Sì, e due pensierini per dopo

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Questo blog, nella persona del suo tenutario, vota Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre – anzi, per la precisione ha già votato, visto che chi vive all’estero ha dovuto rispedire le schede ai consolati nei giorni scorsi.

Vota Sì per parecchi motivi, che in tanti hanno saputo mettere per iscritto con molta efficacia: motivi nel merito della riforma, motivi di ordine più prettamente politico, motivi di respiro più ampio, e motivi che li raccolgono un po’ tutti quanti.

Poi, se volete approfondire ulteriormente, potete dare un’occhiata anche alla sezione dedicata alla riforma e al referendum sul sito del PD Germania: questo blog – sempre nella persona del suo tenutario, che del PD Germania fa parte – ha collaborato alla creazione e alla pubblicazione del materiale, un tentativo di spiegare perché votare Sì fornendo dati e argomentazioni ragionate al di là degli slogan e dei “moriremo tutti” del caso.

Ora che ci siamo tolti il pensiero della dichiarazione di voto, un paio di altre considerazioni però val la pena di farle.

Da iscritto PD, questa campagna referendaria è stata abbastanza demoralizzante.

Se passate di qui forse lo sapete, gli scontri interni e la dialettica anche molto aspra non mi spaventano, anzi: penso siano legittimi, comprensibili e necessari, se un partito deve essere uno spazio contendibile.

Quello che mi spaventa, però, è l’incapacità di separare i momenti, di distinguere la fase rituale in cui ci si scanna e quella – successiva – in cui invece si collabora con chi dallo scontro è uscito vincitore e ha guadagnato il diritto di rappresentare “la linea” del partito.

Questa incapacità, purtroppo, è un marchio di fabbrica della sinistra italiana, ed ha come spiacevole conseguenza che praticamente ogni dieci minuti c’è nel PD un regolamento di conti che si trascina dall’ultimo Congresso, o un anticipo del prossimo.

A me fa piacere che, stavolta, una ricomposizione ci sia stata (anche se non con tutti); meno, però, che a farne le spese sia stato quello che per me era il punto di forza dell’Italicum, il doppio turno/ballottaggio. Infatti, non solo un ballottaggio a due tende a favorire una bipolarizzazione del sistema (che per me è un bene, però se ne può discutere), ma fornisce anche una ulteriore “legittimazione popolare” al premio di maggioranza, dato che per vincere bisogna prendere la maggioranza assoluta dei voti: non dobbiamo fare l’errore, infatti, di pensare che il voto espresso al secondo turno sia in qualche modo “meno valido” di quello espresso al primo turno. Comunque, ora a quanto pare il ballottaggio è storia, vedremo se – come io mi auguro – si riuscirà in qualche modo a farlo tornare.

Anche come semplice osservatore, però, non c’è stato molto da star allegri.

Naturalmente ci sono state belle eccezioni, ma l’impressione da parte di entrambi gli schieramenti è stata che l’obiettivo principale, più che di convincere la gente, fosse caricare a palla la propria fandom, in un crescendo di cori da stadio, slogan e parole d’ordine che nella quasi totalità dei casi sono risultati essere delle cazzate micidiali – con una per me leggera prevalenza, non me ne vogliano, da parte dei sostenitori del No.

Una scelta di comunicazione che ha completamente trascurato quello che avrebbe dovuto essere il vero obiettivo, gli incerti/indecisi: invece di puntare a conquistare quelli, si è preferito rinforzare e compattare i propri ranghi, spostando la disputa su toni di grillismo andante che è poi LA sconfitta per tutto il dibattito pubblico, non solo per la sinistra e per il PD.

Poi per carità, non sono mancate fortunatamente le discussioni valide e interessanti, nel merito (tecnico e politico) e con gente che aveva voglia di confrontarsi, e non solo e necessariamente di litigare o insultare – sono abbastanza sicuro che più o meno tutti ne abbiamo fatte almeno un paio: e questo, in qualche modo, fa ben sperare.

