La parola liberismo

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Tutti abbiamo avuto, almeno una volta nella vita, un momento “le parole sono importanti”.

Avete presente, no? La scena di Palombella Rossa in cui Nanni Moretti-Michele Apicella viene intervistato e dà di matto per quel modo assurdo in cui parla la giornalista, per quell’uso – diremo così – eccessivamente svagato delle parole.

Ecco, a me un momento così è capitato stamattina, sul tram.

In questi giorni sto leggendo Forza lavoro, l’ultimo libro di Maurizio Landini. Chi ogni tanto passa di qui magari sa che quello del lavoro, e della sua riforma, è un tema su cui da tempo cerco di imparare qualcosa, leggendo qua e là, sperando di riuscire a farmi un’idea il più possibile complessa e ragionata. Quindi mi son letto tante cose, Ichino, Fassina, Gallino, Boeri, Gutgeld, report di agenzie ed enti di ricerca nazionali e internazionali, e mi sembrava sensato includere anche la prospettiva di un sindacalista di primo piano – nell’attesa di iniziare il libro di Marianna Madìa sui precari, con prefazione (particolare significativo) di Susanna Camusso.

Come prevedibile, in tempi in cui il dibattito pubblico vibra ancora dell’eco dei bisticci infiniti ed avvilenti su Marchionne, Pomigliano e Fabbrica Italia – più che un’analisi tecnica il libro di Landini è essenzialmente una chiamata alle armi, un appello a ritrovarsi intorno a parole d’ordine e visioni generali che dovrebbero tornare a delineare in maniera concreta il profilo del mondo del lavoro italiano ed europeo: diritti, democrazia, investimenti  e ricerca, responsabilità, ambiente, lotta al precariato, beni comuni.

Il che, però, è anche un grande limite del libro: al netto delle ricostruzioni di alcune vicende specifiche, in cui Landini e la Fiom sono stati coinvolti in primo piano, e su cui dunque il racconto è ricco di particolari e dettagli sfuggiti alle cronache un po’ tagliate con l’accetta dei giornali, quello che resta è appunto l’impressione che oltre alle parole d’ordine ci sia poco altro. A parte il fatto che devo ancora trovare qualcuno che sia contrario, per citarne solo una, a “restituire dignità al lavoro e ai lavoratori”, dalle pagine di Landini vien fuori uno scenario ideale bellissimo: ma come si faccia ad arrivarci, al di là delle intenzioni, rimane poco chiaro.

Comunque.

Stamattina, dicevo, mi sono imbattuto in questa frase: “Oggi, dopo anni di globalizzazione e di liberismo, si sta verificando un inabissamento di massa verso la povertà.”

Ed è stato lì che ho pensato che è vero, le parole sono importanti, e che da molto tempo il dibattito pubblico italiano è bloccato da giganteschi qui-pro-quo e perniciose abitudini al “sentito dire”. Perché no, Maurizio: semmai, oggi, dopo anni di microprotezionismi di fatto, ambigue legittimazioni di monopoli, raffigurazioni caricaturali di pubblico e privato, che nulla hanno a che fare col liberismo ma sono stati propagandati come tali sia da destra che da sinistra, si sta verificando un inabissamento di massa verso la povertà. Le dinamiche a cui abbiamo assistito, e a cui possiamo ricondurre gran parte dei motivi strutturali della crisi del nostro paese, non hanno nulla a che fare col liberismo, che nel dibattito italiano somiglia tanto alla parola felicità come la intendeva Kant: un nome vuoto, che ciascuno riempie un po’ come vuole. E in Italia il nome vuoto del liberismo è stato riempito, da una parte e dall’altra, con cose che a chi il liberismo l’ha concettualmente costruito farebbero rizzare i capelli in testa dallo spavento e accapponare la pelle dall’orrore. Ben vengano, allora, contributi come quelli inclusi nel nuovo numero di IL (questo, o quest’altro), che se non altro ci aiutano a impostare meglio i termini del discorso, ad avere più chiara la situazione com’è da noi, a diradare almeno un po’ le nebbie che avvolgono il dibattito italiano e se lo tengono ben stretto.

Perché è vero. Le parole sono importanti.

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Abbiamo non perso

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Ok, la previsione che avevo fatto non l’ho proprio azzeccata, ma diciamo che con un Renzi al 67,8% e un Cuperlo al 18 va bene così. Perché con Civati al 14,3% significa che l’82% del partito ha più o meno la stessa idea, in quanto a rinnovamento.

