo voto non lo vogliamo, non è alla nostra altezza, non merita di votarci.

 Il rischio, cioè, di una nuova questione morale all’orizzonte, una nuova categorizzazione antropologica che replicasse semplicemente la repulsione che per anni abbiamo avuto per chi votava a destra: quella repulsione che alimentava valanghe di “ma chi è che vota Forza Italia, non lo confessa nessuno, non è che si vergognano?”, di “se vince Berlusconi espatrio”, di chi diceva che per votare quelli lì dovevi essere per forza un mafioso o un colluso o come minimo un evasore, se ti andava bene solo uno stupido ignorante. Una gigantesca battaglia cosmica in cui da una parte c’eravamo noi, i Buoni, e dall’altra parte l’abisso della barbarie (televisiva), da guardare con sdegno sprezzante e la ferma consapevolezza di non essere come “loro”.

Qualcuno provava a dircelo, che questa roba non funzionava, che era proprio l’atteggiamento che garantiva a Berlusconi di continuare a vincere, e forse a un certo punto l’abbiamo capito. Solo che alla fine, invece di cambiare atteggiamento, abbiamo semplicemente cambiato bersaglio. Secondo voi è un caso che oggi, all’indomani di una sconfitta senza precedenti per il PD e una vittoria ugualmente inaudita di M5S (e Lega) si assista di nuovo all’invasione dei meme “espatriamo” e degli hashtag tipo #ItalyIsOverParty?

Nei giorni scorsi, assistendo alla ripresa di Berlusconi, molti scherzavano dicendo che sembrava di essere tornati nel 1994: a me invece sembra che siano proprio le reazioni di questo tipo a ricatapultarci indietro, a dimostrazione che non impariamo mai. Avevamo finalmente imparato che quella roba lì non funziona, ed eccoci invece un’altra volta a ritirar fuori tutto l’armamentario: Bene vs Male, “Noi” come “ultimo baluardo di fronte alla barbarie” eccetera eccetera. Davvero pensavamo che fomentare il clima da Armageddon, da Scontro Finale aiutasse? Davvero pensavamo che sfottere Di Maio per i congiuntivi fosse una buona strategia di comunicazione politica? Davvero pensavamo che trattarli tutti come decerebrati fosse la chiave per vincere?

Perché alla fine si è trattato, per certi versi, di grillismo con altri mezzi: l’idea era di rispondere alla paura con la speranza, invece abbiamo anche noi usato il frame della paura – solo che invece dell’Europa o dei migranti l’abbiamo appiccicato addosso ai nuovi barbari che premevano alle porte.

Ora, magari questo è davvero un mutamento sistemico, di certo è una sconfitta epocale per il PD, e la responsabilità è sicuramente di tantissimi – è sicuramente nostra – ma secondo me questa cosa va tenuta a mente, anche e più di tutti i regolamenti di conti interni che sicuramente inizieranno e di tutte le discussioni sugli errori di posizionamento (bisognava essere più di sinistra, no bisognava esserlo di meno). Per questo motivo a me non convincono granché le analisi di queste ore, secondo cui saremmo di fronte alla dimostrazione numerica che “l’Italia è un Paese di destra”: perché è lo stesso Paese che nel 2014 – ok, una vita fa, ma alla fine son solo quattro anni – alle Europee diede al PD il 40%. Non è che l’Italia sia un Paese di destra: è che è un Paese complesso, ampio, stratificato e diversificato, in una fase molto particolare e critica a livello sociale ed economico che coinvolge tutto il continente e probabilmente tutto il mondo, in cui tra l’altro il voto è sempre più volatile e mutevole, sempre più una variabile di opinione momentanea e non di appartenenza radicata.

E stamattina, a leggere un po’ di queste analisi, a me è venuto in mente Jon Stewart, il famoso comico americano, e una cosa che disse quando Trump vinse la corsa alla Casa Bianca.

Talking to Charlie Rose on CBS This Morning’s November 17 show, Stewart chose his words carefully to describe how he felt after Donald Trump’s presidential election victory. While Rose tried to get him to say he might be afraid in this new reality, Stewart pushed back against the idea that we are now living in a “fundamentally different country” than we were before the election happened.