Una cosa però: l’argomento “eh ma voti come [inserire nome proprio di Male Assoluto]!”, corredato magari di foto di Renzi e Verdini da una parte, e di Anpi e Forza Nuova dall’altra, lasciatelo stare. Perché un uomo molto saggio, tanti anni fa, ci spiegò che “en politique on peut choisir ses ennemis, on ne peut pas choisir ses alliés”.

Perché il congresso è ora

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Il posizionamento in campo e le retoriche che lo accompagnano, con da una parte Renzi e il governo, dall’altra parte il sindacato e le forze a traino, lasciano presagire la battaglia fine-di-mondo. Va bene che i quotidiani ci hanno ormai da lungo tempo abituato ad una lingua di plastica, ma il fatto che i tre giornali più importanti titolino “ultimo scontro“, “rottura totale” e “guerra senza fine” rende bene l’idea.

Si è scritto molto sulle due piazze di sabato (meglio, sulla piazza e sulla stazione), sulla loro potenziale complementarietà come sulla loro impossibile coesistenza. La mia impressione, francamente, è che Renzi abbia scelto, concentrando l’azione di governo sul Jobs Act, di forzare la mano per uscire da una specie di semi-stallo, di sospensione, in cui tutte le varie anime del partito (renziani, non-renziani e ondivaghi) si erano con tacito accordo momentaneamente accomodate.

In una parola: il congresso, secondo me, è ora.

Perché da un lato Renzi, dopo aver soppesato le reazioni dentro al partito sulle altre proposte di riforma (legge elettorale, il Senato) e aver quindi ragionato sull’effettiva facilità di navigazione del suo governo, ha deciso di affrontare il tema più grosso, simbolico e divisivo che è dato trovare sul tavolo della sinistra italiana, quello del lavoro. E lo ha fatto, credo, proprio con l’intenzione di spingere le altre aree del PD a prendere una posizione netta sul punto, sia in senso tecnico che politico.

In senso tecnico, con un occhio alla minoranza cuperliana, ex-bersaniana o fassiniana che dir si voglia: proprio quell’area del partito, cioè, che sul tema del lavoro si è spesso rifugiata in proposte da “montagna che partorisce il topolino” e dichiarazioni che fan sempre bella figura, ma impegnano pochissimo. In senso politico, con un occhio invece al gruppo dei civatiani: quell’area che, al contrario, sul lavoro ha idee strutturalmente simili a quelle dei renziani, ma il cui principale pubblico di riferimento (dentro e fuori il partito) da quelle idee è abbastanza lontano, e ai cui occhi la credibilità politica di Civati diminuisce ogni minuto in più che lui passa dentro il PD.

Renzi, quindi, forza la mano da una posizione di forza – e non credo sia un caso che abbia scelto di farlo poco dopo il trionfo delle Europee di maggio. Con risultati pazzeschi nei sondaggi, e praticamente nessun avversario all’esterno, Renzi potrebbe veramente tirare sul tema (ripeto, simbolicamente impareggiabile) del lavoro fino a far saltare tutto, e andare al voto. Perché anche se magari, dato il Consultellum, potrebbe ritrovarsi a dover di nuovo coinvolgere alleati poco piacevoli nel governo, avrebbe conseguito comunque due risultati da non sottovalutare: primo, il peso dell’eventuale coalizione, sbilanciatissimo politicamente già adesso, lo sarebbe anche nei numeri effettivi delle due Camere; e, secondo, è lecito ipotizzare che, anche attraverso le primarie per le candidature, i gruppi parlamentari del partito ne uscirebbero quasi completamente ridisegnati – e di conseguenza le commissioni.

Ma allora perché non si è andati al voto subito, dirà qualcuno.

Beh, vi ricordate con che spirito attendevamo i risultati il pomeriggio del 25 maggio?

Abbiamo non perso

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Ok, la previsione che avevo fatto non l’ho proprio azzeccata, ma diciamo che con un Renzi al 67,8% e un Cuperlo al 18 va bene così. Perché con Civati al 14,3% significa che l’82% del partito ha più o meno la stessa idea, in quanto a rinnovamento.

