Del progresso morale e civile degli italiani, o di una foto di Luigi Di Maio

Ci sono alcuni momenti, nella vita di una nazione, in cui l’opportunità di un autentico progresso civile, sociale e culturale si presenta nel modo più inaspettato, come un dettaglio secondario, un particolare da trafiletto di penultima pagina.
Rivela molto dell’Italia di oggi che un’occasione di questo tipo si sia materializzata, in questi giorni, in forma di fotografia di Luigi Di Maio, Vicepresidente della Camera dei Deputati e uno dei leader in pectore del Movimento 5Stelle. 
La vicenda probabilmente la sapete: ospite in Campania di un evento per il No al referendum del 4 dicembre, Di Maio va poi a cena in un ristorante e si fa una foto insieme a uno dei proprietari del locale – che va tutto bene, non fosse che quest’uomo è fratello di un imprenditore coinvolto nella vicenda della Terra dei Fuochi e collaboratore di giustizia: più che sufficiente perché si aprisse la polemica. 
Alcuni attaccano e basta, altri fanno notare un certo doppio standard, che certo esiste ma come nota Massimo Bordin la ritorsione non è mai un grande argomento
Io però leggo queste reazioni, mi ricordo del casino della lobby dei malati di cancro e delle bordate quando iniziarono a spuntare i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini, e penso che no, cazzo, non possiamo anche stavolta finire con l’usare i loro stessi argomenti, la loro stessa logica, il loro stesso manicheismo. Perché sulla storia della lobby dei malati l’unica cosa giusta da dire era “Sì, è vero, certo che sono una lobbyperché lobby non è una brutta parola, e siamo lieti che finalmente l’abbiate capito anche voi”; e sugli indagati l’unica cosa giusta da dire era “Anche secondo noi un avviso di garanzia non equivale a una condanna, perché siamo garantisti sempre, sappiamo bene cosa succede quando si amministra una realtà complessa come un comune o una grande città, e siamo lieti che ora sia diventato chiaro anche a voi come ognuno sia innocente fino a prova contraria e colpevole solo dopo tre gradi di giudizio”. 
Mettersi lì col dito puntato, ripetendo fra sghignazzi e pernacchie “Ahah, lo vedete, parlate tanto di purezza e onestà e poi invece siete come gli altri, anzi pure peggio” non solo è una stronzata micidiale (davvero pensiamo che “onestà” sia quella cosa lì? Davvero?), ma è il miglior modo per aprire la strada alla prossima incarnazione del grillismo, al suo semplicistico moralismo, al suo giustizialismo da manette e forconi. Significa accettare di giocare una partita di imbarbarimento che per definizione non si può vincere, perché Grillo è troppo avanti e lo fa meglio, ma che soprattutto non dobbiamo voler vincere. Perché l’obiettivo – non solo nostro come partito: nostro come opinione pubblica, nostro come “tutti” – è capire che la realtà è una roba complessa che richiede competenze, preparazione e studio, in cui più che il bianco e il nero esistono una miriade di grigi fra i quali bisogna imparare con fatica a districarsi. Banalizzare e semplificare, non andare troppo per il sottile e vantarsene, replicare quegli schemi mentali lì invece è proprio certificare la sconfitta: è ammettere che si è diventati uguali alla destra, a quella brutta.
Per cui, mio caro PD, ti prego: sulla foto di Di Maio, non farti sfuggire l’occasione e di’ la cosa giusta. Ne va di te, del tuo futuro, persino di quello dei tuoi avversari, che possono diventare finalmente “adulti”. Ma ne va un po’ del futuro di tutti noi.

Lettera del giorno dopo

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Caro Matteo,

una cosa che ho sempre apprezzato di te è il coraggio di riconoscere la sconfitta.

Io me lo ricordo benissimo il concession speech che facesti nel 2012, quando perdesti il ballottaggio con Bersani alle primarie, e ad ascoltarti pensai che ero orgoglioso di averti sostenuto, che probabilmente c’era davvero spazio nel PD anche per uno come me, e che insomma potevo stare tranquillo: il futuro del partito – che, ero e sono convinto, passava da te – era in buone mani.

