La superstoria

Immagine

Dopo la riconferma di Napolitano alla Presidenza della Repubblica, scrissi un post abbastanza lunghetto in cui cercavo di spiegare perché, secondo me, Prodi al Quirinale era una buona idea anche per il centrodestra. L’elezione di Prodi, infatti, avrebbe con ogni probabilità innescato una serie di movimenti all’interno del PD, e il PDL dall’altra parte si sarebbe trovato costretto, per non farsi mettere troppo all’angolo sui temi del rinnovamento e del cambiamento, a sbarazzarsi una volta per tutte dell’ingombrante figura del padre-padrone e a entrare finalmente nell’età adulta, dandosi finalmente una fisionomia da partito autentico e ripensando (o forse, addirittura, pensando da zero) i meccanismi di selezione, cooptazione, ricambio. Poi è andata com’è andata, e – a detta di praticamente tutti – Berlusconi è invece uscito ulteriormente rafforzato da quel passaggio parecchio delicato.

Bene, ora pare che il destino abbia deciso di dare alle anime più politicamente accorte del PDL una seconda possibilità: perché la condanna a sette anni di oggi pomeriggio (non voglio entrare nel merito, eh, parlo a livello esclusivamente strategico e dal punto di vista, chessò, di un Alfano) può davvero essere la palla da cogliere al balzo per rinchiudere il fondatore fra i reperti, ancorché nobili, imprescindibili eccetera, del museo di famiglia – certo, dopo che si siano stracciate abbastanza vesti ad uso di un certo tipo di pubblico e dopo che si sia ripetuto sufficienti volte “E’ solo il primo grado”.

Perché magari è vero che la storia accade la prima volta come tragedia e la seconda come farsa, ma in Italia abbiamo da sempre un debole per quella che si presenta sotto forma di sentenza.

P.S. Tra l’altro, in perfetto schema circolare, inizio con Prodi e finisco con Prodi:  come mi faceva notare poco fa la mia signora, a questo punto la lettera del Professore sul Corriere di stamattina, con quel “voglio infine augurarmi che, anche chi è stato sconfitto nei due confronti diretti, possa meditare sul fatto che non dovrebbe essere solo la mia gara a una fine” detto un po’ sotto i baffi, assume tutto un altro significato.

Annunci

Hegel a New York

Immagine

Se un concetto infido e scivoloso come quello di Volkgeist esiste, è per permetterci di fare macrosociologia da salotto, perché ci si possa dare un tono quando si dice che i francesi sono pieni di sé, i tedeschi hanno cominciato tutte le guerre e le socialdemocrazie scandinave sono troppo avanzate per come sono fatti gli italiani, e da noi non funzionerebbero mai. Per dare un po’ di spessore a quei luoghi comuni che tornano sempre utili, ad esempio, durante i Mondiali di calcio.

Eppure, talvolta capita di imbattersi in episodi che inevitabilmente ti ci fanno pensare, a quel concetto lì. Come quando ti basta un’inquadratura per capire se una serie tv è un poliziesco tedesco, un CSI americano o un Don Matteo italiano (quella strana mistura di stile, genere e “nazionalpopolare”), a volte leggendo due testi simili, che parlano della stessa cosa, magari anche più o meno negli stessi termini, capisci in fretta che uno – per dire – può essere solo americano, e l’altro solo europeo. E se ti domandi perché, ti viene da rispondere “Beh, è chiaro, no? Questo è più così, più cosà, sai com’è lo spirito americano, quell’altro invece è tipicamente europeo, più cosà e più così”. Come se, per l’appunto, ci fosse uno spirito del popolo che permeasse le persone e trasparisse da quello che dicono, e da come lo dicono.

Qualche giorno fa, probabilmente lo sapete, è morto Michael Hastings, giovane giornalista americano diventato famoso soprattutto per i suoi articoli sui casi McChrystal e Petraeus e considerato uno dei migliori della sua generazione.

Per celebrarlo, il Post ha ripubblicato un suo testo, originariamente apparso su Reddit, in cui Hastings offre 10 consigli a chi da grande voglia fare il giornalista.