Ora, chi passa di qui sa che non sono un grande fan dell’ipotesi reunion dei nostri Litfiba.

Ma considerata la vicinanza programmatica, al netto delle retoriche divergenti, e soprattutto considerato questo 82%, qualcuno faccia capire per bene a quei due che davvero non gli conviene, ora, una carriera da Renzulli e da Pelù.

Il sabato del ballottaggio

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Una riflessione su ciascuno dei candidati, un po’ analisi, un po’ previsione, un po’ auspicio, in questa vigilia di primarie che sono una grande prova di democrazia del partito, un meraviglioso esempio di partecipazione, un evento di cui andare orgogliosi e tutto quanto, ma che fra fandom impazzite, piccinerie e cori da stadio hanno anche un pochino rotto i coglioni e non vediamo l’ora che finiscano.

1) Matteo Renzi

Va bene, chi passa di qui lo sa, io spero che Renzi vinca, e che vinca bene – sopra il 60%, diciamo. Un risultato del genere, infatti, confermerebbe il valore aggiunto del sindaco, e lo aiuterebbe a tenere ben saldo in mano il manico del coltello, nei rapporti con la folla di ex-apparato del partito che è saltato sul suo carro (non invitata, è sempre bene ricordarlo). Renzi buon vincitore è insomma una delle due condizioni essenziali per provare una buona volta ad avviare una sistematica del rinnovamento nel PD; perché si apra lo spazio necessario, però, bisogna che se ne realizzi un’altra, di condizione.

2) Pippo Civati

E cioè, Civati deve arrivare secondo.

La corsa per la medaglia d’argento sarà forse quella più appassionante: sia perché è la più incerta, sia perché è assai gravida di conseguenze.

Incerta perché, come ben sanno la squadra di Civati e quella di Cuperlo, le indicazioni fornite dai risultati dei circoli sono, per loro, assai poco indicative: Cuperlo oltre a quanto raccolto fra gli iscritti non può granché andare, Civati invece fra gli elettori ha prospettive di crescita enormi. Quindi, ok, non #vinceCivati (anche i civatiani più saggi lo sanno), ma il secondo posto è tutt’altro che una chimera.

E Civati secondo serve come il pane a Renzi. E’ vero, i due utilizzano retoriche di posizionamento diversissime, ma attenzione: non bisognerebbe perdere di vista il fatto che si tratta per l’appunto di retoriche. I richiami più tradizionali, più nel solco di una certa sinistra classicamente identitaria, danno – almeno a me – l’impressione di essere parte di una precisa strategia di Civati, tesa a occupare uno spazio lasciato sguarnito dal PD all’indomani del voto di febbraio. Una strategia che evidentemente ha pagato, in termini di visibilità e di agibilità politica, altrimenti non staremmo qui a parlare di Civati come del candidato “di sinistra”, che dialoga coi movimenti, che assomiglia a Berlinguer eccetera eccetera. Ora, io vedo molti rischi nell’uso di questa retorica; ma se uno poi si va  a leggere il programma del deputato monzese, o i testi di chi quel programma in massima parte ha contribuito a stenderlo (per citarne uno solo, Tito Boeri), le analogie con l’impostazione liberal di Renzi sono abbastanza evidenti. Non che non ci siano differenze, sia chiaro: ma la visione generale, sotto, è davvero molto simile. Soprattutto, i due parlano la stessa lingua riguardo al rinnovamento del e nel partito: e un Renzi saldamente in testa e un Civati buon secondo troverebbero inevitabili convergenze strategiche nel dare un nuovo assetto al PD. E si rinforzerebbero a vicenda nel tentativo di non farsi schiacciare, ricattare e condizionare dalla vecchia dirigenza.

Che non sia una fantasia così peregrina, secondo me, è testimoniato da quanto dicono parecchi cuperliani con cui mi capita di discutere sui social network: votare Civati è come votare Renzi. Ecco, dal loro punto di vista credo abbiano abbastanza ragione.

Insomma, per riciclare un vecchio slogan che purtroppo è venuto troppo presto per diventare un hashtag: secondo me, si può fare.