“The same country, with all its grace, and flaws, and volatility, and strength, and resilience exists today as existed two weeks ago,” Stewart said. “The same country that elected Donald Trump elected Barack Obama.”

Siamo sempre noi. E dire che quelli lì han votato M5S o Lega perché sono razzisti, ignoranti, antivax, pro-fake news o emuli di Putin è un alibi comodissimo ma incredibilmente controproducente, oltre che fallace e semplicistico.

L’avevamo capito con Berlusconi, l’abbiamo dimenticato con Grillo e i suoi.

Cerchiamo di ricordarcelo.

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La scienza, l’etica e una casa senza ascensore

Great Ormond Street baby abduction

Sulla vicenda di Charlie Gard in questi giorni avrete letto (e probabilmente anche scritto, se frequentate un minimo i social) qualunque cosa, dal meditato e ponderato allo scriteriato e criminale. Proprio per questo motivo è assolutamente inutile che scriva qualcosa anche io, e dunque mi limito a rilanciare chi secondo me ha centrato il punto e detto le cose più sensate e ragionevoli.

Su una cosa però val la pena ragionare: un adagio che si è sentito ripetere di nuovo in questi giorni, intorno a questa storia che sembra tragicamente fatta apposta.

“La scienza arriva solo fino a un certo punto, poi tocca all’etica.”

E vale la pena ragionarci su, credo, perché a me sembra che questa frase tendiamo spesso a non intenderla nel modo giusto.

Quando pensiamo al rapporto fra scienza ed etica, abbiamo in mente qualcosa come due insiemi: uno più piccolo, quello della scienza, che contiene asserzioni e ipotesi su fatti specifici, e uno più grande – quello dell’etica – che invece è costituito da affermazioni, giudizi e imperativi che scaturiscono dall’intreccio con la sfera dei valori. Tipicamente, quindi, pensiamo che ci siano domande a cui solo l’etica può rispondere, perché hanno a che fare con istanze che esulano dalla dimensione empirica che è il campo di specializzazione della scienza: e quando troviamo una questione in cui i due insiemi si sovrappongono, replichiamo questo schema mentale e concludiamo che va bene, la scienza è scienza e magari ci dirà a che temperatura bolle l’acqua quando siamo in cima all’Everest, ma per certe cose bisogna “guardarsi dentro” e ragionare “secondo coscienza”.

Ora, secondo me il problema è proprio questo modello, quest’idea degli insiemi.

E mi sembra che funzioni molto meglio, come rappresentazione visiva, una scala. Ma mica una scala intesa come criterio di misurazione, tipo la Mercalli per i terremoti, no no: proprio una scala fisica, di quelle che servono per andare da un piano all’altro di una casa.

Ecco: immaginiamo, allora, che la “scienza” sia il quarto piano, e l’“etica” il quinto. Quando ci troviamo ad affrontare una situazione in cui si incontrano scienza ed etica, e che richiede un giudizio, una decisione – una situazione come quella di Charlie Gard – possiamo arrivare al quinto piano, e sentire cosa ci dice l’etica. Ma per arrivarci dobbiamo prima passare dal quarto piano: cioè, dobbiamo ascoltare e comprendere cosa ci dice la scienza, il modo in cui procede, cosa ci permette di affermare con ragionevole certezza e che margini di dubbio può lasciarci. In una parola, dobbiamo prima passare dalla scienza per capire davvero di cosa parlare quando saliamo poi al quinto piano: per capire davvero il quadro complessivo e dettagliato della situazione, che significano quei termini medici, che implicazioni e che conseguenze hanno.

Per questo secondo me la scala è una buona immagine. Perché consente di interpretare quella frase lì nel modo più sensato.

“La scienza arriva solo fino a un certo punto”, certo: ma bisogna arrivarci, a quel punto. Bisogna stare a sentire cosa ci dice la scienza, quali sono i fatti – i dati, le prove, i test, i risultati.  Ragionare su quelli per capire cosa fare. E solo quando non abbiamo trovato risposte possiamo salire, lì dove l’etica può analizzare quei fatti alla luce di valori, convinzioni intime e buone ragioni.

Non si può arrivare subito al quinto piano. Bisogna prima passare dal quarto, e fermarcisi tutto il tempo necessario.