Caso volle che, proprio pochi giorni prima, sullo stesso sito apparisse un post del peraltro direttore Luca Sofri, intitolato “Buoni consigli”, anch’esso dedicato a dispensare qualche suggerimento utile per chi a lavorare nel giornalismo vorrebbe provarci davvero.

Ecco, se uno legge i due pezzi, uno di seguito all’altro, l’impressione che ne ricava è proprio quella, di due spiriti del popolo diversi e per certi versi opposti che hanno deciso di dire la loro sul tema. Due spiriti del popolo che la pensano in modo profondamente diverso, ma non tanto sul giornalismo, quanto piuttosto (mi rendo conto che detto così suona un po’ ridicolo, e chiedo venia) sull’attitudine da coltivare verso gli obiettivi che ci si è posti, e sulla spinta da mantenere per raggiungerli.

Perché leggi i consigli di Sofri e il senso sotto sotto ti pare che sia “Non ce la fai, eh, però almeno quando ci provi dammi retta, fai così che se non altro fai bella figura”. Come se lo spirito franco e disilluso della vecchia Europa ti mettesse una mano sulla spalla, e col suo tono sincero ti spiegasse due cose sul concetto di aspettative ragionevoli e realistiche, scuotendo la testa insieme a te.

Poi invece leggi il pezzo di Hastings e ti viene il sospetto che voglia dire un’altra cosa, che il pensiero dietro sia diverso: “Sarà un casino, e quando non sarà un casino sarà una merda, ma ce la puoi fare. Non è detto, e le difficoltà saranno immense, ma ce la puoi fare”. E uno pensa al sogno americano, al suo senso profondo e autentico di futuro sempre possibile, sempre riscrivibile, di storia che si deve solo decidere, davvero, di far cominciare.

Non voglio farne una questione banale di ottimismo e pessimismo, e nemmeno voglio dire che i consigli di Hastings siano in qualche modo migliori di quelli di Sofri – anzi, la lista del peraltro direttore del Post, oltre ad essere più articolata ed estesa, offre dritte preziose su aspetti magari più periferici, ma per certi versi più spendibili rispetto ad un semplice “Fatevi un blog su un argomento interessante ed insolito, e scriveteci spesso”.

È l’impressione che i due pezzi ti lasciano, dopo averli letti, ad essere diversa. Uno ti fa ricalibrare i tuoi obiettivi, l’altro ti consegna un pezzetto di speranza.

Io non so quale sia meglio; ma credo che, quando parlano di “land of opportunity”, intendano qualcosa di simile.

Il personalismo è politico

Immagine

In vista del congresso PD – che si terrà ancora non si sa quando (e da più parti riecheggia uno stentoreo “Fissa la data, Guglielmo fissa la data!”) – Bersani, a quanto pare, ha deciso di ridiscendere in campo su uno dei temi che hanno attraversato la sua campagna elettorale come una costante: un forte e netto no alle “tentazioni personalistiche” nel partito.

A parte l’ovvio e implicito riferimento a Matteo Renzi, quello che io trovo più interessante di questo tipo di retorica politica è, per l’appunto, il suo essere una retorica. Voglio dire: se uno spende un po’ di tempo a rileggersi la vicenda del PCI, del PDS, dei DS e alla fine del PD, si accorge che se c’è un filo rosso (sia inteso senza ironia) che unisce queste storie è proprio lo schema di un leader, il segretario, che modella il partito a sua immagine e somiglianza (magari con la parziale eccezione di alcuni reggenti temporanei, tipo Natta), trattandolo un po’ come roba sua e spesso al di là del gioco di correnti – con vincenti e perdenti, e con i vincenti che, come dicevano gli Abba, “si prendono tutto”.

