Una spider da rottamare

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Sulla storiaccia dell’Electrolux alcune delle cose più furbe sono state dette, come spesso capita quando in Italia si parla di economia, da quelli di noiseFromAmerika e dell’Istituto Bruno Leoni – in particolare da Giulio Zanella e Oscar Giannino, che mettono bene in luce come la vicenda sia paradigmatica, più che dell’affarismo cinico e rapace del padronato, delle condizioni avvilenti che da noi circondano il mondo della produzione e dell’impresa.

Al di là degli aspetti più tecnici della questione, più da economisti e da esperti di diritto del lavoro, vorrei però spendere due parole e una breve riflessione a partire da uno  strascico secondario, ma secondo me abbastanza rivelatore, che questa storia si sta portando dietro, e cioè l’ondata di reazioni scatenate dal tweet di Davide Serra.

Quanto c’era da dire su questa vicenda “a sinistra” l’ha già detto come meglio non si poteva Davide Piacenza su Rivista Studio, la cui lettura è ben più che caldamente consigliata; io però vorrei provare a partire da qui per abbozzare il profilo di un’altra tendenza, stavolta non domiciliata solo a sinistra ma un po’ dappertutto lungo il dibattito pubblico italiano, che credo rappresenti uno dei tratti caratteristici di questo nostro fantomatico fumoso famigerato “ventennio”, e una delle sue più tristi eredità.

Per prima cosa, analizziamo l’esempio.

Serra definisce la proposta di Electrolux “razionale”, e nei limiti concessi da 140 caratteri mostra perché: con una tassazione del lavoro così alta, soprattutto considerando lo scarsissimo supporto del sistema complessivo, se si vuole continuare a produrre senza finire in perdita – ed essere costretti dunque a chiudere, presto o tardi – non resta altra alternativa se non tagliare i salari. Lo sdegno e l’incazzo scattano con una prevedibilità degne delle scienze esatte, fino a quando Serra, con un altro tweet, spiega: ma guardate che “razionale” mica vuol dire “auspicato”, vuol dire logicamente comprensibile e conseguente in una situazione come quella italiana.

Ecco.

Come detto, Davide Piacenza illustra magistralmente gli antichi meccanismi scattati a sinistra; ma l’aspetto più interessante, per me, è che questa storia riflette in maniera lampante una tendenza divenuta tipica nell’opinione pubblica italiana, e che credo possa essere fatta ragionevolmente rientrare in ciò che si definisce “fallacia del falso dilemma”: quel tipo di errore per cui, nel corso di una discussione, vengono ammesse come valide solo due opzioni ai limiti dello spettro argomentativo e che si escludono a vicenda, sebbene possano essere entrambe false o non esaustive.

Pensiamo a ciò che ha scritto Serra: la proposta di Electrolux è “razionale”. Il filtro con cui il tweet è stato letto, però, è immediatamente bipolare, manicheo, e consente solo due posizioni-limite: o sono dei geni delle ristrutturazioni aziendali, che hanno trovato la quadratura del cerchio imprenditoriale italiano, e quindi complimenti, alla grande, thumbs up, o sono dei bastardi, abietti profittatori della gente che lavora, e quindi vergognatevi e dovete morire. Serra non ha scritto né l’una né l’altra cosa: ma non ha scritto “Vergognatevi, dovete morire”, quindi ha scritto “Complimenti, alla grande, thumbs up”.

Adesso fate un piccolo sforzo di memoria, e provate a ricordare quanti esempi, nel passato anche recente del dibattito politico italiano, riuscite a collocare in questo schema. Volete una mano? L’austerity e le politiche di rigore dell’Unione Europea; le pensioni ed Elsa Fornero; Fiat-Marchionne-Pomigliano; i referendum su nucleare e acqua pubblica; l’articolo 18 e i modelli di riforma del lavoro in generale – tutti casi, e sono solo alcuni, in cui il dibattito si è ultraestremizzato su due posizioni antitetiche, esclusive, e soprattutto ipersemplificate, e ha trasformato così ogni discussione in una specie di referendum sì/no per cui non riconoscersi in una delle due posizioni significava ipso facto essere associati all’altra.