3) Gianni Cuperlo

Gianni, io non some dirtelo, ma spero davvero che arrivi terzo, con distacchi pesanti. Mi spiace per te; ma, devo confessarlo, non per molti di quelli che intravedo dietro di te.

Poi magari mi sbaglio, eh. Però, secondo me, può andare a finire così.

E non sarebbe affatto male.

Il segretario particolare

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Le percentuali del voto dei circoli PD sono effettivamente una notizia. Con buona pace di Chiara Geloni, però, la “notizia cla-mo-ro-sa” non è che Renzi sia sotto il 50% (46,7 secondo i dati ufficiali), ma che abbia vinto. Doveva arrivare terzo, massimo massimo secondo, visto che si parla pur sempre di un partito che in buona parte lo percepisce come alieno e anzi lo osteggia direttamente (dicono, talvolta non a torto). E invece vien fuori che apparentemente Renzi riscuote fiducia e sostegno da un bel pezzo del partito, che evidentemente in lui si identifica o quantomeno è disposto a fargli fare un giro da segretario.

Si badi: questa vittoria fa ovviamente piacere, ma era davvero inaspettata. Ed è, nonostante si sia sotto il 50%, davvero una vittoria, perché certifica finalmente l’integrazione organica delle posizioni del sindaco di Firenze nell’orizzonte culturale e politico del PD; perché è un bel colpo assestato contro il sacro terrore della mitologica figura del “leader” che da sempre attanaglia la sinistra italiana; e in ultimo perché, se non lo fosse, le reazioni provenienti dagli avversari diretti sarebbero probabilmente più calibrate e meno scomposte.

Adesso che l’attenzione si sposta sull’8 dicembre, però, un paio di considerazioni val la pena di farle.

In primo luogo, Renzi, come si diceva, ha vinto inaspettatamente nei circoli, ma adesso gli tocca fare un risultato pazzesco tra gli elettori. Come nota Claudio Cerasa, la forza del sindaco – e nucleo centrale della narrazione che si è costruito intorno – è la sua capacità di penetrare in bacini elettorali non tradizionalmente associabili al PD e alla sinistra: in queste settimane la sua missione principale è quindi proprio quella di confermare questa forza. Per dire, primo con ogni probabilità lo sarà, ma sotto un 63-65% largo assomiglierà tanto a quella “non vittoria” che tante gioie ci ha regalato. In questo senso si capisce il cambio di strategia: non sarà sfuggito a nessuno, credo, che Renzi è negli ultimi giorni tornato a menare gran ceffoni di qua e di là, e in particolar modo contro la “rottamanda” classe dirigente del PD. Perché finora si trattava di giocare di contenimento, di rassicurare e coprirsi dal lato degli insider, della sinistra più tradizionale; adesso invece bisogna tornare all’attacco, bisogna che il messaggio della rottamazione ritorni chiaro e decifrabile anche per gli outsider. Il secondo tempo, diciamo, della strategia comunicativa del sindaco – dopo le dichiarazioni infuocate del prepartita ed un primo tempo più difensivo. Ed è ovvio che, dall’altra parte, in particolare da una delle due altre parti, si sia già iniziato a rimarcare in ogni momento che però si vota il segretario PD, e quindi quelli che votano devono essere elettori PD: tentativi neanche troppo velati di ridurre un’affluenza che, se molto alta, sarebbe una delle armi più affilate nelle mani del sindaco. Il punto è che d’accordo, certo che si vota il segretario, ma non dimentichiamo che poi il segretario – da statuto – è candidato naturale alla presidenza del consiglio, per quanto (ormai, fortunatamente, da prassi) previe ulteriori primarie aperte ad altri candidati dentro il partito. Non si capisce, quindi, perché un segretario in grado di attrarre anche gente da fuori sia un male, a meno che non si sia introiettato il purismo minoritario ad un livello non più recuperabile.

L’8 dicembre sarà dunque una giornata chiave: ma anche il 9 non scherza. Perché va bene che tutte le mozioni sono pensate per vincere, che “se non pensassimo di vincere non ci presenteremmo neanche” eccetera eccetera, ma tutti e tre i candidati hanno chiuso nel cassetto il piano B, quello da seguire in caso di sconfitta. E lì le cose si fanno interessanti, secondo me.

