Scelte consapevoli

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Avere amici intelligenti che scrivono cose interessanti è una fortuna anche perché, tra l’altro, ti spinge a rielaborare e sistematizzare alcune delle cose che pensi perché non sfigurino in una discussione ideale, e a costruire quindi se non una risposta argomentativamente efficace, almeno un piccolo contributo da una prospettiva lievemente diversa.

Uno di questi amici è Hamilton.

Hamilton l’altro giorno ha pubblicato un post in cui, partendo da una sparata di Giuseppe Cruciani a La Zanzara, prova a mettere in discussione il “falso mito dell’utilitarismo” nel giudicare le facoltà universitarie, quella “visione culturale un po’ miope e utilitaristica che vede, stringi stringi, come inutili tutte le formazioni universitarie che non siano Economia & Commercio, Giurisprudenza, Medicina e le varie categoria di Ingegneria.” Una visione che riduce l’Università a “tecnificio” per il mondo del lavoro non riconoscendola invece come “luogo di elaborazione di pensiero critico e di percorso personale formativo”.

“Ecco – conclude Hamilton – una società con questa visione è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente.” E, di conseguenza, “una società che esclude a priori tutto quello che non può calcolare in termini utilitaristici si toglie tantissime opportunità.”

Con questo, in linea generale, posso anche essere d’accordo: anzi, mi fa venire in mente un vecchio dialogo fra Umberto Eco e Stuart Hall, in cui Eco ricorda come il compito dell’intellettuale critico non sia tanto quello di dare risposte, ma – appunto – creare “crisi”, cioé fare domande che si situino al punto “critico” della società.

Mi ha fatto ripensare, però, a una cosa su cui rifletto da un po’ di tempo, e forse – spero – mi ha aiutato a sistematizzarla un po’.

E cioè che l’impostazione del dibattito lungo l’asse “utile/inutile”, secondo me, rischia di mancare il problema. Perché il punto non è (tanto) l’utilità o meno della scelta di ciò che si vuole studiare, quanto la consapevolezza che ne è alla base.

Mi spiego meglio. E mi si perdoni se indulgerò brevemente nell’autobriografico.

Io mi sono laureato in filosofia, ci ho pure fatto un dottorato. Poi di lavoro sono finito a fare tutt’altro. Mi sarebbe piaciuto proseguire in accademia, credo, fare ricerca e magari insegnare; il punto, però, è che quando mi sono iscritto ero perfettamente consapevole che la probabilità che non ci riuscissi era altissima. Molto più alta di quella dei miei amici che si erano iscritti a Giurisprudenza, per dire.
È lì il punto, mi pare: nella consapevolezza che deve accompagnare quella scelta.
Facciamo un altro esempio: facciamo che io voglio fare l’archeologo.
Facciamo che mi laureo in archeologia, sapendo benissimo qual è lo spazio professionale disponibile a una figura di questo tipo.
Va benissimo se io scelgo di fare archeologia sapendo bene che, a meno che io non sia Indiana Jones, Lara Croft o Zahi Hawass, è complicatino che riesca a “fare l’archeologo”, da grande. Va benissimo perché ho preso una decisione consapevole, conoscendo il contesto (non voglio dire che sia bello o brutto: dico che è così), e sapendo a cosa “andavo incontro”.
Va meno bene se mi laureo in archeologia, magari anche col massimo dei voti, e poi vedo che un mio amico si è laureato in Ingegneria meccanica e ha trovato un buon lavoro proprio nel suo settore di competenza, e mi incazzo perché a me non capita, e credo che sia un’ingiustizia.
Non è che sia un’ingiustizia, non è che mi debba sentire in colpa perché ho la laurea sbagliata: è che i “dati” per sapere che la mia scelta avrebbe avuto ricadute meno “facili” rispetto ad altre, dal punto di vista occupazionale, li avevo già prima, quando ho scelto. Se ho fatto questa scelta comunque, è perché avevo messo in conto che, professionalmente, avrei avuto più difficoltà a usare la mia laurea (considerazione che vale sia per l’esempio dell’archeologo che per me stesso, Sutasinanta il filosofo); se non l’avevo messo in conto, mi pare che sia io ad aver fatto una scelta non razionale, non “il sistema” ad essere ingiusto.