Ora, certo è vero che il falso dilemma non è che l’abbiamo scoperto solo negli ultimi vent’anni, e ha sempre trovato il modo di insinuarsi in politica; ma è proprio la tracimazione di questa dinamica, di queste due tendenze convergenti di estremizzazione e semplificazione che secondo me ha segnato questo periodo e ha reso il nostro discorso politico una forma di applicazione costante del falso dilemma, di consultazione permanente a risposta secca su qualunque argomento e su qualunque problema – fino alla cifra simbolica più tipica della politica da cui veniamo: il ventennio appena trascorso come referendum perenne su Berlusconi.

E c’entra, il Cav, perché credo sia questa la caratteristica principale di quello che ci siamo abituati a chiamare berlusconismo: una forma di discorso politico basata su rappresentazioni superficiali, quasi caricaturali delle questioni, e su cui prendere una posizione diventa quindi situarsi da una parte o dall’altra di un’alternativa sempre epocale, sempre totale, sempre apocalittica.  Appunto, un continuo processo di estremizzazione e semplificazione.

Ripeto: non che prima di Berlusconi fosse un fenomeno mai visto, intendiamoci. Ma come in ogni vicenda umana, la tempistica è importante: perché se con Mani Pulite abbiamo messo la chiave nel quadro dei comandi, quando sollevare qualche obiezione garantista sulle modalità di certi arresti e interrogatori si traduceva in essere complici dei ladri, con la discesa in campo – che più o meno ne è stata una conseguenza – quella chiave l’abbiamo girata e abbiamo acceso il motore. Con il personaggio di Berlusconi e il codificarsi della sua “narrazione”, con la sua rappresentazione romanzesca degli schieramenti schiacciata sul partito dell’amore da una parte e “i soliti comunisti” dall’altra, con le sue campagne elettorali fra cure del cancro e toghe rosse, ha preso forma il momento in cui questa tendenza si è trasformata in paradigma ordinario.

E dalla spider del falso dilemma non siamo più scesi; anzi, anche a sinistra abbiamo pensato che valesse la pena farci un giro, ci siamo trovati bene e siamo rimasti a bordo. Per cui, ad esempio, parlare di lavoro diventa o nazionalizzare le aziende o schiavizzare i lavoratori; parlare di giustizia diventa o scandire i titoli del Fatto o essere un piduista. Falsi dilemmi, appunto, frutto del combinato disposto di estremizzazione e semplificazione.

Adesso però, dopo vent’anni, sarebbe anche il caso di accostare e scendere dalla spider del falso dilemma. Magari dopo averla portata da uno sfasciacarrozze, perché a nessun altro venga la tentazione di salirci su.

Quale Nazareno salvare?

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Solo un paio di risposte a quelle che, in questo fine settimana, sono state le reazioni più tipiche alla notizia dell’incontro Renzi-Berlusconi. Lo so che mi leggete in due, ma se vi va continuate il gioco: aggiungete altre reazioni e altre risposte, anche in contrasto o in opposizione netta con quello che dico io. Vediamo cosa ne esce.

 

“Ma come, il Caimano a casa nostra!”

Il Caimano a casa nostra sì. Perché il sottotesto dell’incontro di sabato pomeriggio era “se vuoi parlare, vieni tu, noi non ci si muove”: era la certificazione plastica di una posizione di forza, di un’agenda tenuta saldamente in mano. In questo ha ragione Gad Lerner: Berlusconi è stato ricevuto “nella sede PD dove in passato mai avrebbe accettato di mettere piede”. Si intravede– ancora una volta, dopo la foto di fianco a Pannella, a firmare i referendum al banchetto dei Radicali – un’immagine di debolezza, di declino.

