Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo

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Comunque, no

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Comunque, no.

Non che interessi a qualcuno, ma non ho votato per il referendum (impropriamente definito) sulle trivelle.

Non ho votato perché non ho trovato motivazioni che mi convincessero, sul piano delle argomentazioni razionali, della bontà del sì. Dato il contesto energetico, economico e quello che volete voi, il rinnovo automatico delle concessioni alla fine della scadenza naturale (e, si noti bene: non “per sempre”, ma “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”) mi sembra la scelta migliore.

Non ho votato perché certo, ci sono un sacco di questioni di importanza fondamentale di mezzo: la strategia energetica nazionale, il tema degli oneri per le concessioni estrattive, e molte altre. Ma sono cose che non rientrano nel quesito referendario, che ha una portata molto più limitata e tecnica.

Per questo, non riesco a trovare condivisibile la motivazione per cui “bisogna votare sì per mandare un segnale”: perché capisco cosa si vuole dire, ma alla fine è anche quella una forma di strumentalizzazione del referendum. Cioè, si riconosce che la domanda posta è quasi irrilevante (perché, nei fatti, lo è) per spostare il tutto su un piano simbolico: in sostanza, si risponde a qualcos’altro. Che però non è proprio il modo migliore di affrontare un referendum, almeno secondo me.

Quindi, a livello di principio sarei un sostenitore del No: ma sono anche abbastanza realista, credo, e so che quando si tratta di referendum il punto è il raggiungimento del quorum, non “chi vince fra promotori e contrari”. Dunque, non ho votato, perché – da sostenitore del no – speravo appunto che vincesse il No: cosa che è accaduta senza il raggiungimento del quorum.

Non ho votato perché, inoltre e ancora prima, non credo che una questione del genere dovrebbe essere demandata al voto popolare. Perché è una questione tecnica, da inquadrare in un contesto specifico che richiede competenze specifiche in più ambiti (energetico, economico, giuridico); e se da un lato è vero che a ragionare così allora tanto vale metterci un governo di tecnici e basta, dall’altro non è pensabile che su temi del genere la mia opinione valga come quella di un esperto di settore – provocatoriamente, potremmo dire che non è pensabile che “un voto vale uno”, per citare uno slogan molto in voga.

Non ho votato anche se non è che abbia apprezzato molto la campagna #unmarediballe del PD. Non perché non ne siano state dette – anzi, anche se secondo me ne hanno dette un po’ di più quelli del sì – ma perché credo che una comunicazione impostata così rischi, alla lunga, di essere controproducente. Come si diceva da queste parti qualche tempo fa, Renzi tende a voler stravincere, mentre potrebbe essere più sottile (e più cattivo) se si accontentasse di vincere.

Non ho votato perché ho notato populismi sfrenati, che spostavano clamorosamente il piano della questione portandolo a livelli che col referendum non c’entravano nulla; e il ricordo del post-2011, con la gente che è davvero convinta che “grazie al nostro voto l’acqua è rimasta pubblica”, è ancora molto vivo in me.

Non ho votato perché mi ha dato veramente molto fastidio questa cosa che “bisogna andare a votare perché i nostri nonni sono morti per poterci dare di nuovo la possibilità di votare”. No, i nostri nonni hanno fatto la Resistenza e sono morti proprio per poterci dare la possibilità di scegliere se e chi votare – non per obbligarci a farlo, come appunto durante il ventennio. E poi c’è questa cosa che penso da qualche anno (anche se non dubito che qualcuno passando di qui penserà che la dica solo pro domo Renzi), che a volte scambiamo il voto per l’unico momento in cui “si fa politica”. Forse perché veniamo da decenni di elezioni vissute come situazioni di emergenza, come scontri apocalittici fra Bene e Male, ma abbiamo finito col trasformare il voto nell’unica azione politica, che include ed esaurisce tutta la vita politica del cittadino. Che va benissimo, eh, anzi, magari è anche una cosa positiva, ma basta che non cadiamo nella retorica semi-escatologica che ci abbiamo costruito intorno.

In tutto questo, poi, una cosa mi è venuta in mente.

Molti si sono lamentati di come la campagna sia stata condotta ponendo al centro, molto più che la questione in oggetto, Renzi ed il governo, come se anche con questo referendum si trattasse di “confermare la fiducia” o “dare la spallata”.

