Fare le pulci ai tuoi

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Inaspettatamente, il motivo della narrazione politica di Matteo Renzi che mi lascia più freddo è quello della rottamazione.

Intendiamoci: anche a me fa piacere se si riesce finalmente a sostituire l’attuale classe dirigente del PD, responsabile di vigorose cantonate un po’ ovunque, a livello politico come a quello strategico-elettorale e volendo anche (forse soprattutto) comunicativo e “culturale” in senso ampio. Ma il senso che vorrei vedere dietro lo slogan della rottamazione è, come dire, sistemico, e non semplicemente contingente. Voglio dire: a me non interessa tanto che una vecchia (e va detto, perdente) classe dirigente venga sostituita da una nuova (giovane, e magari vincente). Certo, quello aiuta ed è anche bello; ma quello che davvero mi preme è che vengano messi in moto meccanismi di ricambio, che in tutti i punti di passaggio, locali e nazionali, i dispositivi di selezione della dirigenza funzionino e siano efficaci, non legati esclusivamente a fedeltà e appartenenze.

In questo senso quello che vorrei è il sistema della rottamazione: e cioè un partito la cui struttura e le cui pratiche consentono (e anzi garantiscono) che a un certo punto abbia luogo una redistribuzione autentica, secondo criteri efficienti ed efficaci, delle posizioni e dei ruoli.

Altrimenti detto, mi interessa fino a un certo punto mandare a casa D’Alema, Bindi eccetera per se; mi interessa invece 1) che ciclicamente il posto da loro occupato venga liberato e reso disponibile per altri, con minore anzianità di servizio; 2) che questa operazione non sia di facciata, e che quindi si riesca una buona volta a smetterla con la retorica (e la pratica) degli “azionisti di maggioranza”, delle influenze, dei grandi vecchi che continuano a tirare le fila dietro le quinte e via così. Sono questi dispositivi, questi meccanismi ad essere mancati nella storia recente del centrosinistra italiano, proprio a causa della sua travagliata storia, che ha privato gli eredi designati del PCI postberlingueriano (ma in generale di tutti i grandi partiti centrifugati dal 1992) dei riti di passaggio necessari per farli diventari, nell’ordine, adulti, maturi, anziani, pensionati.

Ora, questa interminabile premessa per  dire che, secondo me, con l’avvicinarsi del congresso, e con l’odore nell’aria di una vittoria ai limiti del plebiscito per Renzi, alcuni dei sostenitori del sindaco di Firenze stanno un pochino sbracando, e non si accorgono di finire spesso col declinare il tema della rottamazione più o meno negli stessi termini con cui, all’epoca, la compagine bersaniana faceva intendere che, una volta vinte le primarie, non ci sarebbero stati prigionieri. Vedo moltiplicarsi i “gliela faremo pagare, finalmente” e i “non avremo pietà”, e mi sembra che dall’entusiasmo si stia rapidamente passando, magari inconsapevolmente, alla vendetta. Le polemiche sugli endorsement eccellenti delle ultime settimane ne sono un segnale abbastanza evidente, e hanno segnato un ulteriore abbassamento del dibattito fra le fan-base renziana e civatiana, a colpi di accuse di collusione col vecchio e conseguenti manovre difensive basate essenzialmente sull’affilare ancora di più le lame da usare contro big del partito.

Il timore, insomma, è che qualcuno stia confondendo una metodica del rinnovamento con una mera procedura di sostituzione – e che non si accorga di voler replicare, nei metodi, quel regolamento di conti che si intravide dalla sera del 2 dicembre 2012 in poi.

“Di vecchia volpe ce n’è una sola”

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Facciamo un esperimento.

Sui giornali che avete a portata, sui siti di news che controllate quotidianamente, anche solo sulle vostre wall Facebook e timeline Twitter, provate a vedere quanti fino a venerdì scorso riportavano qualcosa sui 12 referendum proposti dai Radicali. Poi ripetete il controllo sugli stessi giornali, siti e bacheche a partire da domenica mattina.