Il sacro terrore dell’uomo forte è contraddetto dai fatti: davvero qualcuno potrebbe seriamente sostenere che, per fare solo due dei nomi più prestigiosi nel pantheon della sinistra italiana, Togliatti o Berlinguer non fossero uomini fortissimi, soli al comando, leader carismatici e tanti altri luoghi comuni sul genere? Da sempre, la dinamica del partito, nelle sue varie incarnazioni, è stata nella sostanza ultrapersonalistica, con leader forti che una volta giunti al comando dettavano una linea sostanzialmente coincidente con se stessi; ma, al tempo stesso, questa cosa non si può dire, non può essere rivelata, perché noi veniamo dal fascismo e quindi se c’è una personalità forte e carismatica, che può efficacemente rappresentare la funzione di guida che i partiti dovrebbero svolgere, è subito un ducetto, un piccoli-dittatori-crescono, un attentato alla Costituzione e un pericolo per la democrazia. Uno strabismo che, alla fine, ha portato la sinistra italiana ad essere una delle pochissime ormai rimaste al mondo a non aver mai affrontato esplicitamente il tema della leadership, confinandola in una visione sbilenca di categorie che ormai, altrove, sono già da tempo acquisite nel cuore del dibattito politico.

Per questo, quando si dice “Prima i programmi”, per carità, sono d’accordissimo, ma subodoro la fregatura, ed una riproposizione dello stesso schema, una volta di più.

La libertà del corpo delle donne

Immagine

Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista

Avete salutato con favore il tentativo di decostruire criticamente il modello del femminile proposto in maniera quasi totalitaria nella tivù italiana, ma quando avete letto “burqa di carne” avete dovuto rileggere per essere sicuri di aver capito bene? E poi, una volta appurato che avevate capito bene, vi è venuta una gran voglia di chiudere il libro che avevate in mano?

L’entusiasmo delle manifestazioni delle donne nelle piazze italiane vi stava contagiando, ma quando avete iniziato a subodorare l’emergere della contrapposizione “donne perbene/donne permale” vi siete sentiti delusi, e in un certo modo anche traditi?

Pensavate che finalmente si potesse iniziare a discutere di istanze rivendicative sul piano dei diritti, e di pratiche efficaci nelle strutture sociali e nelle istituzioni, e invece avete assistito alla stanca riproposizione di un cliché moralisteggiante?

Bene, allora questo è il libro che fa per voi. Anche solo per le reazioni, francamente allarmanti, che suscitò quando fu pubblicato.

Foucault a Lipsia

Immagine

Probabilmente, se seguite un po’ le questioni di genere, vi sarà caduto l’occhio su questo articolo di Repubblica: all’Università di Lipsia, a quanto pare, si è scelto di usare il femminile dei titoli per tutti i docenti e i ricercatori – anche i maschi, che dovranno quindi abituarsi a sentirsi chiamare “Herr Professorin”. Reazioni ce ne sono state già parecchie – è una provocazione astuta e intelligente, no è giusto una baggianata, serve, non serve a niente – senza dimenticare la straordinaria chiusa dell’articolo di Repubblica, che pur tra qualche sorrisetto divertito non esita: “indubbiamente è mille volte meglio di femminicidio e discriminazioni sessiste così diffuse altrove”, una cosa che in quanto ad attinenza, senso delle proporzioni e legittimità del paragone nulla ha da invidiare a una colossale stronzata. Ma si tratta pur sempre del buon Andrea Tarquini, autore di perle come quella meritoriamente passata al setaccio da Matteo Bordone, quindi certe cose uno un po’ se le aspetta, diciamo.

La storia in realtà è piuttosto interessante, secondo me, e per un paio di motivi.

In primo luogo, beh, l’inversione di una gerarchia simbolica – soprattutto quando è legata ad una struttura di dominio, cioè quasi sempre – è di solito una buona notizia, no? Alla fine, tutte quelle robe di cui discutiamo da quarant’anni, differenza, decostruzione eccetera, stringi stringi hanno soprattutto questo come obiettivo: rovesciare i rapporti fra i concetti che si cristallizzano in rapporti culturali, sociali, politici.

