Io, forse, l’avrei comprato

mk

Parecchi anni fa, a Torino, un pomeriggio me ne andai alle bancarelle di libri usati di corso Siccardi e mi comprai una copia del Mein Kampf.

Era un periodo che mi ero messo in testa di scrivere una cosa sulla biopolitica e sulla metafora organicistica, l’immagine dello stato come corpo, e su come il nazismo porti questa metafora all’implosione, la trasformi da metafora a organizzazione statuale autentica e concreta – per citare Roberto Esposito, come il nazismo rappresenti una forma di “biologia politica realizzata”. Quindi, chiaramente dal Mein Kampf toccava passare.

Quella che trovai era un’edizione vecchia, del 1971, naturalmente con l’obbligatorio disclaimer nella prima pagina e nella quarta di copertina (“Questo libro viene ripubblicato oggi affinché l’uomo rifletta, giudichi e non dimentichi gli orrori che da esso scaturirono” – tutto maiuscolo). Mi misi a studiarla, sottolineando e segnandomi tutti i passaggi che mi sarebbero serviti per questo articolo sulla biopolitica. Ma dopo un po’ mi resi conto che c’erano certe pagine che mi lasciavano una sensazione strana addosso, un misto da un lato di inquietudine – prevedibile, dato il testo – e dall’altro di già sentito, di familiarità, invece decisamente inaspettata. E non si trattava neanche delle pagine che uno si immaginerebbe, quelle più feroci e truculente, ma di quelle un po’ più contenute, più blande – oddìo, se possono esserci pagine “blande” in un libro come il Mein Kampf.

A un certo punto capii qual era il problema: quando, dopo aver riletto una di quelle pagine, mi ritrovai a pensare “Ah, ma questa cosa mi pare di averla già sentita, uguale uguale, detta da qualcuno qualche giorno fa”. Quando realizzai che, su 260 pagine circa, una metà buona erano concetti, idee e formulazioni che ognuno di noi ha sentito mille volte al bar, sul pullman, per strada, magari anche a una cena in famiglia. Attenzione però, ripeto: non le cose più violente – “So ben io cosa ci vorrebbe, questi ladri farabutti, metterli tutti al muro e una bella scarica di mitra, altroché!”, avete presente no? – ma quelle più pacate, più sobrie, più “di buon senso”.

Ed è stato in quel momento che mi è venuto in mente un piccolo esperimento didattico-pedagogico: dare a un gruppo di ragazzi delle superiori un tema, in cui gli si chiede di commentare una di quelle pagine lì, ma senza rivelargli l’autore. Ecco, io sono sicuro che la stragrande maggioranza dei temi alla fine direbbe cose come “Sì, è vero, l’autore ha ragione perché è importante che uno degli obiettivi dello stato sia difendere e rinsaldare la fibra etica del suo popolo contro chi invece pensa solo al proprio interesse, e infetta così tutto il corpo della nazione come un virus che porta inevitabilmente alla malattia morale e alla morte, eccetera eccetera”. Poi, una settimana dopo, riportare in classe i temi, distribuirli e rivelare chi è, “l’autore”. E vedere cosa succede.

Perché se c’è una cosa che ormai abbiamo interiorizzato in maniera così profonda, intima ed inestirpabile da renderla una verità immediatamente autoevidente è proprio questa: quello lì, “l’autore”, è il Male. Tanto che per noi si tratta essenzialmente di una tautologia: non è che fosse cattivo, non è che fosse malvagio – era il Male, punto. Quindi da quel lato lì siamo abbastanza schermati, abbastanza protetti: al netto di una quota tutto sommato numericamente trascurabile di nostalgici e pazzi, è estremamente difficile trovare uno che non associ immediatamente il nazismo al Male, quello proprio con la M maiuscola, assoluto e totale.

E scoprire che, invece, noi stessi abbiamo usato quattro pagine fitte fitte di foglio protocollo per spiegare come fosse saggia e giusta una cosa che proviene direttamente dalla bocca dell’inferno, dal Male più Male che riusciamo a immaginare, secondo me avrebbe un salutare effetto di shock. Perché ci ricorderebbe che quello lì, “l’autore”, era sì il Male, ma non era diverso da noi, non era un’altra cosa, diversa e mostruosa: e la distanza che abbiamo interposto fra lui e noi, fra la sua sostanza e la nostra, in realtà non esiste.

Quello lì era come noi: potremmo essere noi.

Non era né un demonio né un titano: era uno che diceva cose che ognuno di noi ha sentito mille volte al bar, sul pullman, per strada, magari anche a una cena in famiglia. E chissà, magari qualche volta le abbiamo pure dette, quelle cose, senza pensarci troppo su perché ci sembravano “di semplice buon senso”.

Ecco, probabilmente sarà una terribile banalità, ma a me leggere il Mein Kampf molto più che ad Adolf Hitler ha fatto pensare ad Adolf Eichmann, e ad Hannah Arendt.

 

Insomma, tutto questo per dire: sì, sarà stata sicuramente una squallida manovra di marketing, sarà stata sicuramente una provocazione becera e offensiva, però io forse il Giornale dell’altro giorno l’avrei comprato. Magari alla fine no, ma forse invece sì.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...