Amici Radicali, e se copiassimo Civati?

radicali

Di questi tempi, un paio d’anni fa, i più fortunati probabilmente già iniziavano a passare qualche bel pomeriggio in spiaggia, a fare i primi bagni al mare, a lavorare sull’abbronzatura.

Io invece tormentavo amici e parenti con mail e sms per farli andare a firmare i referendum dei Radicali.

Ve li ricordate i referendum dei Radicali?

Erano 12, 6 sulla giustizia e 6 su temi più generici – dal divorzio breve al finanziamento pubblico all’otto per mille. Il momento di grande popolarità lo vissero quando si recò ai banchetti a firmare addirittura Silvio Berlusconi, scatenando come prevedibile una serie di reazioni programmate e accuse di opportunismo, strumentalità e quant’altro. Poi per la verità 7 di quei quesiti li sottoscrisse pure Nichi Vendola, e qualcuno si accorse che alla fine erano davvero una roba di sinistra, ma diciamo che l’immagine più potente fu quella del Cavaliere che firmava seduto di fianco a un Pannella con codino e sorrisone.

Come noto, la vicenda finì in ben poca gloria: inizialmente sembrava che almeno i 6 referendum sulla giustizia avessero superato la soglia delle 500 mila firme, poi però la Cassazione confermò che non ce la si era fatta, il quesito più sottoscritto si fermava poco oltre 421.000 e gli altri a scendere, grazie a tutti ma è andata così, amen.

E fu un peccato, perché i 12 punti erano di grande rilevanza, e lo sono ancora. Alcuni sembrano aver ispirato qualche provvedimento del governo, con fortune maggiori, come nel caso del divorzio breve, o minori, e il pensiero va alla responsabilità civile dei magistrati. Come si dice in questi casi, però, ci vorrebbe ben altro.

Ci ripensavo l’altro giorno, a quella raccolta firme; ma non per via del referendum greco, come potrebbe sembrare ovvio. Mi è tornata in mente, invece, dopo aver letto dell’iniziativa con cui Pippo Civati e il suo movimento Possibile vorrebbero “rimediare” ai provvedimenti più discussi del governo Renzi, dal Jobs act allo Sblocca Italia: una serie di quesiti referendari “per rilanciare un progetto di governo diverso dall’attuale”.

Personalmente, io l’unico che firmerei e voterei convintamente è quello sulla legalizzazione della cannabis; ma il punto che mi sembra veramente interessante è un altro. Per raccogliere le firme necessarie, infatti, Civati e i suoi hanno ideato una specie di crowdfunding della sottoscrizione: sul sito di Possibile ci si può iscrivere per impegnarsi a trovare almeno 100 firme, e naturalmente si spera che siano come minimo in 5 mila a iscriversi.

A me pare una mossa furba, perché smonta efficacemente la montagna psicologica che quel numero gigantesco lì – 500 mila – ti piazza davanti, facendoti subito passare la voglia, e la trasforma in una serie di colline sempre impervie da superare, naturalmente, ma certo meno intimidenti, certo meno “ommioddio non ce la faremo mai”. In fondo, un centinaio di amici e conoscenti, magari stressandoli il giusto per un tempo ragionevolmente lungo, riusciamo più o meno tutti a convincerli a mettere una firma, no?

Ora, io non so quali siano i piani per il futuro della composita galassia radicale. Non so se intendano tornare sui temi dei 12 referendum, però a occhio direi di sì: le battaglie per i diritti civili e per la giustizia giusta, in fondo, sono puro DNA radicale. E credo, per la storia del movimento, che queste battaglie verranno condotte, come sempre, utilizzando tra le altre le armi della raccolta firme e dei quesiti referendari – anche questo, alla fine, puro DNA radicale.

Però mi chiedo: amici Radicali, con tutta la stima e il rispetto per i banchetti e i volontari che li tirano su e li presidiano, ma se la prossima volta provassimo a copiare Civati?

Va bene la democrazia. Ma la rappresentanza?

Lungi da me dare una valutazione sulle negoziazioni che si sono svolte in questi mesi e in queste settimane, sulle proposte e controproposte che più volte si sono rilanciati contro Tsipras e Varoufakis da una parte ed Europa, BCE e FMI dall’altra. Potete pensarla come Udo Gümpel o come Alessandro Gilioli, io non sono un economista e quindi non posso dirvi chi ha ragione, o chi sbaglia di meno. Certo, qualche idea me la sono fatta, ma non ho né le competenze né l’autorevolezza per scriverci su, quindi diciamo che quel che penso al riguardo me lo tengo per me.

Ciò su cui mi sembra interessante spendere due parole, invece, è la decisione di Tsipras di indire un referendum perché il popolo greco si esprima sul pacchetto di misure correttive, e sul senso politico di questa decisione. Più che altro, è che a me questa cosa del referendum pare un po’ una minchiata.

Certo, suona benissimo. Restituire la parola al popolo, far scegliere alla gente, democrazia in senso pieno eccetera eccetera. Lo dice pure Tsipras, nella sua lettera: “La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.