“Ma così lo si resuscita! Lo si rafforza! Lo si rimette di nuovo al centro!”

A parte che a resuscitarlo ci si è pensato benissimo molto prima, nella campagna elettorale che ha portato a febbraio 2013, mettiamo in chiaro una cosa: politicamente, B. è finito, e lo sa. Lo so che l’abbiamo detto mille volte, e mille volte ci ha contraddetto, ma adesso le circostanze intorno a lui concorrono come mai prima a certificarne la fine. Condannato in via definitiva, decaduto da senatore e ineleggibile, si trova per la prima volta di fronte un competitore percepito dal grosso del corpo elettorale non solo in grado di batterlo, ma di sottrargli moltissimi voti – cioè proprio di rovesciare lo schema che ha fatto la sua fortuna: diventare il volto per un elettorato più volatile, non fidelizzato. Nel suo stesso partito, inoltre, l’ala dei fedelissimi è da tempo sbandata e in difficoltà: se elettoralmente NCD è poco più di un fantasma, è chiaro che politicamente bisognerà passare di lì, perché è lì che si trovano (quasi) tutte le menti pensanti del partito. Quindi va bene l’alleanza, ma la sensazione diffusa è che a quel punto NCD ci metterà pochi minuti a cannibalizzare il corpaccione di FI. Perché dagli errori del passato (chiedere a Fli) in politica, talvolta,  si impara.

“Ma così lo si riconosce come interlocutore! A lui, un condannato!”

Essendo la legge elettorale materia istituzionale, e non politica, rendiamoci conto che “interlocutore” è abbastanza una fesseria: si parla con tutti (e infatti, per dire, sabato pomeriggio Renzi ha incontrato anche Stefania Giannini di Scelta Civica) perché si stabilisce un pezzo delle regole del gioco, che devono valere per tutti. C’è una “profonda sintonia” con Berlusconi, sulla legge elettorale? Sì, certo: perché interessa ad entrambi (che rappresentano i due maggiori partiti) uno schema tendenzialmente bipolare e bipartitico. Ancora: Berlusconi è condannato? Sì, certo; ma è anche il leader del secondo partito del paese, e lo può fare perché le dinamiche interne di un partito non riflettono necessariamente l’agibilità politica o meno di un suo rappresentante. È una cosa bella? Probabilmente no. Possiamo farci qualcosa? Oltre a cercare di convincere chi lo ha votato, no.

Davvero crediamo che rifiutarsi di vedere lui, e incontrare invece un emissario, avrebbe fatto altro che allungare i tempi, e – visto che stiamo parlando anche di simboli – non avrebbe sciupato il messaggio di “coltello dalla parte del manico” proprio nei confronti dell’arcinemico, esposto anche in maniera fisica, visiva?

Vedremo cosa uscirà, in via definitiva, da questa serie di incontri – perché va ribadito: Renzi non ha visto solo Berlusconi, nonostante l’ovvio hype mediatico. Da quello che emerge, ci possono essere motivi di critica, ma anche qualche speranza. In attesa, ovviamente, che parta anche il dibattito – sempre con tutti – sull’assetto istituzionale: per non finire in una situazione simile a quella descritta, acutamente, da Gianluca Briguglia.

Un pensierino

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Come prevedibile, la pubblicazione dell’eNews in cui Matteo Renzi finalmente dona al mondo le linee guida del suo Jobs Act ha innescato uno spettro molto ampio e variegato di reazioni.

Iperattivo Categorico ha fatto cosa buona e giusta e ha raccolto in un unico post le più significative: quelle cioè dei principali attori politici e sociali coinvolti, quelle di alcuni esperti del settore, e perché no anche quelle più folcloristiche, diciamo, che se non altro aiutano a tratteggiare un ritratto del profilo schizoide che a volte assume il nostro dibattito pubblico, quando si toccano certi temi.