Per questo mi ha rassicurato, questa mattina, leggere sui giornali che non ti nascondevi dietro quelle formule un po’ ipocrite a cui avevamo fatto l’abitudine in passato, quei “comunque abbiamo tenuto”, quei “gli elettori non ci hanno capito”, quei “comunque abbiamo vinto a Vergate sul Vattelapesca, un dato importante da non sottovalutare”, tutte quelle non-vittorie che sapevano più di rifiuto della realtà che di analisi ragionata del voto. No, è stata una sconfitta netta e senza attenuanti, in due città cruciali come Roma e Torino, e mi ha confortato sentirtelo dire con certezza, senza esitazioni. Sai, quella storia che riconoscere il problema è il primo passo sulla via della guarigione, hai presente, no?

In quello che ho letto stamattina, però, ci sono anche due cose che non mi sono piaciute molto, Matteo.

Dici che il voto a Torino e a Roma è un voto dovuto alle circostanze locali, non è un voto contro di te. Ecco, secondo me qui ti sbagli. Certo, è vero che le amministrative vanno sempre analizzate in base alle dinamiche specifiche dei comuni in cui si vota, è vero che è bene tenere distinti il piano locale e quello nazionale, ma stavolta gli elettori si sono polarizzati su di te, Matteo: non credo che ci siano state altre elezioni amministrative in cui i programmi dei candidati siano finiti così in secondo piano rispetto alla situazione nazionale del PD e del suo leader. Era successo anche alle Europee 2014: lì era andata bene, stavolta no.

Ora, io lo so che di solito in questi casi ci si lancia in un’analisi della sconfitta introducendola con il più classico dei “il problema è politico”, però io per una volta vorrei andare controcorrente: sì, magari il problema è politico, ma secondo me è soprattutto di comunicazione.

Perché questa sconfitta, credo, è figlia soprattutto dei “gufi rosiconi” e dell’ “Italia dei No”, quella retorica costruita su formule accattivanti e un po’ strafottenti che magari le prime due volte ti fanno sorridere, ma alla terza ti fanno dubitare se oltre alle battute ci sia qualcos’altro. Io lo so che c’è altro, molto altro, ma continuare a ripetere quelle litanie non lo fa venire fuori, anzi: significa al contrario nasconderlo, rinunciare a raccontarlo, a spiegarlo.

E’ per questo che dico che il voto è contro di te, Matteo: perché continuando con quelle battute, siamo arrivati al punto che basta che tu dica una cosa, una cosa qualunque, perché una moltitudine si metta per principio dalla parte opposta, senza nessun riguardo per il merito della questione, ma solo in base a quello che hai detto tu, perché lo hai detto tu. E’ politica, certo; ma è anche politica saper regolare il proprio linguaggio per non cadere in queste trappole.

Ecco, secondo me scegliendo di insistere con quella retorica lì hai offerto il fianco. Hai permesso che quel fronte, dentro e fuori il partito, si compattasse sfruttando ogni occasione possibile per farti pagare questo atteggiamento da bullo, e al diavolo tutto il resto.

Smettila di fare il bullo, smettila di parlare di “gufi rosiconi”: a chi ti critica, rispondi argomentando, non con le battute. In questo modo non solo riuscirai a distinguere le obiezioni costruttive e sincere da quelle strumentali e interessate, ma svuoterai l’arsenale di chi non aspetta altro che una tua sparata per girarsi verso il pubblico e dire “Vedete? Io ho solo posto una questione, e vengo trattato così”, ridendo sotto i baffi – o i baffetti.

Lo so, lo so: si tratta delle stesse persone che rispondevano pure peggio a chi osava criticarli, a chi osava sostenere una posizione diversa. Me lo ricordo bene, io, quando ero uno di quelli che “dovete stare zitti, perché siete giusto il 2% del partito”, quando ero uno degli “alieni” che gli stavano “rubando il partito”. Ma tu sei il Segretario, il tuo compito è cambiare le cose, non usare la stessa moneta; tu sei il Presidente del Consiglio, tocca a te convincere gli elettori – tutti gli elettori, non solo “i nostri” – a votarti. E per farlo devi cambiare registro, letteralmente.

Un’altra cosa non mi è piaciuta, però, ed ha più a che fare col partito.

