Il discorso di Napolitano, fra Politica e Istituzioni

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C’è una distinzione che tendo spesso a fare, anche se probabilmente ha senso solo nella mia testa: quella fra concezione politica delle istituzioni, e concezione istituzionale della politica.

La concezione politica delle istituzioni è quella per cui non esiste una vera soluzione di continuità fra le sfere dell’agire politico, che si basano sulla realizzazione di valori e visioni in competizione, e quindi al netto del loro carattere di garanzia anche le istituzioni incarnano, legittimamente, una prospettiva politica con i suoi obiettivi, le sue priorità e i suoi filtri interpretativi. Tagliando un po’ con l’accetta, potremmo dire che questa concezione è ben raffigurata da quelli che, in occasione di ciò che molta stampa celermente definisce “leggi porcata”, si rivolgono verso il Quirinale e invocano “Presidente, non firmi”.

La concezione istituzionale della politica, invece, porta a ritenere che lo spazio riservato alla politica e quello presidiato dalle istituzioni intrattengano una relazione più complicata, ad un passo dal conflittuale: e che quindi le istituzioni debbano restare immuni, per quanto possibile, dalle logiche (più che legittime, naturalmente) della politica, non solo a custodia della propria natura di meccanismi di garanzia, ma anche per non squalificare se stesse, e non rendersi pedine di un gioco giocato altrove. Insomma, pre proseguire nell’uso dell’accetta, si tratta di chi pensa che magari quelle leggi saranno pure una porcata, ma se non ci sono pregiudiziali di incostituzionalità né irregolarità formali o procedurali, non si scappa: son da firmare.

Ecco, a me ha sempre convinto di più questa seconda concezione.

Ed è per questo, probabilmente, che non riesco ad avere un giudizio univoco sul discorso di Napolitano dell’altro giorno.

Le analisi diciamo così tattico-strategiche, cioè se cambia e come cambia lo scenario dopo il discorso (altresì detto: i tweet di Claudio Cerasa) mi sembrano fatte con acume e realismo, ma non so se posso dire lo stesso per molti altri commenti e reazioni.

In particolare, il debunking di Alessandro Gilioli e il controdebunking di Domenico Cerabona non credo aiutino molto, perché danno un po’ entrambi l’impressione di una posizione precostituita da difendere a prescindere.

Gilioli, quando “traduce” Napolitano, fa salti interpretativi giganteschi e ingiustificati, perché c’è molta collaborazione attiva dell’uditorio se viene detto “il mondo del lavoro in Italia va riformato profondamente” e ciò che si sente è “il Jobs Act è una figata e non azzardatevi a intralciarlo”; dall’altro lato, però, Cerabona sembra aggirare alcuni dei punti cercando di spostare il piano su un asse diverso – perché è verissimo che il dibattito critico sul bicameralismo perfetto è assai più vecchio di quanto pensiamo ed ha spesso trovato ospitalità a sinistra, ma il punto non è se la riforma del Senato sia di sinistra: il punto è se una presa di posizione così netta sia istituzionalmente coerente con il ruolo di garanzia.

Io, che non sono nessuno, mi limito a inquadrare il discorso in uno scenario sicuramente più banale, ma che almeno qualche coordinata interpretativa un po’ più solida la offre: ricordando cioè che almeno dal 2011 Napolitano ha assunto su di sé un ruolo di garanzia ulteriore, che ha a che fare con la continuità istituzionale, la stabilità di governo, e soprattutto la realizzazione di alcune riforme specifiche. E lo ha fatto arrivando ai limiti del suo mandato: senza superarli mai, compiendo piccoli capolavori politico-istituzionali (oh, da queste parti le mosse dell’operazione Monti le si vede così, che vi devo dire, adesso linciatemi pure) ma comunque arrivando ai limiti. Napolitano, insomma, non è filorenziano, come sembra credere Gilioli, è filogovernativo. O meglio: finché sarà possibile individuare una maggioranza parlamentare realisticamente percorribile e abbastanza solida, in grado di esprimere un Presidente del Consiglio, Napolitano interpreterà le sue prerogative in maniera robusta e non scioglierà le Camere.

Personalmente, poi, passando quindi a un altro livello, a me il discorso è pure piaciuto, ma non è che questo mi impedisca di trovarlo irrituale – come, incidentalmente, è praticamente tutta la situazione politica in cui ci troviamo.

Attenzione alle parole che usiamo, però: perché una cosa è inaudito, grave, minaccioso, un’altra irrituale.

Dove andranno a finire i palloncini

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Si è parlato molto, durante e dopo lo sciopero generale del 12 dicembre, dei palloncini rossi con il faccione di Matteo Renzi e sotto la scritta “Il mostro di Firenze”. La foto ha fatto rapidamente il giro dei social network, e ha prevedibilmente scatenato indignazione in serie e “Vergogna!” d’ordinanza, accompagnate naturalmente dall’invito ad “abbassare i toni” che non può mai mancare.