Sì, e due pensierini per dopo

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Questo blog, nella persona del suo tenutario, vota Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre – anzi, per la precisione ha già votato, visto che chi vive all’estero ha dovuto rispedire le schede ai consolati nei giorni scorsi.

Vota Sì per parecchi motivi, che in tanti hanno saputo mettere per iscritto con molta efficacia: motivi nel merito della riforma, motivi di ordine più prettamente politico, motivi di respiro più ampio, e motivi che li raccolgono un po’ tutti quanti.

Poi, se volete approfondire ulteriormente, potete dare un’occhiata anche alla sezione dedicata alla riforma e al referendum sul sito del PD Germania: questo blog – sempre nella persona del suo tenutario, che del PD Germania fa parte – ha collaborato alla creazione e alla pubblicazione del materiale, un tentativo di spiegare perché votare Sì fornendo dati e argomentazioni ragionate al di là degli slogan e dei “moriremo tutti” del caso.

Ora che ci siamo tolti il pensiero della dichiarazione di voto, un paio di altre considerazioni però val la pena di farle.

Da iscritto PD, questa campagna referendaria è stata abbastanza demoralizzante.

Se passate di qui forse lo sapete, gli scontri interni e la dialettica anche molto aspra non mi spaventano, anzi: penso siano legittimi, comprensibili e necessari, se un partito deve essere uno spazio contendibile.

Quello che mi spaventa, però, è l’incapacità di separare i momenti, di distinguere la fase rituale in cui ci si scanna e quella – successiva – in cui invece si collabora con chi dallo scontro è uscito vincitore e ha guadagnato il diritto di rappresentare “la linea” del partito.

Questa incapacità, purtroppo, è un marchio di fabbrica della sinistra italiana, ed ha come spiacevole conseguenza che praticamente ogni dieci minuti c’è nel PD un regolamento di conti che si trascina dall’ultimo Congresso, o un anticipo del prossimo.

A me fa piacere che, stavolta, una ricomposizione ci sia stata (anche se non con tutti); meno, però, che a farne le spese sia stato quello che per me era il punto di forza dell’Italicum, il doppio turno/ballottaggio. Infatti, non solo un ballottaggio a due tende a favorire una bipolarizzazione del sistema (che per me è un bene, però se ne può discutere), ma fornisce anche una ulteriore “legittimazione popolare” al premio di maggioranza, dato che per vincere bisogna prendere la maggioranza assoluta dei voti: non dobbiamo fare l’errore, infatti, di pensare che il voto espresso al secondo turno sia in qualche modo “meno valido” di quello espresso al primo turno. Comunque, ora a quanto pare il ballottaggio è storia, vedremo se – come io mi auguro – si riuscirà in qualche modo a farlo tornare.

Anche come semplice osservatore, però, non c’è stato molto da star allegri.

Naturalmente ci sono state belle eccezioni, ma l’impressione da parte di entrambi gli schieramenti è stata che l’obiettivo principale, più che di convincere la gente, fosse caricare a palla la propria fandom, in un crescendo di cori da stadio, slogan e parole d’ordine che nella quasi totalità dei casi sono risultati essere delle cazzate micidiali – con una per me leggera prevalenza, non me ne vogliano, da parte dei sostenitori del No.

Una scelta di comunicazione che ha completamente trascurato quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo, gli incerti/indecisi: invece di puntare a conquistare quelli, si è preferito rinforzare e compattare i propri ranghi, spostando la disputa su toni di grillismo andante che è poi LA sconfitta per tutto il dibattito pubblico, non solo per la sinistra e per il PD.

Poi per carità, non sono mancate fortunatamente le discussioni valide e interessanti, nel merito (tecnico e politico) e con gente che aveva voglia di confrontarsi, e non solo e necessariamente di litigare o insultare – sono abbastanza sicuro che più o meno tutti ne abbiamo fatte almeno un paio: e questo, in qualche modo, fa ben sperare.

Una cosa però: l’argomento “eh ma voti come [inserire nome proprio di Male Assoluto]!”, corredato magari di foto di Renzi e Verdini da una parte, e di Anpi e Forza Nuova dall’altra, lasciatelo stare. Perché un uomo molto saggio, tanti anni fa, ci spiegò che “en politique on peut choisir ses ennemis, on ne peut pas choisir ses alliés”.