Molti ti hanno criticato per aver parlato di lanciafiamme. Io invece ti dico: portalo il lanciafiamme, Matteo, ma pure il napalm, guarda. In moltissime realtà locali il partito andrebbe più o meno azzerato e ricostruito da capo, e averci rinunciato una volta eletto Segretario è stato secondo me un errore. Fino a lì doveva arrivare la rottamazione, non fermarsi alle porte dei circoli lasciando che dentro tutto continuasse come prima.

Non attendo altro che tu metta finalmente mano al partito, dunque, ma oggi leggo che intendi farlo partendo dall’organizzazione del referendum, “per capire chi lavora nei territori, chi sono gli alleati interni di cui ci si può fidare”.

Ecco, Matteo: no. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno, come partito, di “gente di cui ci si può fidare”. Abbiamo bisogno di una classe dirigente, che abbia competenze e consapevolezza del suo ruolo, dotata di realismo e in grado di attrarre le persone, che conosca il territorio su cui opera e sappia lavorare ai compromessi che la politica richiede, che conosca la tattica e la strategia ma non ne rimanga imprigionata. Quelli di cui “ci si può fidare” erano tutti bersaniani nel 2012, e sono diventati renzianissimi nel 2013: e guarda adesso come stiamo messi.

Sono solo i miei due cents, naturalmente; ma prendili come i due cents di uno del tuo partito, uno che si sente liberale e di sinistra, e che ha ancora fiducia in te.

Un caro saluto,

Edoardo

Io se fossi romano

Roma

Napoli, con De Magistris dato più o meno da tutti come vincente già al primo turno, la do per persa, ma già dal 2011.

Milano boh, è veramente incerta, chissà; e Torino dai, nonostante tutto, credo proprio che sia davvero improbabile che Fassino non ce la faccia. (E comunque, potessi, a Milano voterei Teresa e a Torino Davide, per la cronaca.)

Ma Roma, ecco, Roma è proprio complicata.

Io all’inizio mi ero fatto in testa un film ben preciso, e cioè: da una parte Grillo candida Raggi perché sa benissimo che quel profilo lì può acchiappare a destra, dall’altra Raggi dice cose che sembrano proprio parlare a quella parte lì, e infine Berlusconi candida uno come Bertolaso – una mossa il cui sottotesto a me sembrava essere uno solo: vincere non possiamo né ci interessa, visto il casino che è Roma, e quindi noi vi candidiamo uno invotabile, perché Bertolaso lo odiano tutti indistintamente; dunque, voi romani di destra che piuttosto che votare a sinistra vi tagliate la mano ma uno come Bertolaso lo detestate fatevi due conti, e votate Raggi.

Poi però c’è stato il momento dell’incertezza, vi ricordate, quando il Cav era indeciso se proseguire con Bertolaso o sterzare su Meloni, e a me sembrava che l’ipotesi Meloni fosse fatta apposta per creare furbescamente problemi a Raggi – visto che in parte i bacini elettorali delle due candidate sono sovrapposti.
Ma poi quello se n’è uscito con la mossa del cavallo pazzo – mollare Bertolaso e Meloni e candidare Alfio – e io ho proprio pensato che in realtà era una cosa molto astuta. Brutta eh, ma astuta.

Perché candidare uno come Marchini, che potenzialmente prende da tutti i bacini elettorali, significa certificare l’impossibilità che qualcuno vinca al primo turno, ridurre parecchio i distacchi fra tutti e aprire ufficialmente l’opzione “Casino Totale” per il ballottaggio. È, insomma, un modo per aumentare il proprio peso: in uno scenario in cui comunque non puoi vincere, almeno rompi i coglioni un po’ a tutti.

Quindi, davvero chi lo sa come va a finire lì.

Comunque, nonostante l’incertezza, io se fossi romano a questo giro sarei contento.

Perché per una volta andrei a votare soddisfatto della crocetta che metterei, e dei nomi che scriverei.

Metterei la crocetta su Giachetti sindaco – e chi ogni tanto passa di qui sa già perché – e soprattutto scriverei due bei nomi per il consiglio comunale.