Ora, chi passa di qui sa che non sono un grande fan dell’ipotesi reunion dei nostri Litfiba.

Ma considerata la vicinanza programmatica, al netto delle retoriche divergenti, e soprattutto considerato questo 82%, qualcuno faccia capire per bene a quei due che davvero non gli conviene, ora, una carriera da Renzulli e da Pelù.

Il sabato del ballottaggio

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Una riflessione su ciascuno dei candidati, un po’ analisi, un po’ previsione, un po’ auspicio, in questa vigilia di primarie che sono una grande prova di democrazia del partito, un meraviglioso esempio di partecipazione, un evento di cui andare orgogliosi e tutto quanto, ma che fra fandom impazzite, piccinerie e cori da stadio hanno anche un pochino rotto i coglioni e non vediamo l’ora che finiscano.

1) Matteo Renzi

Va bene, chi passa di qui lo sa, io spero che Renzi vinca, e che vinca bene – sopra il 60%, diciamo. Un risultato del genere, infatti, confermerebbe il valore aggiunto del sindaco, e lo aiuterebbe a tenere ben saldo in mano il manico del coltello, nei rapporti con la folla di ex-apparato del partito che è saltato sul suo carro (non invitata, è sempre bene ricordarlo). Renzi buon vincitore è insomma una delle due condizioni essenziali per provare una buona volta ad avviare una sistematica del rinnovamento nel PD; perché si apra lo spazio necessario, però, bisogna che se ne realizzi un’altra, di condizione.

2) Pippo Civati

E cioè, Civati deve arrivare secondo.

La corsa per la medaglia d’argento sarà forse quella più appassionante: sia perché è la più incerta, sia perché è assai gravida di conseguenze.

Incerta perché, come ben sanno la squadra di Civati e quella di Cuperlo, le indicazioni fornite dai risultati dei circoli sono, per loro, assai poco indicative: Cuperlo oltre a quanto raccolto fra gli iscritti non può granché andare, Civati invece fra gli elettori ha prospettive di crescita enormi. Quindi, ok, non #vinceCivati (anche i civatiani più saggi lo sanno), ma il secondo posto è tutt’altro che una chimera.

E Civati secondo serve come il pane a Renzi. E’ vero, i due utilizzano retoriche di posizionamento diversissime, ma attenzione: non bisognerebbe perdere di vista il fatto che si tratta per l’appunto di retoriche. I richiami più tradizionali, più nel solco di una certa sinistra classicamente identitaria, danno – almeno a me – l’impressione di essere parte di una precisa strategia di Civati, tesa a occupare uno spazio lasciato sguarnito dal PD all’indomani del voto di febbraio. Una strategia che evidentemente ha pagato, in termini di visibilità e di agibilità politica, altrimenti non staremmo qui a parlare di Civati come del candidato “di sinistra”, che dialoga coi movimenti, che assomiglia a Berlinguer eccetera eccetera. Ora, io vedo molti rischi nell’uso di questa retorica; ma se uno poi si va  a leggere il programma del deputato monzese, o i testi di chi quel programma in massima parte ha contribuito a stenderlo (per citarne uno solo, Tito Boeri), le analogie con l’impostazione liberal di Renzi sono abbastanza evidenti. Non che non ci siano differenze, sia chiaro: ma la visione generale, sotto, è davvero molto simile. Soprattutto, i due parlano la stessa lingua riguardo al rinnovamento del e nel partito: e un Renzi saldamente in testa e un Civati buon secondo troverebbero inevitabili convergenze strategiche nel dare un nuovo assetto al PD. E si rinforzerebbero a vicenda nel tentativo di non farsi schiacciare, ricattare e condizionare dalla vecchia dirigenza.

Che non sia una fantasia così peregrina, secondo me, è testimoniato da quanto dicono parecchi cuperliani con cui mi capita di discutere sui social network: votare Civati è come votare Renzi. Ecco, dal loro punto di vista credo abbiano abbastanza ragione.

Insomma, per riciclare un vecchio slogan che purtroppo è venuto troppo presto per diventare un hashtag: secondo me, si può fare.

3) Gianni Cuperlo

Gianni, io non some dirtelo, ma spero davvero che arrivi terzo, con distacchi pesanti. Mi spiace per te; ma, devo confessarlo, non per molti di quelli che intravedo dietro di te.

Poi magari mi sbaglio, eh. Però, secondo me, può andare a finire così.

E non sarebbe affatto male.