Ora, non so voi, ma credo che se avesse vinto il sì la voce di chi avrebbe detto “bene, il risultato è che le concessioni non verranno rinnovate” sarebbe stata sovrastata immediatamente dalle urla “RENZI A CASAAAAAAA!!!”. Renzi che, dall’altro lato, ci ha messo del suo per personalizzare lo scontro (e abbiamo già visto, con le Europee, che funziona).

Quindi, a me sembra abbastanza evidente che sì, ok, c’era scritto “referendum sulle trivelle”, ma si leggeva “amministrative di Roma e Milano”. Cioè: entrambi gli schieramenti (in particolare: PD e M5S) puntavano sul risultato del referendum, relativamente poco importante, come volano per la campagna che eleggerà i due sindaci più importanti d’Italia, con tutto il carico simbolico che portano con sé. E, guardando ancora più lontano, per il referendum costituzionale di ottobre. Da qui l’astronomica tensione dello scontro.

Vedremo, dunque.

Ma certo una cosa, da ateo sbattezzato, credo di poterla dire: iddìo ci scampi e liberi da referendum, e campagne referendarie, del genere.

Cara Emma ti scrivo

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Cara Emma,

io non lo so se sia vero quello che leggo questa mattina sui giornali, non so come devo prenderlo.

Mi riferisco, come immaginerai, alla notizia secondo cui Pannella ti avrebbe espulso dal partito.

So che spesso si fa bene a non fidarsi delle ricostruzioni della stampa, naturalmente; ma anche Massimo Bordin – uno che vi conosce bene, via – pur lasciando aperta l’ipotesi della boutade estiva, magari a scopo mediatico, non ha potuto non rilevare una durezza, un’asprezza dei toni che inevitabilmente conferiscono alla vicenda una certa serietà.

Certo immagino sia un momento difficile, soprattutto considerando il periodo faticoso e complicato da cui provieni. E però, in queste poche righe vorrei provare a spiegarti perché stamattina, quando ho letto questa notizia, mi sono sentito un po’ più ottimista.

Vedi, io sono un militante del Partito Democratico che vive in Germania. Mi sono iscritto al PD nel 2013, in occasione delle primarie, dopo aver fatto qualcosa da “esterno” per quelle 2012. Ho deciso di prendere la tessera perché mi sembrava che finalmente, in quei mesi, si fosse aperto uno spazio nel partito per chi, come me, si riconosce in una posizione di sinistra liberale, e che addirittura si potesse trasformare quello spazio in un’area di maggioranza, perfino in una forza di governo.

Le cose poi sono andate un po’ così e un po’ no, ma sarebbe troppo lungo spiegare – e soprattutto, non devo certo spiegartelo io. Io nel partito continuo a starci – come “minoranza nella maggioranza”, diciamo, ma continuo a lavorare (io che non sono nessuno, eh) perché quelle due o tre idee che ho possano trovare accoglienza nel recinto del centrosinistra italiano, e magari diventarne un patrimonio condiviso. E fra queste idee ce ne sono anche parecchie tue.

Pensa che nella sezione About me di questo blog mi descrivo come uno che sogna di portare dentro il partito Pietro Ichino, Emma Bonino e Oscar Giannino. Con Ichino ce l’abbiam fatta, con Giannino no, ma lì era più che altro una questione di ammirazione per un guardaroba francamente straordinario. Ma è per questo che la notizia di stamattina mi ha reso un po’ ottimista: perché mi fa sperare che un altro pezzetto del sogno possa trasformarsi in realtà.

Lo so, il PD da farsi perdonare ne ha tante, dai Radicali e da te in particolare. Da quella candidatura alla presidenza del Lazio, una candidatura in cui il partito non ha mai veramente creduto e per cui non ha fatto praticamente nulla, allo “Stronzi” di Rosy Bindi che si commenta da solo, per finire con la tua poco cerimoniosa sostituzione alla Farnesina all’insediamento del governo Renzi – una mossa dalla logica anche comprensibile (tu politicamente sei un peso massimo, ed è chiaro che Renzi oltre a se stesso non ne vuole altri intorno, in questa fase), ma che comunque ha fatto restare male molti. Tipo me.

Non posso prometterti che sarebbe una passeggiata. Perché temo che all’interno del PD tu abbia ancora molti nemici, che ce l’hanno con te e con le tue idee o magari hanno solo paura di perdere quello strapuntino di potere e di influenza che sono riusciti a conservare in questa rottamazione fatta a metà.

Posso garantirti, però, che potresti contare sull’entusiasmo di migliaia e migliaia di militanti, iscritti e simpatizzanti che se entrassi nel PD farebbero la ola per strada. E penserebbero di avere di nuovo un punto di riferimento per riprendere qualche discorso che purtroppo, per adesso, sembra destinato a restare poco più che lettera morta. Come il discorso sulla giustizia, ad esempio.

