Del progresso morale e civile degli italiani, o di una foto di Luigi Di Maio

Ci sono alcuni momenti, nella vita di una nazione, in cui l’opportunità di un autentico progresso civile, sociale e culturale si presenta nel modo più inaspettato, come un dettaglio secondario, un particolare da trafiletto di penultima pagina.
Rivela molto dell’Italia di oggi che un’occasione di questo tipo si sia materializzata, in questi giorni, in forma di fotografia di Luigi Di Maio, Vicepresidente della Camera dei Deputati e uno dei leader in pectore del Movimento 5Stelle. 
La vicenda probabilmente la sapete: ospite in Campania di un evento per il No al referendum del 4 dicembre, Di Maio va poi a cena in un ristorante e si fa una foto insieme a uno dei proprietari del locale – che va tutto bene, non fosse che quest’uomo è fratello di un imprenditore coinvolto nella vicenda della Terra dei Fuochi e collaboratore di giustizia: più che sufficiente perché si aprisse la polemica. 
Alcuni attaccano e basta, altri fanno notare un certo doppio standard, che certo esiste ma come nota Massimo Bordin la ritorsione non è mai un grande argomento
Io però leggo queste reazioni, mi ricordo del casino della lobby dei malati di cancro e delle bordate quando iniziarono a spuntare i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini, e penso che no, cazzo, non possiamo anche stavolta finire con l’usare i loro stessi argomenti, la loro stessa logica, il loro stesso manicheismo. Perché sulla storia della lobby dei malati l’unica cosa giusta da dire era “Sì, è vero, certo che sono una lobbyperché lobby non è una brutta parola, e siamo lieti che finalmente l’abbiate capito anche voi”; e sugli indagati l’unica cosa giusta da dire era “Anche secondo noi un avviso di garanzia non equivale a una condanna, perché siamo garantisti sempre, sappiamo bene cosa succede quando si amministra una realtà complessa come un comune o una grande città, e siamo lieti che ora sia diventato chiaro anche a voi come ognuno sia innocente fino a prova contraria e colpevole solo dopo tre gradi di giudizio”. 
Mettersi lì col dito puntato, ripetendo fra sghignazzi e pernacchie “Ahah, lo vedete, parlate tanto di purezza e onestà e poi invece siete come gli altri, anzi pure peggio” non solo è una stronzata micidiale (davvero pensiamo che “onestà” sia quella cosa lì? Davvero?), ma è il miglior modo per aprire la strada alla prossima incarnazione del grillismo, al suo semplicistico moralismo, al suo giustizialismo da manette e forconi. Significa accettare di giocare una partita di imbarbarimento che per definizione non si può vincere, perché Grillo è troppo avanti e lo fa meglio, ma che soprattutto non dobbiamo voler vincere. Perché l’obiettivo – non solo nostro come partito: nostro come opinione pubblica, nostro come “tutti” – è capire che la realtà è una roba complessa che richiede competenze, preparazione e studio, in cui più che il bianco e il nero esistono una miriade di grigi fra i quali bisogna imparare con fatica a districarsi. Banalizzare e semplificare, non andare troppo per il sottile e vantarsene, replicare quegli schemi mentali lì invece è proprio certificare la sconfitta: è ammettere che si è diventati uguali alla destra, a quella brutta.
Per cui, mio caro PD, ti prego: sulla foto di Di Maio, non farti sfuggire l’occasione e di’ la cosa giusta. Ne va di te, del tuo futuro, persino di quello dei tuoi avversari, che possono diventare finalmente “adulti”. Ma ne va un po’ del futuro di tutti noi.
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Fare il governo con questi

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Il mio amico Hamilton, hipster civatiano – il problema, sia chiaro, non è “civatiano”: il problema è “hipster” – ha scritto un bel pezzo di risposta a quelli che, dopo le sciabolate di Di Battista e Di Maio all’affezionatissimo, hanno prontamente rivolto al deputato brianzolo, con tono forse un po’ troppo compiaciuto, la domanda inevitabile: “E tu con questi ci volevi fare un governo insieme?” Detto altrimenti: adesso finalmente ti sei reso conto di che razza di gente è, o ti devono dare qualche altro ceffone?