Su una delle – folgoranti e puntute, va detto – microanalisi che fa Iperattivo, però, non sono del tutto d’accordo. Questo pezzo di Lorenzo Castellani, a suo parere, consiste in sostanza in un “derubricare tutto ad una mera operazione d’immagine”, secondo un canovaccio molto in voga quando si parla del rottamatore e che viene efficacemente riassunto così: “Della serie: non conosco molto le intenzioni di Renzi e sparo un po’ a casaccio.

Secondo me, invece, il pezzo di Castellani una cosa giusta la dice, anche se in maniera non troppo lineare e certo sotto un titolo incredibilmente fuorviante – “Jobs Act, ecco l’ultima renzata” col resto dell’articolo non c’entra nulla, ma veramente nulla. A me sembra proprio vero che il documento proposto rappresenti, essenzialmente, “una straordinaria arma di comunicazione”: ma questo non ne sminuisce affatto la portata, anzi.

Intendiamoci, le critiche mosse dai commentatori più competenti sono sensate e condivisibili: Ichino, o Alesina e Giavazzi, hanno ragione da vendere quando rilevano la lacunosità o quantomeno la scarsa chiarezza del testo in termini operativi, oppure quando denunciano una timidezza eccessiva su alcuni punti. Quello che abbiamo per le mani è, come viene detto esplicitamente, pur sempre solo un sommario, una serie di linee guida che però devono essere riempite di contenuti dettagliati e precisi – e anche questo è lo scopo del giro per circoli e sezioni che il testo sta facendo in questi giorni.

Ma quello che rischia di venire sottovalutato è proprio il fatto che siano delle linee guida: che sul tema del lavoro cioè siano state finalmente messe nero su bianco delle coordinate, generiche certo, ma che tracciano un percorso definito e su cui tornare indietro non è un’opzione; e soprattutto, che queste coordinate siano state finalmente sdoganate al di fuori del dibattito tecnico e di settore. Un’operazione innanzitutto di comunicazione politica, dunque, il cui compito principale è proprio quello di ridisegnare il modo in cui pensiamo al lavoro, tratteggiarne una nuova visione, generale ma condivisa. Una visione in cui sia dato per scontato che il diritto del lavoro deve essere snello, funzionale e disponibile in inglese; in cui pur nella consapevolezza che il lavoro non lo si può creare per diritto sia chiaro che, invece, contro l’apartheid fra protetti e non protetti si può fare molto, e proprio in quella direzione lì; in cui la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione professionale rappresentino una pietra angolare del sistema di tutele; in cui sostenere la centralità del lavoro significhi riconoscerlo e valorizzarlo tutto, non solo quello dell’operaio, dell’impiegato e dell’insegnante, ma anche quello dell’imprenditore, del venture capitalist o del manager d’azienda, figure talvolta ancora avvolte da un mistico alone di oscura malvagità nel dibattito pubblico italiano.

Quindi certo, aspettiamo i dettagli, ma credo abbia ragione Iperattivo a ritenere che le prospettive, da quanto si intravede, siano abbastanza incoraggianti.

Però, secondo me, anche a leggere questo Jobs Act come “una straordinaria arma di comunicazione” non gli si fa un torto, eh. Tutt’altro.

Indovina chi?

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La vicenda “Fassina chi?” può anche instillare, in alcuni animi bendisposti, una sottile  nostalgia per certi momenti d’oro della nostra Prima Repubblica, impreziosita da battutisti di prim’ordine al cui confronto quelli a cui siamo abituati da troppo tempo fanno, umoristicamente parlando, una magra figura.

A me, però, pare che le chiavi di lettura che meglio colgono gli aspetti essenziali della vicenda siano due, che poco hanno a che fare con l’umorismo e il motto di spirito: il gioco delle parti, e il vecchio adagio del dito e della luna.