Poi, la tempistica: pur provenendo dalla Germania, una notizia come questa ha naturalmente un impatto molto forte in Italia, in un momento in cui la sensibilità pubblica riguardo ai temi della discriminazione di genere e soprattutto della violenza sulle donne è particolarmente acuta. E leggere di azioni simboliche di questo tipo, per di più, inevitabilmente ti porta a pensare (con un artificio retorico ben esemplificato dalla chiusa dell’articolo) “Eh, però lì sono evoluti, da noi, quando mai” – mentre se uno va a leggersi i dati, ci sono differenze di ranking enormi, ma anche in Germania il gap di genere non è che sia proprio poca cosa.

L’aspetto più interessante però, secondo me, ha più a che fare con ciò che questa iniziativa ci dice sul rapporto che, un po’ candidamente, pensiamo esista fra individui, pratiche e contesti sociali. O meglio, sulla semplicità con cui ci rappresentiamo questo rapporto che invece semplice proprio non è.

Dietro l’osservazione, piuttosto banale in verità, che ben altro servirebbe per raggiungere la parità di genere, che aggiungere una desinenza a dei titoli accademici, si nasconde infatti un’immagine un po’ ingenua dell’influenza che le strutture e le pratiche sociali hanno sugli individui, tesa fra due estremi metodologici entrambi poco realistici: da un lato, l’idea che noi si possa, semplicemente attivando un comportamento che si gioca nella sfera del simbolico, provocare automaticamente un mutamento strutturale nel contesto sociale e politico in cui ci troviamo; dall’altro, l’idea che questo contesto si rifletta direttamente in noi, che ne saremmo attraversati e formati praticamente senza alcuna mediazione. Insomma, da una parte una visione riduzionista della società, dall’altra una visione riduzionista dell’individuo. Come se si pensasse che gli attori sociali venissero definiti dai processi sociali senza alcun intervento attivo da parte loro, senza alcuna dinamica interpretativa, sostanzialmente senza identità; ma che, praticamente all’opposto, questi stessi attori sociali potessero trasformare radicalmente il mondo in cui si trovano con una parola, quasi ne fossero i dominatori assoluti e incontrastati, senza trovare alcuna resistenza nella cosa in sé, diciamo.

Ecco, a leggere questo articolo mi sono venuti in mente prima Foucault, e la sua idea che in realtà i soggetti propriamente non esistano, e siano solo i punti di incrocio di flussi di potere, e poi una specie di antiFoucault, un costruttivista estremo convinto che la società non sia altro che la derivazione diretta dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni. E la parità di genere, a pensarci, forse avrebbe bisogno di altro.

In conclusione, come dire: l’iniziativa è simpatica, sicuramente una provocazione, certo allude a un problema reale e grave e chiaramente chi l’ha proposta è perfettamente consapevole che servirebbe ben altro; il rischio, però, è che venga mediatizzata in modo tale da farne un nuovo, ennesimo specchietto per le allodole dietro il quale sentirci a posto con la coscienza. Perché ok che io sono maschio, ma secondo me la stragrande maggioranza delle donne, in accademia e non solo, preferirebbe che fosse garantita la possibilità anche a loro di arrivare a certe posizioni, indipendentemente dal titolo che queste si portano dietro.

Metti una mattina a Francoforte senza il 12

Immagine

Francoforte non è un bel posto dove vivere.

La dimensione ridotta, un certo goffo internazionalismo e il gruppetto di grattacieli disorientati nel centro città si mescolano creando un distillato di provincialismo sui generis, per cui l’eccitante presunzione di immaginarsi nel cuore pulsante del vecchio continente in realtà lascia molto presto spazio alla ben più prosaica sensazione di trovarsi in un angolino del pancreas, al massimo. Con clima prussiano, per di più, e circondati da tedeschi che indicano lo skyline e pieni di orgoglio ti sussurrano “MAINHATTAN”, senza apparente senso del ridicolo.

Ora, Francoforte come noto è però anche la sede delle più importanti istituzioni finanziarie europee, e soprattutto della Banca Centrale, privilegio che ne fa la destinazione preferita per le proteste organizzate contro l’austerity e il predominio bancario del capitalismo rapace (non ho messo le virgolette giusto per non appesantire e rendere bene l’atmosfera dell’argomentare, ma spero sia chiaro che nemmeno gli spazi fra le lettere di questo tipo di vocabolario mi appartengono).