Uno è quello di Anna Paola Concia, l’altro quello di Alessandro Capriccioli, aka Metilparaben.

Io se fossi romano lo farei, e sarei contento.

Amici romani, se domenica voi che potete lo farete, secondo me poi sarete contenti anche voi.

Comunque, no

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Comunque, no.

Non che interessi a qualcuno, ma non ho votato per il referendum (impropriamente definito) sulle trivelle.

Non ho votato perché non ho trovato motivazioni che mi convincessero, sul piano delle argomentazioni razionali, della bontà del sì. Dato il contesto energetico, economico e quello che volete voi, il rinnovo automatico delle concessioni alla fine della scadenza naturale (e, si noti bene: non “per sempre”, ma “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”) mi sembra la scelta migliore.

Non ho votato perché certo, ci sono un sacco di questioni di importanza fondamentale di mezzo: la strategia energetica nazionale, il tema degli oneri per le concessioni estrattive, e molte altre. Ma sono cose che non rientrano nel quesito referendario, che ha una portata molto più limitata e tecnica.

Per questo, non riesco a trovare condivisibile la motivazione per cui “bisogna votare sì per mandare un segnale”: perché capisco cosa si vuole dire, ma alla fine è anche quella una forma di strumentalizzazione del referendum. Cioè, si riconosce che la domanda posta è quasi irrilevante (perché, nei fatti, lo è) per spostare il tutto su un piano simbolico: in sostanza, si risponde a qualcos’altro. Che però non è proprio il modo migliore di affrontare un referendum, almeno secondo me.

Quindi, a livello di principio sarei un sostenitore del No: ma sono anche abbastanza realista, credo, e so che quando si tratta di referendum il punto è il raggiungimento del quorum, non “chi vince fra promotori e contrari”. Dunque, non ho votato, perché – da sostenitore del no – speravo appunto che vincesse il No: cosa che è accaduta senza il raggiungimento del quorum.

Non ho votato perché, inoltre e ancora prima, non credo che una questione del genere dovrebbe essere demandata al voto popolare. Perché è una questione tecnica, da inquadrare in un contesto specifico che richiede competenze specifiche in più ambiti (energetico, economico, giuridico); e se da un lato è vero che a ragionare così allora tanto vale metterci un governo di tecnici e basta, dall’altro non è pensabile che su temi del genere la mia opinione valga come quella di un esperto di settore – provocatoriamente, potremmo dire che non è pensabile che “un voto vale uno”, per citare uno slogan molto in voga.

Non ho votato anche se non è che abbia apprezzato molto la campagna #unmarediballe del PD. Non perché non ne siano state dette – anzi, anche se secondo me ne hanno dette un po’ di più quelli del sì – ma perché credo che una comunicazione impostata così rischi, alla lunga, di essere controproducente. Come si diceva da queste parti qualche tempo fa, Renzi tende a voler stravincere, mentre potrebbe essere più sottile (e più cattivo) se si accontentasse di vincere.

Non ho votato perché ho notato populismi sfrenati, che spostavano clamorosamente il piano della questione portandolo a livelli che col referendum non c’entravano nulla; e il ricordo del post-2011, con la gente che è davvero convinta che “grazie al nostro voto l’acqua è rimasta pubblica”, è ancora molto vivo in me.

Non ho votato perché mi ha dato veramente molto fastidio questa cosa che “bisogna andare a votare perché i nostri nonni sono morti per poterci dare di nuovo la possibilità di votare”. No, i nostri nonni hanno fatto la Resistenza e sono morti proprio per poterci dare la possibilità di scegliere se e chi votare – non per obbligarci a farlo, come appunto durante il ventennio. E poi c’è questa cosa che penso da qualche anno (anche se non dubito che qualcuno passando di qui penserà che la dica solo pro domo Renzi), che a volte scambiamo il voto per l’unico momento in cui “si fa politica”. Forse perché veniamo da decenni di elezioni vissute come situazioni di emergenza, come scontri apocalittici fra Bene e Male, ma abbiamo finito col trasformare il voto nell’unica azione politica, che include ed esaurisce tutta la vita politica del cittadino. Che va benissimo, eh, anzi, magari è anche una cosa positiva, ma basta che non cadiamo nella retorica semi-escatologica che ci abbiamo costruito intorno.