Renzi, come si diceva, se non fa il botto è finito: cade il perno del suo discorso, lui perde irrimediabilmente gran parte dell’appeal che ha sempre avuto e di conseguenza o rimane intrappolato nel meccanismo del partito, in cui piano piano viene spolpato dai vecchi nemici fino a diventare l’ombra di ciò che fu, o si sfila prima di andare incontro a questo destino peggiore della morte.

Gli scenari però si fanno più interessanti quando ci si rivolge agli altri due (due e mezzo, contando Pittella). Perché si disegnano possibili affinità, convergenze e divergenze niente male. Voglio dire: Pittella, ad esempio, sembra nella visione complessiva molto più vicino a Renzi che agli altri, ma sarà in grado di sottrarsi al senso del dovere partitico che – nonostante i due non si prendano proprio per niente – pare spingerlo più verso Cuperlo? Civati, dall’altro lato, è sulle stesse lunghezze del sindaco quanto a ricambio della dirigenza (anzi, a leggerli sui social network i civatiani sembrano anche più spietati), ma a leggersi il testo della mozione si notano parecchie consonanze con Cuperlo. Che succede, quindi, una volta che – prevedibilmente – Renzi sarà segretario? Si ricomporrà in qualche modo il tandem con Civati, con un patto minimale di conversione del partito, o Civati – per una volta – si adeguerà alla linea dell’Apparato?

Per adesso, quei pochi segnali che traspaiono sembrano indicare come più probabile la prima ipotesi. Le due petizioni per il voto online degli italiani all’estero, ad esempio. Va bene, sono due e invece poteva essere una petizione unitaria, ma il disegno comune dietro è chiaro, e condiviso: mettere la palla nella metà campo della dirigenza attuale, che adesso deve dare una risposta per forza affermativa, pena offrire al mondo un ulteriore segnale di chiusura di cui Civati e Renzi sarebbero molto veloci a servirsi. O anche solo il tweet di ieri, segno che i due comunque, al netto del fandom impazzite l’una contra l’altra armate, si parlano con qualche prospettiva in mente. E perché no, pure l’aver – finalmente – spostato il fuoco dell’ossessiva campagna #101 là dove parrebbe più appropriato mirare.

Quattro candidati a Malopasso

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Lette tutte le mozioni dei candidati, si tratta, come si diceva una volta, di fare il punto e tracciare un bilancio. E due-tre cose secondo me si possono tirare fuori, da una prospettiva più generale ad una più specifica.

1) Il documento congressuale è morto, viva il documento congressuale

La prima impressione chiara che emerge dopo la lettura è che questo tipo di formato, di supporto, è inevitabilmente un residuo del passato, inadeguato a quelli che – presumibilmente – saranno i nuovi modi della partecipazione politica. Che non è una roba grillina, eh: molto più semplicemente, è come scrivere una lettera di quattro pagine, con introduzione, oggetto, forme di cortesia e saluti, invece di mandare una mail coi bullet point.

Probabilmente rimarrà, questo tipo di documento, ma sempre più ad esclusivo uso e consumo erotico di feticisti delle ritualità partitiche, gente che si legge tutti i programmi prima di ogni consultazione elettorale per trovare nero su bianco le cristallizzazioni delle proprie ipotesi dietrologiche, o prova autentico piacere fisico quando riceve la convocazione per un’assemblea della sezione locale – e sia inteso senza denigrazione, visto che – lo ammetto – pendo pericolosamente da quelle parti.

Fatto sta che è ormai quasi impossibile immaginare che qualcuno davvero si prenda tutti i malloppi e se li legga uno per uno, in una fase in cui la comunicazione politica si svolge (anche e soprattutto) attraverso altri canali e secondo altri linguaggi – per dire: si capisce molto di più del programma di Renzi dallo streaming della Leopolda, o di quello di Civati dai post del suo blog. Non che tutto si esaurisca lì, ma è chiaro che trovare un formato adatto, complementare a questo tipo di comunicazione e adeguato sia ai contenuti che ai nuovi contenitori, è sempre più necessario. Il rischio è che lo spazio per le proposte venga sommerso da quello dedicato alla fuffa – che pure ci deve essere, ci mancherebbe, ma un minimo di moderazione, per cortesia.