L’argomento di Hamilton è lineare: a febbraio 2013, all’indomani del voto, sapevamo chi erano Grillo e Casaleggio, ma non chi avessero portato in Parlamento. Sapevamo solo – e qui alcuni dati vengono in nostro aiuto – che erano espressione del voto massiccio (quasi 9 milioni) di giovani, laureati, precari, disoccupati, operai – tutte categorie su cui il nostro fascino, come sinistra, come PD, ha da un po’ smesso di funzionare. E che loro stessi, i “cittadini” eletti, provenivano proprio da quelle categorie lì.

Sapevamo invece molto bene cos’erano le larghe intese, che spazio di manovra ci lasciavano, e a quali condizioni: venivamo dai tecnici di Monti, un’idea ce l’eravamo fatta. Quindi, tutto considerato, conclude Hamilton, perché non provare a dare una chance ai cittadini, a cercare un’intesa programmatica ridotta all’osso (essenzialmente la legge elettorale, e poi al voto) per non ritrovarci di nuovo legati mani e piedi a Lupi, a Formigoni, a Berlusconi?

Certo, le cose poi sono andate come sono andate, giù giù fino agli insulti a Civati; ma se si fosse percorsa quella strada con più convinzione, se avessimo votato Rodotà Presidente della Repubblica, ad esempio, forse la storia sarebbe stata diversa. Ora quella porta, purtroppo, si è chiusa definitivamente: ma un anno fa valeva la pena provare a bussare.

Io credo che quello di Hamilton sia un bel post, perché usa le parole giuste per veicolare, raccontando quei momenti lì, il desiderio di una politica nuova, il senso di una politica bella, che animano l’impegno e la dedizione di tanti. Però penso anche che lasci da parte due o tre punti importanti, che aiutano secondo me a capire come quelli che adesso rinfacciano a Civati le sberle prese, pur con una Schadenfreude inutile e parecchio fuori luogo, avessero ragione – non a rinfacciare, ovviamente, ma a decidere di seguire, all’epoca, altre strade.

Primo punto: è verissimo che non sapevamo chi fossero gli eletti a cinque stelle, ma qualche esempio del modo in cui nel MoVimento veniva (e viene tuttora) affrontato il dissenso interno avevamo già potuto osservarlo. A dicembre 2012, infatti, Grillo “espelle” dal M5S Giovanni Favia e Federica Salsi (meglio: li “diffida dall’usare il logo del MoVimento 5 Stelle”) e inaugura una prassi di “rimozione dei non allineati” che vedrà in seguito altri casi eclatanti, col coinvolgimento anche della base tramite votazioni online. Dunque, quale fosse il margine di libertà d’azione dei cittadini eletti rispetto alla linea dettata dal “megafono del MoVimento” si poteva già immaginare allora – e, di conseguenza, quanto fosse ipotizzabile una loro deviazione dal “no ai partiti, no a qualunque accordo” che già in quei giorni scandiva i comunicati ufficiali. Date queste condizioni di partenza, questo “no” irremovibile e definitivo, quanto potevano ritenersi praticabili, davvero, anche minimi patti programmatici?

E qui arriviamo al secondo punto – precisamente, questo “no a qualunque accordo”.

Una posizione che – ex post, va detto – si è rivelata sempre più essere non tanto una linea guida generale a cui però si potevano immaginare delle deroghe specifiche, in presenza di oggettive affinità propositive, quanto piuttosto una vera e propria strategia ossessiva, inflessibile eppure modificabile a seconda degli umori e delle circostanze. Un “no” a prescindere teso a rimarcare ed enfatizzare la differenza, l’alterità e la purezza del MoVimento rispetto agli altri partiti, che però getta una luce poco confortante su ogni ipotetica prospettiva di dialogo.

Avessimo ad esempio votato Rodotà al Quirinale, dice Hamilton, magari la storia sarebbe stata diversa. Ma siamo sicuri che, data la strategia grillina, la storia sarebbe potuta davvero essere diversa? Perché a me, come pietra di paragone, viene sempre in mente la vicenda della mozione Giachetti.