In tutto questo, poi, una cosa mi è venuta in mente.

Molti si sono lamentati di come la campagna sia stata condotta ponendo al centro, molto più che la questione in oggetto, Renzi ed il governo, come se anche con questo referendum si trattasse di “confermare la fiducia” o “dare la spallata”.

Ora, non so voi, ma credo che se avesse vinto il sì la voce di chi avrebbe detto “bene, il risultato è che le concessioni non verranno rinnovate” sarebbe stata sovrastata immediatamente dalle urla “RENZI A CASAAAAAAA!!!”. Renzi che, dall’altro lato, ci ha messo del suo per personalizzare lo scontro (e abbiamo già visto, con le Europee, che funziona).

Quindi, a me sembra abbastanza evidente che sì, ok, c’era scritto “referendum sulle trivelle”, ma si leggeva “amministrative di Roma e Milano”. Cioè: entrambi gli schieramenti (in particolare: PD e M5S) puntavano sul risultato del referendum, relativamente poco importante, come volano per la campagna che eleggerà i due sindaci più importanti d’Italia, con tutto il carico simbolico che portano con sé. E, guardando ancora più lontano, per il referendum costituzionale di ottobre. Da qui l’astronomica tensione dello scontro.

Vedremo, dunque.

Ma certo una cosa, da ateo sbattezzato, credo di poterla dire: iddìo ci scampi e liberi da referendum, e campagne referendarie, del genere.

Il Congresso che vorrei

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Al netto delle storiacce che continuano, inaccettabilmente, a ripetersi, e che continuano a generare una quantità di dibattito sicuramente necessario ma talvolta strumentale, io sono contento che Roberto Giachetti abbia vinto le Primarie a Roma.

Sono contento perché molte delle cose che pensa lui le penso anche io. Sulla giustizia, ad esempio, o sulle preferenze.

Perché è uno che viene dai Radicali – e come una volta disse Filippo Facci, un radicale è per sempre. E quei due-tre che ogni tanto passan di qua credo ormai abbiano capito che io, alla fine, sono un Radicale vestito da piddino, e quindi con uno come Giachetti non posso che avere una profonda corrispondenza d’amorosi sensi – e finisco anche col chiudere un occhio sull’utilizzo da parte sua di strumenti come lo sciopero della fame, che, pur consustanziali alla storia radicale, a me rimangono sempre un po’ qui sul gozzo.

Eppure, nonostante tutto, sono anche un po’ triste.

Perché Roma, oggi, è un tizzone ardente che, se tocca a te prenderlo in mano, è molto probabile che ti bruci prima le dita, poi tutto il braccio, e infine ti riduca in un mucchietto di cenere. È pur vero che Giachetti proviene dalle ultime esperienze politiche ed amministrative di un certo successo, nella capitale, e che conosce quell’ambiente perfettamente, sa come muoversi: ma la situazione è talmente degenerata, fra Marino, Mafia Capitale e commissariamenti, che il rischio c’è (eufemismo).

Ed ecco, io sono anche un po’ triste perché se c’è uno che davvero non vorrei vedere bruciato, o meglio, che come partito credo non possiamo permetterci di bruciare, è proprio Giachetti.

Vedete, il fatto è che io ho un sogno. Per comodità di lettura, potete trovarlo qui di seguito in corsivo.

Siamo in periodo di Congresso del PD (improbabile già nel 2017, visto che Renzi sarà ancora là, quindi facciamo il Congresso successivo).

Nel partito, dopo un periodo travagliato e di forte tensione, si sono delineati in maniera netta due schieramenti. Da un lato, si è ormai certificata un’area di stampo liberale, che ha raccolto l’ “eredità politica” di Renzi – cioè, essenzialmente, il suo aver ricondotto all’interno del partito il filone del liberalismo di sinistra – ed ha finalmente trovato un leader all’altezza della situazione, preparato come Renzi non avrebbe mai potuto essere e deciso a portare nel perimetro della sinistra quei principi liberali che ancora stentano a farsi strada, ad esempio un deciso garantismo. Dall’altra parte, la tradizione più marcatamente socialdemocratica ha visto cadere uno dietro l’altro tutti gli autoproclamatisi campioni, per raccogliersi infine dietro l’unico esponente realmente di alto profilo, da ogni punto di vista: quello politico, quello strategico, quello comunicativo, quello dell’esperienza sul territorio. E la cosa buffa, a pensarci, è che entrambi i candidati giunti a sfidarsi in questo Congresso provengano da quello che, da qualche anno, è ormai noto come “Laboratorio Lazio”: stiamo infatti parlando di Roberto Giachetti per l’area liberale, e di Nicola Zingaretti per quella socialdemocratica.