Occhio qui, eh: naturalmente “scelta non razionale” vuol dire “scelta fatta non considerando in maniera adeguatamente realistica gli elementi e i dati su cui baso la mia decisione”. “Scelta razionale” ovviamente può anche voler dire “è l’unica cosa che mi interessa studiare, non mi interessano le eventuali difficoltà professionali”: questa è una scelta razionale, perché mette in ordine gerarchico i criteri su cui si basa la decisione, assegna a ciascuno un peso in base ai motivi che si ritengono più rilevanti, e ne fa discendere una conclusione. Non mi pare che si possa dire lo stesso per quegli articoli che spesso vediamo sui giornali, “Sono laureato con lode in Filosofia e faccio il barista”, sottintendendo il dramma e l’ingiustizia di un sistema (accademico, educativo, economico, sociale) che non mi permette di fare il filosofo.
Questo è il punto importante, secondo me: non è che dici “E poi cosa fai?”. È che si dovrebbe sapere, quando si fa quella scelta, a cosa si va incontro.
Insomma: non ci sono facoltà “inutili”, e questa è abbastanza chiaro, mi sembra. Ci sono però facoltà più e meno richieste dall’attuale mercato occupazionale: e tenerlo a mente non mi sembra cedere a una mentalità economicistica, o utilitaristica (che anche lì, su “utilitarismo” ci sarebbe molto da discutere, ma – da laureato in filosofia, appunto – sto divagando), quanto piuttosto considerare un aspetto abbastanza rilevante fra quelli che concorrono a prendere una decisione tanto importante. La rilevanza poi, nello specifico, ovviamente cambia da persona a persona, come dicevamo prima: ma fingere che questo aspetto non esista, o scoprirlo indignati “dopo”, mi sembra che dica qualcosa di noi, più che del sistema.
P.S. Questo, naturalmente, è solo un sasso in uno stagno, perché l’argomento meriterebbe ben altro spazio. Ad esempio, sarebbe molto interessante andare a vedere i problemi di cui soffre l’orientamento scolastico/universitario in Italia (e in Europa: lo mostra molto bene un report McKinsey sui problemi della transizione E2E, cioè “Education to Employment”) e le ripercussioni che questo ha sia sulla scelta del percorso di studi, sia sulla successiva configurazione della forza lavoro disponibile, e del gioco di domanda/offerta; o farsi un giro di Bourdieu e analizzare la dimensione “classista” che si porta dietro l’idea dell’istruzione universitaria, tra meccanismi di distinzione e catching up fuori tempo massimo dei ceti medio-bassi rispetto alle élite; o ancora, osservare come questa discussione si intrecci col dibattito sul valore legale del titolo di studio, sui costi dell’istruzione universitaria, sul sistema di borse di studio/prestiti d’onore, sulla classifiche degli atenei in giro per il mondo; e perché no, infine, dare un’occhiata ai suggerimenti che provengono da altri contesti accademici per “rivitalizzare” alcune facoltà, e liberarle da un destino di autorefenzialità forse eccessiva.
Ma mi sono dilungato già troppo, con la mia logorrea inarrestabile.
Perdonatemi: sono pur sempre un laureato in filosofia.
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Bene bravo bis, e però

mattarella

Se dovessi indicare il primo mattoncino con cui Matteo Renzi ha costruito il colpo da maestro dei giorni scorsi, probabilmente sceglierei la decisione di trasmettere in streaming la riunione dei grandi elettori PD, e la tempistica del suo intervento.

Il motivo dietro lo streaming a me sembra chiaro: due anni fa si era parlato di acclamazione entusiastica e unanime per Prodi, ma questa volta “la gente” ha potuto virtualmente partecipare alla riunione, ha potuto vedere con i suoi occhi. Sia chiaro, non c’entrano i discorsi sulla trasparenza. È stato un avvertimento: se qualcuno si smarcherà, se qualcuno non si atterrà alle indicazioni stabilite all’unanimità, sarà molto più difficile nascondersi dietro ricostruzioni, resoconti e aneddotica.

La tempistica dell’intervento di Renzi, invece, è sembrata fatta apposta per evitare qualunque ipotetica convergenza con i 5Stelle. Si doveva iniziare all’una e si è slittato all’una e mezza, poi il video per l’Expo, poi lui che fa la mezzoretta introduttiva, ed ecco che il nome arriva proprio un attimo prima che si concludano le quirinarie pentastellate e che si sappia chi è il prescelto. Per far passare chiaro il messaggio che tocca al PD guidare i giochi, e che il PD non ha alcuna intenzione di sottrarsi a questa responsabilità. E per evitare, naturalmente, che ci sia il tempo materiale di rimettere in discussione la scelta in base ai risultati che provengono da quella parte di web.

Questo, dunque, il primo mattoncino.

Non credo ci sia bisogno che mi metta io a indicare gli altri, visto che ormai in molti l’hanno fatto molto bene – in particolare quelli del Post e Christian Rocca.

Un paio di puntualizzazioni, però, credo si possano aggiungere.

La prima riguarda il PD, in particolare la minoranza del partito.

E’ quasi incredibile, ai tempi del PD renziano, vedere i Democratici così uniti, tutti contenti e soddisfatti, addirittura gli abbracci commossi con Rosy Bindi. Ma uno degli aspetti più machiavellici del colpo di Renzi è l’aver convinto la minoranza di aver vinto un po’ anche lei, laddove è chiaro che praticamente nulla cambierà nelle alleanze ad assetto variabile che reggono il governo e le riforme: i due rispettivi contraenti del Patto di Palazzo Chigi e del Patto del Nazareno, infatti, non hanno altra scelta che continuare sulla strada seguita finora, solo che adesso più che dire “Signorsì” a qualunque cosa gli chieda il PresdelCons non possono fare. Pensare che con questa mossa Renzi si sia deciso a mollare FI e NCD, e abbia dato retta a chi glielo chiedeva da tanto tempo, dichiarandosi quindi implicitamente pronto a “spostare a sinistra” l’asse del governo e delle riforme, è un’interpretazione certamente legittima, ma un filino illusoria. Soprattutto perché uno degli assi di questa geometria alternativa, il drappello parlamentare dei 5Stelle, ha una volta di più ribadito che preferisce giocare a Purezza&Rinnovamento invece che mettersi lì e fare effettivamente politica. E rivendicare la primogenitura dell’idea di un non-Nazareno, come fa Civati, significa saltare a piè pari la logica e gli obiettivi che il vero nome dietro quell’idea, il nome di Prodi, lasciava intravedere.

Quindi va bene, siamo tutti contenti, abbiamo vinto tutti: ma Renzi ha vinto di più.

La seconda puntualizzazione, invece, riguarda proprio Mattarella, il nuovo Presidente.

Siamo tutti d’accordo sulla levatura istituzionale del personaggio, ci mancherebbe – nonostante quel fenomeno di multiforme e variegata complessità che è stata la DC siciliana, nonostante Leoluca Orlando, nonostante i primi comizi di un giovanissimo Alfano.

Ma mi domando: è opportuno eleggere al Quirinale un giudice costituzionale?