Roberto Giachetti, deputato del PD di estrazione radicale e vicepresidente della Camera, come noto conduce da tempo – siamo a maggio 2013 – una battaglia solitaria contro il Porcellum, nella forma estrema dello sciopero della fame. L’opzione migliore, per lui, sarebbe un ritorno al Mattarellum, ma con la sua protesta nonviolenta Giachetti vuole soprattutto che la classe politica rispetti “gli impegni assunti tutti i giorni da anni con gli italiani circa il varo di una nuova legge elettorale” che cancelli l’obbrobrio  escogitato a fine 2005 da Roberto Calderoli. Ora, caso vuole che la modifica della legge elettorale, pur non esplicitamente presente nel programma, sia uno dei punti su cui il MoVimento insiste di più, tanto che sembra possibile trovare un’intesa di massima, e addirittura i cittadini eletti si dichiarano disponibili a votare la mozione del deputato piddino. Poi però succede il patatrac, e il Partito Democratico vota contro la mozione di un suo stesso esponente, lasciando gioco facile all’ironia e alle rivendicazioni dei grillini: “vedete, noi vorremmo fare le cose, ma questi pur di mantenere in vita il Porcellum votano contro se stessi, ma come si fa, sono morti, morti”, e via così.

Giachetti però, qualche tempo dopo, spiega che le cose non sono andate proprio così: i cinquestelle infatti prima hanno detto che non avrebbero appoggiato la sua mozione, poi hanno cambiato idea quando il PD aveva deciso di votare contro. Cioè, hanno preparato la buca e messo l’esca perché il PD ci cadesse dentro, e facesse la figura di quello che non solo si rifiuta di collaborare pur in presenza di manifesta disponibilità, ma per farlo arriva addirittura ad affossare la proposta di uno dei suoi. Democratici cornuti e mazziati, verrebbe da dire, e grillini che appaiono ancora una volta come i buoni, i puri, i diversi.

Tenuto conto di questo, chi ci dice che, avessimo accettato di votare Rodotà (lasciando per ora da parte tutte le possibili obiezioni politiche, strategiche, personali), non si sarebbe concretizzato un altro trappolone? Davvero la storia sarebbe stata diversa? O non avremmo vissuto piuttosto un antipasto della vicenda Giachetti, forse addirittura più succoso perché c’era in ballo il Quirinale, con tutto ciò che ne discende?

Il terzo punto, infine, è Civati stesso.

La forza dell’affezionatissimo, in termini di posizionamento politico, è sempre stato questo porsi nell’orbita di un elettorato indeciso, “di sinistra” ma mobile su tre fronti (PD, SeL, M5S). E’ logico quindi che si sia mosso lungo direttrici comunicative e strategiche potenzialmente molto proficue: fosse andata bene, Civati sarebbe diventato da un lato il protagonista di un clamoroso scouting elettorale teso a prosciugare il bacino elettorale del boom grillino, dall’altro il titolare indiscusso della minoranza “di sinistra” del PD, infine il punto di riferimento per tutta un’area che magari guarda con sospetto al partito ma se c’è lui dentro può pensare addirittura di dargli il voto.

Il problema è che non è andata bene, o almeno non così bene. Io continuo a ritenere che Civati possa (e debba) davvero essere un’opportunità per la minoranza PD, ma sugli #spiragli non ho cambiato idea: alla luce di quanto – assai verbosamente – detto, l’alleanza minimalista, o una risicata convergenza programmatica, come vogliamo chiamarla, secondo me era un errore già allora.

Un errore semplicemente perché già allora parte essenziale della strategia M5S era modulare il proprio “no” a seconda del contesto, offrendo simulacri di appigli da sottrarre poi proprio al momento giusto, per ottenere il massimo risultato, in termini di “narrazione” da presentare all’elettorato, col minimo sforzo.

Ora però Civati si trova per certi versi rinchiuso nel canovaccio che ha scelto di scriversi: tutte le porte a cinque stelle sono serrate, anzi gli sono proprio state sbattute in faccia con gran fragore e con qualche risata di scherno, ma anche tornare indietro adesso è difficile, perché c’è il rischio concreto di perdere credibilità agli occhi di quel bacino potenziale che avrebbe potuto incoronarlo, se non sovrano, almeno serio pretendente al trono del Nazareno.

Vedremo. Io mi limito a sperare, insieme a Hamilton, che riesca a trovare il modo di uscirne fuori.