Dove andranno a finire i palloncini

sciopero-gen-palloncino-renzi

Si è parlato molto, durante e dopo lo sciopero generale del 12 dicembre, dei palloncini rossi con il faccione di Matteo Renzi e sotto la scritta “Il mostro di Firenze”. La foto ha fatto rapidamente il giro dei social network, e ha prevedibilmente scatenato indignazione in serie e “Vergogna!” d’ordinanza, accompagnate naturalmente dall’invito ad “abbassare i toni” che non può mai mancare.

Ora, non credo che ci si debba soffermare a lungo sul perché quel palloncino lì è una cosa di pessimo gusto, anche abbastanza triste, a pensarci. E non è difficile immaginare cosa possa evocare un’immagine del genere per i toscani che quell’incubo l’han vissuto davvero: ok che io non sono di quelle parti, ma ero vivo e cosciente quando al telegiornale parlavano del ritrovamento di cadaveri orrendamente mutilati, e un’idea non faticavo a farmela.

Ma un episodio del genere, un palloncino, è davvero oltrepassare il limite? Un segnale potenzialmente pericoloso, da non sottovalutare? E’ davvero un esempio di quel fantomatico “imbarbarimento” di cui ci si lamenta così spesso?

A me, più semplicemente, tutta la vicenda pare una conferma di un problema tipico del discorso politico italiano. Quello che porta periodicamente all’appello ad abbassare i toni, perché si è incapaci di distinguere i diversi momenti dello scontro politico: e si deve quindi ciclicamente fare una specie di disclaimer, far girare quei “fermiamoci un attimo” e “ricordiamoci che siamo tutti dello stesso partito” che alla fine sono solo un paravento.

Insomma, il punto non è la violenza dello scontro: è il non sapere andare oltre quando il momento dello scontro, ritualizzato nel voto, nel congresso, nelle primarie, è finito e ha stabilito un esito. Invece di riassestare le proprie strategie, il proprio linguaggio, la propria postura, da noi si dà “piena disponibilità” per poter poi, nei fatti, continuare a darsi pugnalate, ancorché educatissime.

In un suo vecchio post, Gianluca Briguglia passava in rassegna episodi delle primarie francesi e americane dal tasso di asprezza ben più elevato rispetto alle nostre, a dimostrazione che non è che noi si abbia l’esclusiva in fatto di litigiosità e attacchi frontali. Quello che però da noi manca è il passaggio successivo: finita la contesa, cioè, la differenza di posizioni certamente può rimanere, ma la strategia con cui la si persegue deve necessariamente cambiare, e adeguarsi al contesto che è venuto fuori.

Mi vengono in mente tre esempi, per spiegarmi meglio.

Il primo è il Matteo Renzi post-primarie 2012: pur sconfitto, il Rottamatore fa un grande concession speech, riconosce la vittoria di Bersani e gli augura buon lavoro. Soprattutto, si mette a disposizione in caso serva ma non chiede nulla per sé. Che suona benissimo, ma tradotto vuol dire: ora mi siedo qui, zitto zitto e in disparte, e aspetto di veder passare i vostri cadaveri. Una scelta legittima, ovviamente, e anche astuta in termini di strategia (basta vedere cos’è successo dopo), ma che ripete per l’appunto quell’impostazione lì: ok, io ho perso, tu hai vinto, ti stringo la mano, grandi sorrisi e pacche sulle spalle, ma non credere che sia finita qui.

Il secondo è Filippo Taddei, il giovane economista che, da coautore del programma di Pippo Civati per le primarie, è stato chiamato da Renzi a fare il responsabile per l’economia e il lavoro della sua segreteria. Ed è, ancora oggi, additato come traditore, accusato di essersi venduto al nemico, ricoperto di insulti e minacce che spesso hanno molto più a che fare con questo passaggio che con le proposte di cui è autore.

L’ultimo esempio, invece, è citato da Gianluca, ed è lo “Shame on you” che Hillary Clinton rivolge ad Obama ai tempi delle primarie democratiche 2008. Colpevole a suo dire di aver intenzionalmente distorto i contenuti della sua campagna per spaventare gli elettori, Hillary denuncia una campagna diffamatoria della peggior specie, e invita l’avversario a vergognarsi per degli attacchi degni di un repubblicano. E poi? Poi Obama diventa presidente, e Hillary Clinton diventa il suo Segretario di Stato. Scandalo, reazioni indignate e accuse di tradimento? Non pervenute.

E perché? Perché è normale, è giusto che in un partito ci si scontri anche violentemente per la leadership, ma che poi, esaurito quel momento, si pensi a come riorganizzarsi e si sia disponibili a collaborare – anche solo per opportunità o ambizione, che non sono brutte parole – con chi  è uscito vincitore. Quando si dice “ricordiamoci che siamo tutti dello stesso partito”, è questo che si dovrebbe intendere: se ci sono elementi di valore, bravi e preparati, che possono essere utili alla causa comune, è stupido non coinvolgerli anche se non si trovano nel proprio recinto, ed è ugualmente stupido rifiutare di farsi coinvolgere in nome di chissà quale purezza o diversità.

Ma è proprio questo secondo passaggio, successivo allo scontro, ciò che abbiamo dimenticato, o non abbiamo mai conosciuto.

Annunci

Un pensiero su &Idquo;Dove andranno a finire i palloncini

  1. Pingback: Sì, e due pensierini per dopo | Sutasinanta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...