Per cui ecco, Emma, te lo chiedo ufficialmente, per quel che vale l’invito di un semplice iscritto come me: vieni con noi, entra nel PD.

Se accetti, giuro che la tessera io te la porto anche a piedi, da Francoforte fino a Bra.

In My Umble opinion, lasciamola lì

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Su una cosa Matteo Renzi ha ragione, sul fatto cioè che la sinistra italiana abbia fatto ben poco per non farsi etichettare come “partito delle tasse”.

Probabilmente questo è dovuto alla tendenza a scegliere sempre la strada – più semplice, da un milione di punti di vista – della redistribuzione come unica strategia valida per favorire una maggiore equità. Che per carità, ci va anche quella: ma da queste parti si resta convinti che il punto sia trovare la quadra per garantire a tutti le stesse opportunità di partenza, mettere tutti in grado di fare la corsa nel modo migliore possibile, non solo (e non tanto) distribuire i premi in parti uguali a fine gara.

Epperò a me che non ho studiato l’idea di togliere la tassa sulle abitazioni di proprietà pare un po’ una minchiata.

Perché il carico fiscale che va davvero abbassato è altrove, su lavoro e impresa, non sul patrimonio. E siamo d’accordo che “patrimoniale” è una parola-grimaldello che spesso non vuol dire nulla, che viene usata un po’ come chiamata alle armi un po’ come spauracchio, e che alla fine più è pesante più è controproducente: ma se c’è una “patrimoniale” che può funzionare, invece, è proprio una patrimoniale progressiva,  che “colpisca” una platea molto ampia (potenzialmente tutti quanti, altro che “i superricchi”) e in questo modo possa non risultare particolarmente vessatoria. E una tassa sulla casa, in fin dei conti, può agevolmente permettere tutte queste cose qui.

Certo, il progetto di riduzione delle tasse è più ampio e articolato. Però ecco, se mi è permesso un breve aneddoto personale: io nel 2013 votai Fare (lo so, lo so, ora smettetela di ridere però) anche perché, fra i punti elencati da uno dei candidati nella mia circoscrizione, quella estera, uno diceva più o meno “Per quanto riguarda l’IMU, io se volete ve lo dico che la voglio togliere, ma non sono ancora riuscito a trovare un motivo per cui sarebbe giusto farlo.”

Son passati più di due anni, ma devo dire che quel motivo non l’ho ancora trovato.

Una modesta proposta: Gianni Morandi spin doctor di Matteo Renzi

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Qualche giorno fa, sul sito degli Stati Generali, Michele Fusco ha pubblicato un bel pezzo che centra in maniera piuttosto precisa uno dei problemi del Matteo Renzi attuale – anzi, forse IL problema, se ci pensiamo un po’ su.

Dopo aver ricordato che la sostituzione di 10 membri PD nella commissione Affari Costituzionali è perfettamente legittima e addirittura “sacrosanta”, Fusco si chiede: ma perché, Matteo, vuoi sempre stravincere, umiliare i tuoi avversari già sconfitti, finendo col farti voler male anche quando fai cose buone e giuste? Perché, ad esempio, rimuovere dal programma della prossima Festa nazionale dell’Unità, a Bologna, la partecipazione di Bindi, Cuperlo, Bersani, in una parola – e sempre per citare Fusco – “tutti quelli che stanno amabilmente sui coglioni al premier”? Che bisogno c’è?

A fare un po’ di esercizio di memoria, effettivamente uno dei tratti caratteristici della comunicazione di Renzi risiede proprio in questa insopprimibile urgenza della muscolarità, delle frecciate e dei nomignoli (dai gufi rosiconi in giù), in tutto quell’armamentario che è marchio di fabbrica del tipo umano noto come “toscanaccio”.

E non c’è dubbio che questo stile, in tutta la parabola ascendente del giovane Rottamatore, sia stato un grande punto di forza. Perché suonava fresco, giovane, lontano dal politichese paludato che albergava a sinistra, faceva anche ridere, ci si nascondevano alcuni buoni slogan – e non ultimo, era perfettamente coerente col personaggio e con la missione che quel personaggio si era dato. Si percepiva una stacco, una cesura, e la forza di attrazione che questo stile esercitava si è rivelata potentissima.