Il punto, però, è che il popolo la scelta l’ha già fatta, nel gennaio 2015, votando Syriza e il suo programma. Tsipras quindi è perfettamente legittimato a prendere qualunque decisione, all’interno del mandato ricevuto, in nome del popolo greco, perché essere votati in una democrazia rappresentativa questo vuol dire. Il primo ministro greco ha dunque tutta l’autorità necessaria per accettare le condizioni o rifiutarle da solo, assumendosene la parte di responsabilità politiche che gli spetta. Il fatto che il sì o il no al pacchetto correttivo non fosse incluso nel programma votato dagli elettori è irrilevante, il mandato elettorale non funziona così: noi ti votiamo, tu vieni eletto, e noi alla prossima occasione vediamo se e quanto del programma che ci avevi raccontato sei riuscito a realizzare. Lo so che sembra assurdo metterla giù così in un contesto epocale e particolarissimo come quello greco di queste settimane, ma il meccanismo democratico sempre quello rimane, anche in situazioni eccezionali.

Dice, ma è una decisione troppo grande, non può prenderla da solo.

Certo, è una decisione enorme, ma può prenderla da solo eccome: ne ha l’autorità e soprattutto il mandato.

Ripeto: la democrazia rappresentativa funziona così. Non è paura del voto, non è paura degli elettori: è avere un’idea forte di accountability. Non è che sia solo colpa di Tsipras, o merito di Tsipras, ovviamente: è che quando proponi un progetto politico, ne sostieni al contempo l’efficacia, la sostenibilità e la realizzabilità concreta, tenendo conto delle circostanze in cui ti trovi. Indire questo referendum adesso, invece, lascia l’impressione di non volersi prendere una responsabilità – che è enorme, certo: ma allora, forse, il problema era che alcune delle cose dette a gennaio scorso (la questione delle pensioni, ad esempio) non erano realizzabili, no?

Io non lo so, davvero, come andrà a finire. Pare che Tsipras, tra l’altro, stia facendo campagna per il no, e questo mi porta ancora di più a pensare che il referendum sia una mossa azzardatissima per mettere pressione alle controparti, mostrare cioè l’ipotesi di collasso come una prospettiva minacciosamente credibile che riporti l’Europa e gli altri al tavolo delle trattative.

Mi viene però da fare anche un’altra piccola riflessione.

Quando parliamo di Europa unita, una delle cose di cui ci lamentiamo, da anni, è che va bene l’unione monetaria, ma mancano politiche comuni più in generale, su questioni fiscali, economiche, amministrative eccetera. Ci lamentiamo, insomma, che non ci sia sufficiente cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali.

Ecco: e se cessione di sovranità fosse anche questa cosa qui? Quella che sta accadendo, in forma drastica ed estrema, in Grecia?

Tweet, status e linee da non attraversare

sibilia

Ieri si è parlato a non finire, e come non si poteva, del tweet di Beppe Grillo, quello in cui chiede a gran voce le dimissioni di Ignazio Marino prima che Roma venga sommersa da tutte quelle robe lì (dai che l’avete letto, sapete di cosa si parla). Il tweet è stato poi cancellato, infine riveduto e corretto – con “i clandestini” che sono diventati  “i campi dei clandestini gestiti dalla mafia”, che con Mafia Capitale ci sta sempre bene – ma la frittata era fatta, e subito è partito da una parte il coro dei “dalli al Grillo razzista”, dall’altra quello degli esegeti apologetici.

Ora, su questa storia spero non ci sia bisogno di ripetere quanto già detto molto meglio da altri; a me però sono tornati in mente due episodi, uno di un paio di anni fa e sempre riguardante una personalità a cinque stelle, l’altro invece relativo alla grande sorpresa delle elezioni locali del 2011 in Germania, la Piratenpartei, il Partito dei Pirati.

Rivoluzionario a chi?

Ai primi di luglio del 2013 ha luogo il Restitution Day, iniziativa con cui i parlamentari M5S restituiscono i soldi di indennità e diaria che non hanno utilizzato, “firmando” un assegnone da 1,5 milioni di euro.

Carlo Sibilia, l’attuale responsabile del Movimento per la Scuola e l’Università, pubblica un commento sul suo profilo Facebook per festeggiare l’avvenimento, ma non può esimersi dal notare con rammarico che nella stampa “di regime” nessuno ne parla, neanche un accenno. “Cosa dire – lamenta Sibilia – di una stampa che oscura il Restitution Day? L’evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?

La formulazione francamente imbarazzante dello status viene notata da un paio di redazioni, e anche nella stessa pagina di Sibilia iniziano ad accumularsi commenti di attivisti e simpatizzanti che, pur celebrando la meritoria iniziativa, gli chiedono se non abbia i criceti in testa per esprimersi così, e parlare delle stragi del ’92 in quei termini. E infatti Libero, ad esempio, non ci crede di poter fare un pezzo intestando al Sibilia l’epocale virgolettato Uccidere Falcone e Borsellino è stato un atto rivoluzionario.