Del progresso morale e civile degli italiani, o di una foto di Luigi Di Maio

Ci sono alcuni momenti, nella vita di una nazione, in cui l’opportunità di un autentico progresso civile, sociale e culturale si presenta nel modo più inaspettato, come un dettaglio secondario, un particolare da trafiletto di penultima pagina.
Rivela molto dell’Italia di oggi che un’occasione di questo tipo si sia materializzata, in questi giorni, in forma di fotografia di Luigi Di Maio, Vicepresidente della Camera dei Deputati e uno dei leader in pectore del Movimento 5Stelle. 
La vicenda probabilmente la sapete: ospite in Campania di un evento per il No al referendum del 4 dicembre, Di Maio va poi a cena in un ristorante e si fa una foto insieme a uno dei proprietari del locale – che va tutto bene, non fosse che quest’uomo è fratello di un imprenditore coinvolto nella vicenda della Terra dei Fuochi e collaboratore di giustizia: più che sufficiente perché si aprisse la polemica. 
Alcuni attaccano e basta, altri fanno notare un certo doppio standard, che certo esiste ma come nota Massimo Bordin la ritorsione non è mai un grande argomento
Io però leggo queste reazioni, mi ricordo del casino della lobby dei malati di cancro e delle bordate quando iniziarono a spuntare i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini, e penso che no, cazzo, non possiamo anche stavolta finire con l’usare i loro stessi argomenti, la loro stessa logica, il loro stesso manicheismo. Perché sulla storia della lobby dei malati l’unica cosa giusta da dire era “Sì, è vero, certo che sono una lobbyperché lobby non è una brutta parola, e siamo lieti che finalmente l’abbiate capito anche voi”; e sugli indagati l’unica cosa giusta da dire era “Anche secondo noi un avviso di garanzia non equivale a una condanna, perché siamo garantisti sempre, sappiamo bene cosa succede quando si amministra una realtà complessa come un comune o una grande città, e siamo lieti che ora sia diventato chiaro anche a voi come ognuno sia innocente fino a prova contraria e colpevole solo dopo tre gradi di giudizio”. 
Mettersi lì col dito puntato, ripetendo fra sghignazzi e pernacchie “Ahah, lo vedete, parlate tanto di purezza e onestà e poi invece siete come gli altri, anzi pure peggio” non solo è una stronzata micidiale (davvero pensiamo che “onestà” sia quella cosa lì? Davvero?), ma è il miglior modo per aprire la strada alla prossima incarnazione del grillismo, al suo semplicistico moralismo, al suo giustizialismo da manette e forconi. Significa accettare di giocare una partita di imbarbarimento che per definizione non si può vincere, perché Grillo è troppo avanti e lo fa meglio, ma che soprattutto non dobbiamo voler vincere. Perché l’obiettivo – non solo nostro come partito: nostro come opinione pubblica, nostro come “tutti” – è capire che la realtà è una roba complessa che richiede competenze, preparazione e studio, in cui più che il bianco e il nero esistono una miriade di grigi fra i quali bisogna imparare con fatica a districarsi. Banalizzare e semplificare, non andare troppo per il sottile e vantarsene, replicare quegli schemi mentali lì invece è proprio certificare la sconfitta: è ammettere che si è diventati uguali alla destra, a quella brutta.
Per cui, mio caro PD, ti prego: sulla foto di Di Maio, non farti sfuggire l’occasione e di’ la cosa giusta. Ne va di te, del tuo futuro, persino di quello dei tuoi avversari, che possono diventare finalmente “adulti”. Ma ne va un po’ del futuro di tutti noi.

Dio salvi la Regina

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Facciamo un piccolo esperimento mentale.

Scenario 1.

Facciamo finta che in Italia, nei mesi scorsi, abbia avuto luogo un referendum popolare per decidere se uscire o no dall’Unione Europea. E facciamo finta che, contrariamente a tutti i pronostici, abbia vinto il fronte del “Fuori”.