Noterete un aumento esponenziale: più o meno tutti i quotidiani ne parlano, ne danno una descrizione, ancorché sommaria, e sui social network i commenti e le prese di posizione pro/contro si sprecano.

Cosa è successo in mezzo?

La foto qui sopra.

Anche io ho passato mezzore buone a discutere con molti miei contatti di questa foto. E ho raccolto qui e là riflessioni sparse, che mi permetto di sottoporvi insieme a link di cose furbe pensate e scritte da altri.

Sgombero nuovamente il campo: come già scrissi, a me Pannella non sta particolarmente simpatico. Ma questa mossa, stare seduto di fianco a Berlusconi che firma, come due compagni di scuola vicini di banco, è – per usare una desuetissima terminologia sportiva – una zampata da vecchio leone.

Perché da regista di questa semplice sequenza Pannella è riuscito ad ottenere almeno tre cose.

In primo luogo, come si diceva, i referendum hanno conquistato una visibilità che prima non era lecito nemmeno sognare: oggi se ne sente parlare in giro, capita di cogliere qua e là qualche richiesta di spiegazione su questa storia dell’abolizione dell’ergastolo, o sulla responsabilità civile dei magistrati, o sul divorzio breve, roba che fino a una settimana era materia nota quasi esclusivamente solo a chi già orbitava intorno alla galassia radicale. There is no such thing as bad publicity, e Pannella lo sa benissimo.

Poi, probabilmente molti riterranno che i Radicali, con questa firma “eccellente”, abbiano perso (definitivamente) credibilità, che non abbiano più diritto di cittadinanza all’interno del recinto del centrosinistra, oppure che se Berlusconi ha firmato l’ha fatto solo per suo interesse, e che certamente avrà una sua strategia per uscirne vincente e come al solito lasciare i cocci agli altri. Beh, da un certo punto di vista: chi se ne frega.

Berlusconi ha firmato solo per interesse? Mi pare ovvio. Ma quello che stiamo perdendo di vista è che la posta in gioco è, su alcune questioni centrali come la giustizia e i diritti civili, quella famosa rivoluzione liberale di cui lui ha parlato per anni, senza poi però far nulla. Berlusconi sta usando i Radicali e i loro referendum? Probabile. Ma qui si sta vedendo il suo bluff. Farlo firmare al banchetto è il modo in cui gli si sta dicendo “Ora vediamo se queste cose qui, per farle, ci metti la faccia davvero. Ora vediamo se davvero ci credevi, quando ne parlavi nel 1994.” E Berlusconi o ci sta, e quindi magari si riesce ad ottenere qualcosa che sarebbe una conquista per tutti; oppure perde credibilità anche sull’unica cosa in cui la sua narrazione aveva mantenuto una certa coerenza, cioè la questione della giustizia. In sostanza, siamo noi a usare lui.

Infine, vorrei prendere a prestito un commento fatto da un’amica sulla mia bacheca, per sottolineare un ulteriore aspetto della potenza visiva di quest’immagine. Facendolo sedere lì, al suo fianco, come un compagno di banco, Pannella tratta Berlusconi come un suo pari: meglio, come un suo coetaneo. Come un vecchio. Per citare le parole della mia amica, “Mai visto B così debole e vulnerabile come su quel banchetto. Di vecchia volpe ce n’è una sola.”

P.S. Sul punto specifico, però, cioè su “cosa pensare ora che addirittura Berlusconi (il caimano, il nemico, il corruttore, fate voi) ha firmato per i referendum?”, credo che le cose più intelligenti le abbiano nel frattempo scritte altri. Quei referendum, oltre ad essere una – come si dice – questione di civiltà, sono anche roba di sinistra, e quindi facciamo attenzione a non farci superare a sinistra non da SeL, non dal M5S, ma dal Cav, addirittura; soprattutto, però, come un saggio commentatore di un forum radicale su Facebook si domandava, “sono i referendum a qualificare chi li firma o chi li firma a qualificare i referendum?”

Il saggio commentatore, poiché saggio, si rispondeva anche: “nessuno dei due casi, i referendum si qualificano per i temi che trattano.”

Amen.