2) Le cose che mancano, e che abbiamo in comune

 Una in particolare, manca, ed è un progetto esteso e convincente di riforma della giustizia. Tutti e quattro ne parlano, ma sempre entro i limiti strettissimi dell’ortodossia farloccamente di sinistra che, sul tema, si è venuta delineando in questi anni di travaglismi ed eroismo ingroian-dipietrista.

Come dire: ricordate il vecchio adagio di Blair, Tough on crime, tough on the causes of crime? Ecco, i quattro sembrano voler essere assai tough sul malfunzionamento della giustizia italiana, ma sulle cause strutturali pare non vogliano proprio mettere mano. Segno tangibile che la pregiudiziale dell’antiberlusconismo a prescindere continua a non mollare la presa proprio là dove sarebbe più necessario abbatterla; e macchia tanto più grave nella narrazione politica di un candidato, Renzi, che della lotta all’antiberlusconismo a prescindere ha fatto un punto di forza, e nella cui area di riferimento figurano personalità molto vicine alla sensibilità radicale sul tema (come, ad esempio, Roberto Giachetti).

Pregiudiziale antiberlusconiana che è evidentissima anche su un altro punto mancante, quello delle modifiche alla Costituzione. Pure qui, le ricette sono le stesse più o meno per tutti: il titolo V da cambiare, l’auspicabile fine del bicameralismo perfetto, le autonomie… Tutti aspetti, cioè, che lasciano fuori il punto centrale, la possibilità di una riforma in senso presidenziale o semipresidenziale dell’assetto istituzionale. Chi ne parla direttamente (come Cuperlo, ad esempio) la critica con argomentazioni insulse, chi ne tace o abbozza (Renzi) mostra eccessiva pavidità : tutti segnali del fatto che, anche in questo, si è scelto di assecondare un certo tipo di vulgata feticista, e della consapevolezza che, con Berlusconi ancora troppo fresco nella memoria politica della gente, chi tocca i fili muore.

3) Hit-parade

Alla fine, è difficile confutare quanti sostenevano che, con la pubblicazione delle mozioni, poco sarebbe cambiato. I dubbi rimangono, alcuni addirittura diventano certezze poco piacevoli, altri lasciano intravedere problemi di posizionamento difficili da sbrogliare. È quindi parecchio complicato provare a stilare una classifica basata esclusivamente sul testo delle mozioni, anche perché a seconda del parametro di riferimento si ottengono risultati piuttosto diversi. Per dire: Cuperlo è quello chiaramente più a suo agio in questo formato, ma contenutisticamente fa abbastanza spavento; Renzi lo leggi in dieci minuti e ti lascia l’impressione che non ci fosse scritto praticamente nulla, ma quel poco che si intravede (in termini di visione) sembra di un altro livello. Pittella, comunque, ha dalla sua la forza dell’anonimato, e quindi tutto quello che si stacca dall’ortodossia dell’apparato lascia il piacevole sentore di una bella sorpresa (Bad Godesberg l’ho già ricordato, vero?); Civati pare quello che ci tiene di più, a dirigere il partito, tuttavia è chiaro che potrebbe ritrovarsi a guidare un fronte molto ampio ma dalle posizioni (è un eufemismo) decisamente variegate – il che fa sospettare che il vero rischio di dover gestire una coalizione ingestibile ce l’avrebbe lui, molto più che Renzi.

L’unica conclusione legittima, dunque, è che l’orizzonte è rimasto più o meno lo stesso.

E questo blog, di conseguenza, continua a sperare che vinca Renzi.

Ma – occorre confessarlo – senza molto entusiasmo. Più precisamente, senza quell’entusiasmo, pur sobrio, che invece animava le giornate di fine 2012.