Ora, però, Matteo Renzi si è preso il partito, ed è salito a Palazzo Chigi già da un po’. Continuare col canovaccio dell’outsider chiaramente non ha più senso, ormai. Bisognerebbe calibrare un nuovo stile comunicativo, dunque, visto che quello usato sinora era pietra angolare di una narrazione che è stata efficacissima, ha funzionato benissimo, ha portato tanta fortuna, ma adesso è sfasata rispetto al contesto.

Il problema, invece, è che lo stile da toscanaccio è ancora lì, ben saldo. Un insopprimibile gusto per lo sfottò che però più che altro mette in evidenza questo sfasamento.

E non solo: rischia anzi di avere effetti controproducenti. Perché aiuta le vittime di questo sfottò permanente ad aumentare la confusione, sviare la discussione dal merito specifico e poter così agevolmente servirsi di formulette tanto insulse (“dittatoriale”, “autoritario”, “criptofascista”) quanto d’effetto. Prendiamo quest’ultimo caso: si decide di sostituire i membri in commissione, alle proteste (calcolate e strumentali?) si risponde muscolarmente, e si finisce col lasciare gioco facile a quelli che si lamentano non tanto della cosa in sé, ma – appunto – dello stile con cui viene fatta: dell’arroganza, dello sbeffeggio. E il punto della questione viene spostato, magicamente, altrove.

Servirebbe uno stile nuovo, quindi. Ma quale?

Io non sono nessuno, eh, ci mancherebbe, però se potessi consiglierei a Renzi di studiarsi un po’ più da vicino una pagina Facebook. Quella di Gianni Morandi.

Come saprete, Morandi è ormai il patrono social del Paese: la sua pagina Facebook – genuina o programmata, poco importa – è uno dei case study più eccitanti che il mondo italiano dell’interazione online possa offrire. Un misto di semplicità quotidiana, schiettezza e ingenuità tale da farti cadere le braccia; ma proprio nel momento in cui i gomiti toccano terra ti sembra tutto così al posto giusto, così in sincrono, così perfettamente stupido che ti sorge inevitabile il dubbio: ma non è che lui ora è lì dietro che ride, e il coglione sono io?

L’altro giorno, commentando la tragedia del naufragio nel Canale di Sicilia, Gianni Morandi ha pubblicato un post in cui ricorda quando i migranti eravamo noi, disperati senza niente come quelli di oggi, costretti – come loro – a soprusi, violenze e angherie.

Non l’avesse mai fatto: naturalmente, sulla pagina sono piovute decine di commenti dal tono “Ma che minchiata, noi andavamo a faticare ed eravamo sempre rispettosi, questi vengono qui e ci invadono e rubano e stuprano e spacciano e spaccano tutto e stanno negli hotel a tre stelle a farsi mantenere e gli danno 900 euro e si lamentano pure”. Bene, come risponde Gianni? Con cose così: “Davvero gli danno 900 euro? Sei proprio sicuro?”. O “Ma a questa storia che si lamentano del cibo, hai assistito personalmente?” A chi gli dice “Meglio che continui a cantare, va’, invece di dire ‘ste stronzate!” lui risponde amabile “Tra un po’ riprendo, un abbraccio”; e soprattutto, quando arriva quello che “Facile parlare quando si ha il portafogli pieno! Perché non te li prendi a casa tua?”, lui replica bonario “Ho una sola casa, tutti forse no ma qualcuno di loro potrei accoglierlo”.

Ora, c’è un errore che non dobbiamo fare. Non dobbiamo pensare, cioè, che nel rispondere così Morandi sia “buono”.

Al contrario. È cattivissimo. Solo che non lo fa vedere. Spiazza l’interlocutore disinnescando l’attacco, rinunciando al contrattacco esplicito ed evidente, e lo lascia lì, a fare la figura del deficiente che urla da solo. Si sottrae al gioco, insomma, eppure ne esce vincitore.

Ecco. A me piacerebbe che Matteo Renzi provasse a sviluppare uno stile così. Perché riuscirebbe in un colpo solo a condurre il gioco comunicativo (persino di più rispetto a quanto già non faccia) e a sottrarre munizioni agli avversari, a disinnescarne le armi. Non stravincerebbe più, ma vincerebbe definitivamente.

In una parola, non vorrei che fosse più buono. Al contrario, vorrei che fosse ancora più cattivo.

Ma in modo più sottile.

Bene bravo bis, e però

mattarella

Se dovessi indicare il primo mattoncino con cui Matteo Renzi ha costruito il colpo da maestro dei giorni scorsi, probabilmente sceglierei la decisione di trasmettere in streaming la riunione dei grandi elettori PD, e la tempistica del suo intervento.