Il gioco delle parti

So che non è un’interpretazione popolare, ma lo confesso: secondo me ha ragione Cristiana Alicata. Ho visto e rivisto cento volte il video incriminato, e mi sembra che la ricostruzione più attendibile sia quella lì. Il giornalista parla di “rimpasto” e poi continua la domanda, Renzi però inizia subito a rispondere e le voci si accavallano: “ad esempio Fassina” non si sente, e Renzi chiede – ripeto, secondo me genuinamente – “chi?”, perché non ha sentito. Che i cronisti presenti in sala colgano il potenziale comico della situazione, e si mettano a ridere, è più che legittimo: visto che i due notoriamente non si amano, interpretare quel “chi?” come un sottotesto rivelatore di cosa pensi davvero il neosegretario dell’ex responsabile economico ci può stare.

Il punto, comunque, è che “Fassina chi?”, così come viene riportato quasi subito da tutti i giornali, Renzi non l’ha mai detto; è a questo punto, però, che inizia il gioco delle parti.

Fassina rassegna le dimissioni da viceministro dell’Economia, ripetendo mille volte che non lo fa tanto per motivi personali legati alla battuta, quanto per questioni politiche di fondo – mossa retorica il cui effetto scontato è però, per l’appunto, spostare e moltiplicare all’ennesima potenza l’attenzione sulla “battuta” stessa, che nel frattempo è diventata, come si diceva, notizia d’apertura su tutti i giornali online. Sale l’indignazione per la “maleducazione” del giovane rottamatore, si moltiplicano i tweet e gli status che biasimano la sua arroganza, si levano ecumenici appelli all’unità e al rispetto di tutti da parte dei vertici del partito – insomma, che Renzi abbia fatto una battutaccia di pessimo gusto diventa rapidamente verità condivisa.

E il neosegretario, messo quindi un po’ alle strette, che fa? Risponde con uno status su Facebook in cui non rivendica la battuta – attenzione, questo è importante: Renzi non dice mai, da nessuna parte, “È vero, ho fatto una battuta su Fassina” – ma uno stile comunicativo, più chiaro e disinvolto, meno ingessato nei burocraticismi di partito, fatto anche di momenti ironici a cui, dichiara, certo non rinuncerà.

Ecco. Perché, allora, gioco delle parti? Perché alla fine entrambi i protagonisti della vicenda hanno, tutto sommato, ottenuto quello che volevano: si sono ritagliati, in una sceneggiatura condivisa, un ruolo congeniale – per sé e per l’altro.

Fassina, infatti, coglie la palla al balzo, e col pretesto della battuta si toglie da una posizione di governo che vive con sempre maggiore insofferenza, assicurandosi in un colpo solo la tessera numero uno del Pdar, da un lato, e dall’altro un’ottima occasione per riproporre nuovamente il consolidato canovaccio “Renzusconi”, autocandidandosi così come il capofila della “vera sinistra” immune all’infezione del virus di Arcore; e dall’altra parte Renzi, pur con una certa ambiguità, si adegua alla versione ormai ufficiale perché può trasformarla in un ulteriore puntello della sua “narrazione” politica, continuando a insistere sull’asse della contrapposizione “nuovo” (se stesso) vs “vecchio” (in questo caso, Fassina).

Entrambi, dunque, accettano di buon grado la parte che questa vicenda gli cuce addosso, perché funzionale ai loro – pur divergenti – scopi. Tutti vincono, insomma.

Il dito e la luna

Fissarsi sul dito è un tratto tipico dei media italiani, ma anche dei nostri meccanismi di creazione dell’opinione pubblica, e forse in generale della razza umana; è probabilmente per quello, allora, che abbiamo passato tre giorni a discutere del dito (la battuta) senza degnare di uno sguardo la luna gigantesca che avevamo davanti: e cioè che la linea economica che finora ha retto il PD, quella appunto di Fassina, pare ormai incompatibile con quella che prevedibilmente segnerà il nuovo corso del partito.

Una luna gigantesca. E, almeno secondo me, anche piuttosto incoraggiante.