Gianni Cuperlo, “Per la rivoluzione della dignità”

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A leggerlo, il documento congressuale di Gianni Cuperlo è un po’ come quando vai dal barbiere e chiedi il solito taglio. Magari avresti anche voglia di provare qualcosa di diverso, ma alla fine caschetto e frangetta ti stanno tutto sommato bene, son comodi, richiedono una manutenzione minima, e quindi perché cambiare.

Nulla di inaspettato, intendiamoci: la mozione Cuperlo è, diciamo così, quella più classica. Ma è curioso notare come anche lui insista moltissimo su quello che potrebbe essere il titolo del prossimo congresso, per quanto è condiviso da tutti e quattro i candidati: bisogna cambiare il PD, bisogna cambiare questo PD. Ed è buffo che poi però uno si legge il testo e si accorge che per Cuperlo magari il PD va cambiato, d’accordo, ma quanto proposto ed elaborato dal PD negli ultimi anni invece va benissimo così.

Perché le cose, più o meno, quelle rimangono. Il fermo rifiuto di “leaderismi solitari”, “personalizzazione della politica”, “riformismo senza popolo” (si scrive “Berlusconi e Monti”, ma si legge “Renzi”) che vuol anche dire no ad ogni tentazione in senso presidenziale, in quanto soluzioni “estranee alla nostra storia” ed esposte al rischio di derive populiste (motivazioni di cui si fatica a cogliere la cogenza, come spiega bene Gianluca Briguglia qui e qui). La Costituzione va benissimo così com’è, anche se va toccato il titolo V, superato il bicameralismo perfetto, ridotto il numero dei parlamentari, cambiata la legge elettorale. Il liberismo brutto e cattivo (“senza freni e vincoli”, “antipolitico”) e l’Europa arcigna dell’austerity, la spesa pubblica che va riqualificata e non ridotta, la centralità del lavoro la cui legislazione attuale è perfetta: siamo dalle parti del Fassina più classico, evidentemente. Il tutto condito dall’abituale goffaggine ex-PCI su temi come questioni di genere e tecnologia: se devi ripetere che le ragazze sono “spesso le migliori”, e se finisci a parlare di “diritti umani delle donne”, forse non ci hai capito granché. E una frase come “E’ già il tempo dell’internet delle cose e questa è un’opportunità straordinaria per il Paese del ‘saper fare’ per eccellenza” non dovrebbe comparire in nessun programma politico, nel 2013 (come dici Guglielmo?).

In più, qualche citazione qua e là di due mise che in questo scorcio di 2013 si portano moltissimo, papa Francesco e i beni comuni; e stando sempre bene attenti, comunque, a richiamare in ogni momento “l’ultimo ventennio” come periodo critico, cesura decisiva, inizio della fine eccetera – che è pur sempre un buon modo per rimettere Berlusconi al centro della scena, pur non nominandolo, perché insomma, i nostri che leggono Travaglio non è che possiamo lasciarli proprio senza niente.

E c’è, in fondo, un’idea di partito grossa, ampia, enorme, che guidi “la riscossa civile, economica e morale del Paese”, che sia “molto più che un collegamento tra la società e le istituzioni” (e così diamo pure una sistemata a Fabrizio Barca), che sappia “ribellarsi alla dittatura del presente, alla gestione ordinaria del potere, alla tendenza a occupare la società anziché rappresentarla”. Certo, poi ci sono dieci brevi punti programmatici al riguardo, ma ad essere maligni potremmo commentare “solo cose belle”.

P.S. Forse una piccola nota di un qualche interesse dietrologico e psicanalitico può essere pescata in una frasetta messa lì, alla fine del documento.

“Non sarà il riformismo dall’alto a cambiare la nostra società. Dobbiamo dirlo con chiarezza: è stata questa un’illusione. Ora si deve correggere la rotta.” Condivisibile, certo; ma anche una frase che, se si ripensa a Cuperlo, alla sua storia, e alla traiettoria del D’Alema 1998, lascia in bocca quel retrogusto a metà fra autoanalisi e parricidio.