Qualche mese dopo, un parlamentare conservatore del fronte del “Fuori” (boh, chi potrebbe essere? Meloni? Gasparri?) presenta una mozione perché la Rai – che dovrebbe essere un canale televisivo “fieramente italiano” – concluda la programmazione giornaliera trasmettendo l’inno nazionale, a celebrazione dell’uscita dall’Unione Europea e della “riconquistata sovranità nazionale”.

Che succede?
La stampa, gli intellettuali, e i giornalisti Rai in particolare, denunciano l’intollerabile ingerenza e la minaccia autoritaria, il tentativo di imbavagliare la stampa figlio di quel “piduismo perenne” che tanta fortuna continua ad avere come infallibile artificio retorico. Per carità, hanno ragione, ma proprio non riescono a fare a meno di quella postura da vittima di regime che da noi chiunque firmi un articolo o un’articolessa ritiene suo inalienabile diritto, e finiscono col trasformare tutta la questione in un melodramma epico con i buoni, i cattivi, il “simbolo di un’Italia che” e l’inesorabile imbarbarimento culturale – frutto di Berlusconi, della tv, o di tutti e due. Naturalmente, della mozione non se ne fa nulla, ma quello già si sapeva fin dall’inizio, era più folclore che altro; si è però riusciti a tirare avanti con un altro turno di gioco delle parti, con il pericolo della “pancia del Paese” e i sacerdoti della coscienza civica a costante rischio bavaglio, la retroguardia del degrado morale e l’avanguardia dell’impegno civile. E un turno in più, un po’ più di tempo per cullarsi in queste certezze, è già qualcosa, è pur sempre una conferma a portata di mano della propria percezione di sé e del mondo. Per un turno in più, ma almeno si tira avanti.

Scenario 2.

Se tutto questo avviene dove hanno inventato il liberalismo politico e i Monty Python, invece, che succede?

We’re incredibly happy to oblige.

 

Far panini da McDonald’s

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Alcuni anni fa, a Milano organizzarono una di quelle fiere di orientamento al lavoro per giovani neolaureati, in cui ragazzi e ragazze appena usciti dall’università possono entrare in contatto con aziende e imprese e vedere un po’ com’è questo fatto di entrare nel mondo del lavoro – dalle cose piccole ma cruciali (come si fa un curriculum, come ci si prepara ad un colloquio) a quelle di orizzonte più ampio e a cui spesso non si pensa – come valutare le proprie prospettive occupazionali, i pregi di formazione continua e aggiornamento, come “investire” sulla propria crescita professionale. Insomma, uno sguardo ravvicinato su come funzionano davvero tutti gli aspetti, coordinati e complessi, del recruiting. Tra l’altro, l’evento era grosso e ben organizzato, quindi partecipavano anche numerose aziende di rilevanza internazionale, desiderose di esplorare un po’ il bacino di talenti dei giovani italici.

All’epoca, un quotidiano intervistò un manager del personale di una di queste grandi aziende (mi pare Microsoft, ma magari mi sbaglio), chiedendogli qualche valutazione sullo stato di salute della fresca e gagliarda manodopera italiana che aveva incontrato lì.
Il manager raccontava che la situazione era abbastanza particolare: a livello di titoli, e quindi di specifiche competenze professionalizzanti, i neolaureati italiani erano molto preparati, decisamente avanti rispetto a quelli di altri paesi. Però erano tragicamente carenti nel resto: conoscenze linguistiche, dinamiche di teamwork, problem-solving e capacità di prioritizzazione dei compiti da svolgere – in generale tutte quelle cose che vengono raggruppate nel concetto di soft skills: competenze che non fanno strettamente parte del bagaglio professionalizzante di un corso di studi, ma imprescindibili quando si tratta della realtà concreta di qualunque lavoro. Da cui il suo consiglio: anche se ci mettete un anno in più a laurearvi, provate a fare qualche lavoretto mentre studiate, d’estate andate a farvi un paio di mesi a Londra anche solo a fare i camerieri. Per uno che vi deve assumere, esperienze di questo tipo contano molto più di un percorso accademico perfettamente nei tempi.

Ora, io non dico che McDonald’s sia il posto migliore del mondo dove fare l’alternanza scuola/lavoro, ma pensare che “a fare panini non impari nulla” è proprio il sintomo che continuiamo a non capire come “lavoro” sia anche tutte quelle cose lì, quelle soft skill di cui sopra. E che su un problema capitale come quello del gap E2E (Education to Employment) continuiamo ad avere idee molto, troppo confuse.