Ecco.

Voi datemi fra qualche anno un Congresso così, e io posso pure morire felice.

Nonostante i nastri a Sanremo

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Dunque.

Tre ordini di considerazioni.

 

Procedurali

E’ legittimo utilizzare la tattica dell’ostruzionismo parlamentare, presentando migliaia di emendamenti tutti uguali tranne che per una parola, per bloccare o far cadere una proposta di legge che non piace?

Certo, ci mancherebbe.

E’ legittimo, in risposta all’ostruzionismo, decidere di fare un salto col canguro per disfarsi di quegli emendamenti?

Naturalmente, ci mancherebbe.

Infine: è legittimo, qualora venga usato uno stratagemma come il canguro come contromossa allo stratagemma dell’ostruzionismo, decidere di non votare una proposta con cui si è anche d’accordo, in segno di protesta contro il metodo utilizzato?

Ovviamente sì, ci mancherebbe.

Quindi, vediamo di non farci prendere dalle reazioni di pancia e teniamo presente che queste cose – l’ostruzionismo della Lega, il superemendamento del PD che ammazza tutti gli altri e il conseguente voto contrario del M5S – sono tutte cose legittime, perfettamente legali e previste dai regolamenti e dalla prassi. Evitiamo le solite storiacce di golpe, attentato alla democrazia, Vergogna!!! eccetera da una parte e dall’altra, per favore.

 

Politiche

Il fatto che tutte queste operazioni siano legittime, naturalmente, non significa però che siano politicamente equivalenti, o ugualmente sostenibili. Non significa, cioè, che non siano commentabili, ed eventualmente criticabili. Il contesto e le circostanze possono infatti esserci d’aiuto per provare a capire, per dire, se gli emendamenti della Lega puntino veramente al merito della questione, o se davvero la denuncia del M5S per il “rischio autoritario” insito nel canguro derivi da sincera preoccupazione liberale per l’equilibrio dei poteri.

Ora, io non so se con la decisione di oggi il M5S possa considerarsi un partito (anzi no, un movimento, che ci tengono) fallito. Credo però che, più che della sincera preoccupazione liberale di cui sopra, qui si tratti essenzialmente di questioni interne.

I grillini sono evidentemente in una fase molto magmatica, il corpaccione del loro partito (aridaje: movimento) è attraversato dai segni tipici delle lotte e degli scontri fra fazioni, “aree” e correnti da cui emerge poi le “classe dirigente” vittoriosa, in grado di prendersi tutto il piatto. Dunque, è probabilmente qui, nelle logiche che animano queste dinamiche, che vanno cercati alcuni dei motivi dietro al voto di oggi. La necessità del controllo centralizzato, ad esempio, facendo la faccia dura contro il dissenso mostrandosi inflessibili e compatti, ma generando così ulteriore dissenso in periferia. O la paura che, accettando convergenze parallele con il governo per temi su cui si è tendenzialmente d’accordo, si possa perdere l’aura di purezza e di incorruttibilità agli occhi dei militanti – e si finisca con l’essere considerati stampella di Renzi. Il timore che stavolta, magari, la patata bollente di Roma tocchi proprio a loro, e si sa come ne esce chi se l’è trovata in mano.

Incidentalmente, però, tutte queste cose capitano proprio quando si dovrebbe quagliare sui diritti civili, questione su cui da parte del PD si stava evidentemente facendo qualche prova tecnica di avvicinamento col M5S per tentare minigeometrie variabili – e saggiare così l’affidabilità dei grillini da un lato, dall’altro lanciare un segnale ad Alfano. Talk about bad timing.