Ora, io va bene che ho fatto un paio di esami di Ermeneutica, ma credo che nessuno possa ragionevolmente fare quel salto logico-interpretativo lì, non credo cioè che Sibilia ritenga gli omicidi di Falcone e Borsellino un “atto rivoluzionario”. Credo, piuttosto, che Sibilia volesse dire che gli omicidi di Falcone e Borsellino sono stati eventi che hanno alterato profondamente la storia d’Italia, e in questo senso hanno avuto una portata “rivoluzionaria”, perché hanno cambiato traumaticamente e irreversibilmente il contesto in cui sono avvenuti. Però “rivoluzionario”, nell’uso corrente che se ne fa, non vuol dire solo questo: indica piuttosto un gesto valoroso, un’azione eroica, di rottura certo ma dalla valenza inevitabilmente positiva. Ed è per questo che mettere “rivoluzionario” vicino a “omicidi di Falcone e Borsellino”, semplicemente, non si fa: o cambi l’aggettivo, o cambi il secondo termine di paragone.

È un errore di comunicazione, e anche piuttosto grave: significa che non si hanno ben chiare le linee di demarcazione del discorso politico, quei confini che non possono essere superati pena l’ineluttabile travisamento e l’accumulazione di sursignificati che peseranno come un macigno su quanto detto, lo schiacceranno e fatalmente lo squalificheranno, senza possibilità di appello.

A Sibilia è andata ancora bene: la storia non la ricorda praticamente nessuno, lui ha cancellato lo status e poi ha pubblicato un post un po’ goffo di scuse in cui spiegava meglio cosa intendeva.

Ma non sempre va così bene. E questo mi porta all’esempio tedesco.

Una crescita vertiginosa, come quel partito lì, aspetta, come si chiamava…

Nel novembre del 2011, dopo che è incredibilmente riuscito a prendere l’8,9% dei voti nelle elezioni  locali di Berlino, il Partito dei Pirati è the place to be: sono giovani, carini e rappresentano una ventata di novità che, partendo dai temi della tecnologia, dell’identità digitale e della libertà ai tempi di Internet, dovrebbe arrivare poi a coprire tutto lo spazio dell’agenda politica. Sono loro i primi ad essere sorpresi del risultato, tanto che hanno ammesso, nei giorni immediatamente successivi, di non essersi ancora dotati di una piattaforma programmatica generale, ma insomma il futuro appare roseo e pieno di speranze.

Senonché nell’aprile del 2012, quando si prepara il congresso del partito, uno dei candidati alla guida del partito, Martin Delius, concede un’intervista allo Spiegel in cui dice che l’unico paragone possibile per la rapidissima crescita del partito è la NSDAP del periodo compreso fra il 1928 e il 1933. Per i meno germanofoni di voi, trattasi proprio del partito che state immaginando.

Apriti cielo; e infatti il cielo si apre, la gente si indigna e Delius è costretto a ritirarsi dalla corsa.

Anche qui siamo di fronte a un errore capitale: perché ovviamente, anche se magari andando a vedere i numeri e la tempistica il paragone regge, in nessun modo e in nessun caso puoi citare il nazismo come esempio di qualcosa, soprattutto in Germania, e sperare di farla comunicativamente franca. E infatti la caduta di Delius si riflette sul resto del movimento, che inizia ad essere percepito  come troppo inesperto, troppo abborracciato, troppo dilettantistico.

Sono solo due esempi, e certo mille altri se ne potrebbero fare; ma questi due esempi mostrano abbastanza bene, secondo me, come vengano percepiti diversamente casi di questo genere, in Italia e in Germania, e come vengano sanzionate le violazioni di quelle linee di confine del discorso politico che non devono venir attraversate, mai, pena il suicidio comunicativo.

Delius è stato costretto ritirare la sua candidatura alla guida del partito, e ha dovuto ripiegare sulla politica locale (berlinese in particolare), rinunciando ai sogli di gloria nazionali. Sibilia è ancora lì, Grillo non si è neanche scusato.

Forse in Germania c’è un’idea di accountability diversa dalla nostra?

Forse.

Influencer in the making

blogdiboricominfluencer_jpg_940x0_q85

Ormai la carriera di influencer del tenutario di questo blog è evidentemente spianata, grazie soprattutto alla tragica follia di alcuni pazzi che gli concedono spazio per scrivere le sue minchiate.

Può quindi essere di un qualche interesse per il viandante dell’internet che malauguratamente passasse da queste parti trovarsi sottomano un elenco delle cose che il suddetto tenutario ha pubblicato altrove. Cioè, non è che sia di un qualche interesse, è che l’ego del suddetto tenutario ha bisogno di gratificazioni costanti e quindi eccoci qua.

Si aggiunge allora a questo blog una nuova pagina, che raccoglie i link (laddove disponibili) agli articoli pubblicati su riviste, siti, magazine e giornaletti.

Da un’idea di Muglierema (you know who you are), ecco dunque a voi “Dello stesso autore“.