Seguire un attacco su Raitre

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Ieri sera mi sono messo a seguire il vortice di notizie che arrivava da Monaco, comprensibilmente in ansia, come potrete immaginare. Non è che Monaco da Francoforte sia proprio dietro l’angolo, ma una cosa così su suolo tedesco in anni recenti non si era mai vista, e si veniva da Bataclan e da Bruxelles e da Nizza – e insomma, potete capire.

Ho seguito principalmente tre cose: la diretta del TG3, quella di ARD (aka Das Erste, praticamente la Raiuno tedesca), e gli aggiornamenti su Facebook e Twitter. Un paio di cose interessanti, in mezzo alla concitazione e all’ansia, le ho notate.

Ad esempio, le foto e i video.

Quasi subito hanno iniziato a girare immagini del centro commerciale in cui ha avuto luogo l’attacco, rilanciate da buona parte della stampa. Poco più tardi di quasi subito, però, si è anche capito che quelle immagini erano false, roba che non c’entrava niente ma data per buona nell’isteria collettiva.

Ora, la cosa che ho pensato mentre quei filmati venivano mandati dalle tv è stata “ma se lo so io che sono bufale, vuoi che non lo sappia una redazione di un telegiornale?”. E mi è venuto il sospetto che magari lo sapessero, ma che alla fine dai, sono scene d’impatto e sembrano vere, quindi chi se ne fotte.

Il TG3 quelle immagini le ha trasmesse.

ARD no.

Sui social, poi, molti hanno postato i tweet e gli status della Polizia di Monaco, che pubblicava aggiornamenti – in più lingue, tra l’altro – a cadenza molto ravvicinata.

Uno degli status pubblicati invitava le persone a non condividere online video e foto, per evitare di aiutare in alcun modo gli assalitori – questo qui:

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ARD (e la stragrande maggioranza dei media tedeschi) non ha mostrato nulla, e anzi alcuni italiani a Monaco intervistati da Canale 5 e altre reti dicevano che seguivano la vicenda sui siti nostrani perché “i media tedeschi rispettano l’embargo e quindi non sappiamo nulla”.

Le tv italiane, invece, alè.

E per carità, io lo capisco che un attentatore tedesco in terra tedesca è difficile che si metta sul telefonino a controllare cosa dice Repubblica.it, ma è anche vero che nelle dinamiche dell’informazione, oggi, barriere linguistiche/nazionali di questo tipo non esistono più, e le gallery postate a Milano o Sydney vengono riprese e rilanciate in cinque minuti a Berlino o New York. Quindi, ecco: se quelli che stanno cercando di risolvere questa cosa pazzesca e assurda ti dicono che, forse, è meglio se non diffondi informazioni che in qualche modo possono dare una mano a chi sta andando in giro a sparare alla gente, magari anche se non ti trovi proprio in loco stalli a sentire.

Un altro tweet della Polizia di Monaco chiedeva di evitare di lanciarsi in speculazioni e ipotesi prive di fondamento, visto che praticamente non si sapeva nulla di chi fosse l’assalitore, se ce ne fossero altri, quale fosse la matrice dell’attacco.

Sui media italiani parecchi ospiti già costruivano ardite architetture analitiche che collegavano Isis, Nizza, la Turchia e Monaco di Baviera, l’ondata del terrore islamista, “siamo in guerra” – con addirittura alcuni esperti che si dicevano sicuri dello stampo islamico dell’attentato grazie a fonti superaffidabili che poi uno vede meglio e scopre che è un post di Magdi Allam.

Su ARD, due giornalisti in collegamento da Monaco che ripetevano quanto comunicato dalla polizia, la diretta della conferenza stampa del portavoce e un esperto a Berlino che commentava le notizie divulgate dal Ministero dell’Interno.

Ora, io non è che voglio strumentalizzare una tragedia come quella di ieri per tirare in ballo il solito discorso del declino dell’informazione italiana, però datemi retta: quando capitano cose del genere, se potete seguite altro. Se pure Rai News, Repubblica, Mentana o Berlinguer non sono distinguibili dalla Bild, non c’è speranza.