 

Di principio

Certo, è però anche abbastanza desolante dover continuamente ripetere le stesse cose, e prendere atto che – come magistralmente mostra Mauro Piras qui – sebbene non vi sia alcun collegamento causale fra stepchild adoption e aumento del ricorso alla maternità surrogata (ciò che molti, erroneamente e con un’agenda ben precisa in testa, chiamano “utero in affitto”), si preferisca comunque, attraverso la sua proibizione, una violazione certa di diritti individuali a fronte di un aumento possibile, e tutto da dimostrare, di una pratica che rimane, in Italia, fuorilegge. E che sia invece legale all’estero non cambia la questione di una virgola: sarebbe come vietare agli ottantenni di prendere il passaporto, perché sennò capace che quelli col passaporto se ne vanno in Svizzera e fanno l’eutanasia.

Magari un giorno, invece, potremo anche discutere della maternità surrogata in maniera seria, adulta, al riparo da retoriche terzomondiste che nascondono un osceno paternalismo morale profondamente maschilista, e concedendo a ciascun individuo l’autonomia e la titolarità delle proprie scelte – e dunque sì, anche a donne che scelgono la surrogacy senza alcuna costrizione.

Ma non oggi.

Oggi purtroppo tocca, di nuovo, constatare che puoi metterti dieci, cento, mille nastri arcobaleno sul palco di Sanremo: comunque, stanno vincendo quelli delle cazzate.

Rispettare le cazzate?

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Negli ultimi giorni, mentre leggevo qua e là qualche articolo sul tormentato percorso che, in questi che ci auguriamo essere i metri finali, si trova davanti il DDL Cirinnà, sono stato colpito in pieno faccione da un uno-due micidiale e assolutamente bipartizan.

Prima Emma Fattorini, senatrice del PD (incidentalmente: il mio partito), che in un articolo apparso sull’Unità inizia chiedendosi se “Accettare una pratica come la maternità surrogata è di sinistra? È riformista?”, e conclude invitando a rispettare “le convinzioni profonde che sostengono le posizioni di ciascuno di noi”; poi Mara Carfagna, che denuncia il DDL Cirinnà come un innalzamento dello scontro ideologico da parte del PD, un atto divisivo che porta alle trincee invece che “rispettare, senza sindacare o interferire, le idee e le opinioni che un altro essere umano ha su queste tematiche”.

Ora, tralascerei la questione del pregiatissimo piano inclinato logico che dalla stepchild adoption conduce all’utero in affitto (che pure meriterebbe qualche parola, ma fortunatamente c’è già chi ne ha spese ben meglio di quanto potrei fare io), perché la domanda che mi faccio è un’altra, e cioè: ma quand’è, di preciso, che questa enorme minchiata che bisogna rispettare tutte le opinioni è diventata una cosa bella, addirittura un valore?

Perché capiamoci: si rispettano le persone, e va bene, ma in quale universo logico malato bisogna rispettare allo stesso modo (come si dice, a prescindere) tutte le opinioni? Se un’opinione, una convinzione non è fondata razionalmente, argomentativamente, perché mai dovrei rispettarla come una che invece lo è?

Il problema, probabilmente, si annida in realtà in quel modo di dire che continuiamo a comprendere nel modo sbagliato: “ognuno ha diritto alle proprie opinioni”. Su questo siamo tutti d’accordo, ci mancherebbe: il punto è che aver diritto alle proprie opinioni non equivale affatto ad aver diritto alla pari dignità delle proprie opinioni, indipendentemente da quali esse siano e da quanto siano ragionevoli. Dunque, se la tua opinione è infondata e non razionalmente argomentabile (tipo: io credo che gli omosessuali siano peccatori e non debbano avere gli stessi diritti degli eterosessuali perché così ha scritto Iddìo nel suo best-seller, che ovviamente è un esempio estremizzato ma ci capiamo), amico mio, io certo devo rispettare il tuo diritto ad avere questa opinione qui – cioè non posso costringerti a non averla – ma perché mai non dovrei poterla considerare una cazzata? Perché mai dovrei rispettarla? E dunque, perché mai dovrei considerarla legittimamente utilizzabile nel dibattito pubblico?