L’ultima si sta svolgendo proprio in questi giorni; e a simboleggiare l’intrusione dei sussulti globali nelle nostre piccole vicende quotidiane, ha costretto me e molti altri come me a rivedere le proprie strategie di avvicinamento al luogo di lavoro. Infatti,  a causa della manifestazione prevista per venerdì a Willy-Brandt-Platz, sede della Banca Centrale Europea, il traffico dei mezzi pubblici nell’area è stato sospeso; e se non siete mai passati da Francoforte, probabilmente non avete idea di cosa significhi non avere tram di superficie e metropolitane sotterranee che passino per una zona così centrale – in particolare, e i francofortesi autoctoni o acquisiti ben lo sanno, la mai abbastanza lodata linea 12.

Un disagio minimo, certo, facilmente risolvibile – almeno per quanto mi ha riguardato – anticipando di qualche minuto l’uscita di casa e prendendo due metropolitane invece del solito tram; ma pur sempre un disagio. Che mi ha fatto riflettere, come penso sia successo anche ad altri, sulla vecchiezza del format di questo tipo di protesta, soprattutto considerando il tipo di rivendicazione in gioco.

Lo sciopero, il corteo, le manifestazioni tese a una sospensione della quotidianità, potremmo dire all’interruzione di un servizio, a me sembrano funzionali al tentativo di promuovere visibilità per qualcosa che visibile altrimenti non sarebbe. Si provoca una specie di epoché della normalità per gettare luce su un problema posto al di sotto della nostra soglia di attenzione, per smuoverlo all’interno del perimetro del dibattito pubblico. Per dire “Sappiate che esiste anche questo, e bisogna rendersene conto”. Per costringere un movimento dello sguardo.

Ma le rivendicazioni come quelle di Blockupy non hanno a che fare con una visibilità negata, o con la spinta a modificare il livello di percezione sociale di un problema; si giocano invece sul tentativo di orientare il dibattito su questioni specifiche, in modo da aggregare sostegno ad una prospettiva alternativa e renderla così politicamente attivabile. Non si tratta di visibilità o di riconoscimento, dunque, ma di attrazione del consenso. La quale richiederebbe, però, forme di manifestazione diverse dall’infliggere un disagio; forme in grado di attirare e incuriosire, di creare interesse e partecipazione, piuttosto che farti salire su un sentito “Oh no, diosanto, che rottura di coglioni”.

E pensare che, volendo, un format di questo tipo c’era già, pronto all’uso, spostandosi molto poco indietro nel tempo e rimanendo invece addirittura fermi nello spazio: per diversi mesi, infatti, fra 2011 e 2012, lo stesso movimento aveva occupato l’area verde nella piazza, davanti alla Banca Centrale, con tende, stand e palchetti, creando una specie di campeggio dedicato, in cui si svolgevano dibattiti, attività, piccoli concerti la sera. Passavi di lì, e magari ti fermavi a curiosare, a dare un’occhiata, provavi anche a parlare con qualcuno e scoprivi che, al netto di slogan francamente assurdi e tardoadolescenziali, poteva esserci sotto qualcosa di più articolato, di più ragionato. Trovavi uno spazio di discussione in cui l’interlocutore probabilmente – nel mio caso, sicuramente – aveva idee diversissime dalle tue, ma un minimo di argomenti sensati li aveva letti da qualche parte, e riusciva a esporli. Certo, c’era quello “capitalismo no poiché brutto”, ma mischiato in mezzo ad altro – soprattutto, non era l’unica voce presente, soverchiante, scandita in slogan da stadio.

Ripeto, io non ho alcuna simpatia né condivisione per una visione del mondo di questo tipo. Mi sembra un messaggio vecchissimo, arcaico. Ma passare lì in mezzo mi dava l’idea che, in fondo molto in fondo, un dibattito sensato fosse possibile. Vedere un corteo come quello di questi giorni, invece, no.