Ora, non credo che ci si debba soffermare a lungo sul perché quel palloncino lì è una cosa di pessimo gusto, anche abbastanza triste, a pensarci. E non è difficile immaginare cosa possa evocare un’immagine del genere per i toscani che quell’incubo l’han vissuto davvero: ok che io non sono di quelle parti, ma ero vivo e cosciente quando al telegiornale parlavano del ritrovamento di cadaveri orrendamente mutilati, e un’idea non faticavo a farmela.

Ma un episodio del genere, un palloncino, è davvero oltrepassare il limite? Un segnale potenzialmente pericoloso, da non sottovalutare? E’ davvero un esempio di quel fantomatico “imbarbarimento” di cui ci si lamenta così spesso?

A me, più semplicemente, tutta la vicenda pare una conferma di un problema tipico del discorso politico italiano. Quello che porta periodicamente all’appello ad abbassare i toni, perché si è incapaci di distinguere i diversi momenti dello scontro politico: e si deve quindi ciclicamente fare una specie di disclaimer, far girare quei “fermiamoci un attimo” e “ricordiamoci che siamo tutti dello stesso partito” che alla fine sono solo un paravento.

Insomma, il punto non è la violenza dello scontro: è il non sapere andare oltre quando il momento dello scontro, ritualizzato nel voto, nel congresso, nelle primarie, è finito e ha stabilito un esito. Invece di riassestare le proprie strategie, il proprio linguaggio, la propria postura, da noi si dà “piena disponibilità” per poter poi, nei fatti, continuare a darsi pugnalate, ancorché educatissime.

In un suo vecchio post, Gianluca Briguglia passava in rassegna episodi delle primarie francesi e americane dal tasso di asprezza ben più elevato rispetto alle nostre, a dimostrazione che non è che noi si abbia l’esclusiva in fatto di litigiosità e attacchi frontali. Quello che però da noi manca è il passaggio successivo: finita la contesa, cioè, la differenza di posizioni certamente può rimanere, ma la strategia con cui la si persegue deve necessariamente cambiare, e adeguarsi al contesto che è venuto fuori.

Mi vengono in mente tre esempi, per spiegarmi meglio.

Il primo è il Matteo Renzi post-primarie 2012: pur sconfitto, il Rottamatore fa un grande concession speech, riconosce la vittoria di Bersani e gli augura buon lavoro. Soprattutto, si mette a disposizione in caso serva ma non chiede nulla per sé. Che suona benissimo, ma tradotto vuol dire: ora mi siedo qui, zitto zitto e in disparte, e aspetto di veder passare i vostri cadaveri. Una scelta legittima, ovviamente, e anche astuta in termini di strategia (basta vedere cos’è successo dopo), ma che ripete per l’appunto quell’impostazione lì: ok, io ho perso, tu hai vinto, ti stringo la mano, grandi sorrisi e pacche sulle spalle, ma non credere che sia finita qui.

Il secondo è Filippo Taddei, il giovane economista che, da coautore del programma di Pippo Civati per le primarie, è stato chiamato da Renzi a fare il responsabile per l’economia e il lavoro della sua segreteria. Ed è, ancora oggi, additato come traditore, accusato di essersi venduto al nemico, ricoperto di insulti e minacce che spesso hanno molto più a che fare con questo passaggio che con le proposte di cui è autore.

L’ultimo esempio, invece, è citato da Gianluca, ed è lo “Shame on you” che Hillary Clinton rivolge ad Obama ai tempi delle primarie democratiche 2008. Colpevole a suo dire di aver intenzionalmente distorto i contenuti della sua campagna per spaventare gli elettori, Hillary denuncia una campagna diffamatoria della peggior specie, e invita l’avversario a vergognarsi per degli attacchi degni di un repubblicano. E poi? Poi Obama diventa presidente, e Hillary Clinton diventa il suo Segretario di Stato. Scandalo, reazioni indignate e accuse di tradimento? Non pervenute.

E perché? Perché è normale, è giusto che in un partito ci si scontri anche violentemente per la leadership, ma che poi, esaurito quel momento, si pensi a come riorganizzarsi e si sia disponibili a collaborare – anche solo per opportunità o ambizione, che non sono brutte parole – con chi  è uscito vincitore. Quando si dice “ricordiamoci che siamo tutti dello stesso partito”, è questo che si dovrebbe intendere: se ci sono elementi di valore, bravi e preparati, che possono essere utili alla causa comune, è stupido non coinvolgerli anche se non si trovano nel proprio recinto, ed è ugualmente stupido rifiutare di farsi coinvolgere in nome di chissà quale purezza o diversità.

Ma è proprio questo secondo passaggio, successivo allo scontro, ciò che abbiamo dimenticato, o non abbiamo mai conosciuto.