Il motivo dietro lo streaming a me sembra chiaro: due anni fa si era parlato di acclamazione entusiastica e unanime per Prodi, ma questa volta “la gente” ha potuto virtualmente partecipare alla riunione, ha potuto vedere con i suoi occhi. Sia chiaro, non c’entrano i discorsi sulla trasparenza. È stato un avvertimento: se qualcuno si smarcherà, se qualcuno non si atterrà alle indicazioni stabilite all’unanimità, sarà molto più difficile nascondersi dietro ricostruzioni, resoconti e aneddotica.

La tempistica dell’intervento di Renzi, invece, è sembrata fatta apposta per evitare qualunque ipotetica convergenza con i 5Stelle. Si doveva iniziare all’una e si è slittato all’una e mezza, poi il video per l’Expo, poi lui che fa la mezzoretta introduttiva, ed ecco che il nome arriva proprio un attimo prima che si concludano le quirinarie pentastellate e che si sappia chi è il prescelto. Per far passare chiaro il messaggio che tocca al PD guidare i giochi, e che il PD non ha alcuna intenzione di sottrarsi a questa responsabilità. E per evitare, naturalmente, che ci sia il tempo materiale di rimettere in discussione la scelta in base ai risultati che provengono da quella parte di web.

Questo, dunque, il primo mattoncino.

Non credo ci sia bisogno che mi metta io a indicare gli altri, visto che ormai in molti l’hanno fatto molto bene – in particolare quelli del Post e Christian Rocca.

Un paio di puntualizzazioni, però, credo si possano aggiungere.

La prima riguarda il PD, in particolare la minoranza del partito.

E’ quasi incredibile, ai tempi del PD renziano, vedere i Democratici così uniti, tutti contenti e soddisfatti, addirittura gli abbracci commossi con Rosy Bindi. Ma uno degli aspetti più machiavellici del colpo di Renzi è l’aver convinto la minoranza di aver vinto un po’ anche lei, laddove è chiaro che praticamente nulla cambierà nelle alleanze ad assetto variabile che reggono il governo e le riforme: i due rispettivi contraenti del Patto di Palazzo Chigi e del Patto del Nazareno, infatti, non hanno altra scelta che continuare sulla strada seguita finora, solo che adesso più che dire “Signorsì” a qualunque cosa gli chieda il PresdelCons non possono fare. Pensare che con questa mossa Renzi si sia deciso a mollare FI e NCD, e abbia dato retta a chi glielo chiedeva da tanto tempo, dichiarandosi quindi implicitamente pronto a “spostare a sinistra” l’asse del governo e delle riforme, è un’interpretazione certamente legittima, ma un filino illusoria. Soprattutto perché uno degli assi di questa geometria alternativa, il drappello parlamentare dei 5Stelle, ha una volta di più ribadito che preferisce giocare a Purezza&Rinnovamento invece che mettersi lì e fare effettivamente politica. E rivendicare la primogenitura dell’idea di un non-Nazareno, come fa Civati, significa saltare a piè pari la logica e gli obiettivi che il vero nome dietro quell’idea, il nome di Prodi, lasciava intravedere.

Quindi va bene, siamo tutti contenti, abbiamo vinto tutti: ma Renzi ha vinto di più.

La seconda puntualizzazione, invece, riguarda proprio Mattarella, il nuovo Presidente.

Siamo tutti d’accordo sulla levatura istituzionale del personaggio, ci mancherebbe – nonostante quel fenomeno di multiforme e variegata complessità che è stata la DC siciliana, nonostante Leoluca Orlando, nonostante i primi comizi di un giovanissimo Alfano.

Ma mi domando: è opportuno eleggere al Quirinale un giudice costituzionale?

Non succede, ma se succede

La Repubblica29011400

Quella che vedete qui sopra è l’home page di Repubblica oggi, giorno del Signore 29 gennaio 2015, alle ore 14.

Io non impazzisco per il nome di Mattarella. O meglio, non riesco a farmi un giudizio univoco. Per spiegarmi prenderei in prestito le parole di Massimo Bordin, del suo pezzo di oggi; ma fate una cosa, andatelo a leggere direttamente, è meglio.

Ora, però, io non lo so se succede davvero, che Mattarella venga eletto già stasera.

Ma se succede, è un capolavoro politico totale. Tutti gli altri, dentro e fuori il partito, sono praticamente spazzati via.

Altro che il PD. Se succede, Renzi si è preso l’Italia.