M5S, Lega e teoria dei sistemi

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Rileggere le cose dette e scritte negli ultimi mesi sul Movimento 5 Stelle fa venire in mente quella vecchia storiella ebraica della coppia che litiga sempre e decide perciò di andare dal rabbino per risolvere la questione una volta per tutte.

Il rabbino riceve prima il marito, e sentite le sue lagnanze gli dice “Eh, effettivamente hai proprio ragione”. Poi è il turno della moglie; il rabbino la ascolta e poi conclude “Eh, effettivamente hai proprio ragione”. Il suo assistente, stupito, congeda la coppia e poi gli domanda “Ma come, maestro, avete dato ragione sia al marito che alla moglie? Ma come è possibile, se dicevano l’uno il contrario dell’altra?”. Al che il rabbino lo guarda e fa: “Eh, effettivamente hai proprio ragione”.

Ecco, sul M5S verrebbe da dire che hanno avuto ragione un po’ tutti: chi lo vedeva come un movimento sotto sotto di destra, chi ne parlava come una seconda e ancora più sui generis costola della sinistra, quelli che “è Grillo il vero nuovo Berlusconi, padre-padrone del suo partito”, quelli degli #spiragli (cit. Christian Rocca), quelli che li temevano e quelli che ci speravano. Hanno avuto ragione un po’ tutti perché pezzetti di verità e di interpretazioni sensate sono disseminati più o meno in tutte queste posizioni, e se ciò da un lato indica che comunque si tratta di un fenomeno politico complesso e variegato (che a me – valutazione personalissima – continua ancora 1) a non piacere; 2) ad apparire profondamente di destra; 3) a spaventare), dall’altro dimostra che ragione fino in fondo non l’ha avuta nessuno.

Questo weekend di amministrative, però, segnato da quello che eufemisticamente potremmo definire un ridimensionamento del peso elettorale dei grillini, ha quantomeno mostrato come uno dei filtri interpretativi usati si sia rivelato inadeguato: quello dell’analogia, pur con tutti i distinguo del caso, con la nascita della Lega. Similitudini ce n’erano; ma, a rigor del vero, anche parecchie differenze notevoli. La traiettoria pareva essere comparabile: movimenti di protesta con poche parole d’ordine abbozzate ma facilmente riconoscibili, nati e cresciuti in un clima di sfiducia diffusa nei confronti dei partiti e della politica in generale, in uno scenario dai contorni pseudoapocalittici sistematicamente enfatizzati. Però, a parte che confrontare Casaleggio con Miglio potrebbe risultare comunque un pochino ingeneroso,  le condizioni intorno erano e sono molto diverse da quelle dei primi anni Novanta, che videro i primi exploit elettorali dei bossiani, sia in termini di evoluzione partitica che di contesto economico e sociale. Inoltre, la Lega ha scippato a tutti i movimenti “di protesta” nati dopo il tema principe della gestione iperlocalizzata delle risorse, che garantisce una presa piuttosto salda sul fantomatico territorio e in molti casi ha permesso, unito a mille altri fattori, di avviare gli esperimenti di amministrazione leghista di comuni e province – alla base del successo del “partito di lotta e di governo” nonché della sua longevità, visto che si tratta pur sempre, se non erro, del partito più anziano attualmente in parlamento.

Eppure, non credo che abbia ragione chi, visti i risultati M5S di questo fine settimana, ne prevede un progressivo abbassamento fino alla sparizione, più o meno silenziosa, in tempi brevi, in attesa che si faccia vivo il prossimo contenitore del voto di protesta. Credo invece che la batosta subita servirà ai cinquestelle per proseguire, diciamo così, sul percorso della specializzazione sistemica: per assestarsi stabilmente nel corpo politico italiano come espressione di un voto di protesta, antipartitico, progressivamente slegato dall’effettiva gestione e amministrazione del potere, e sopravvivere e prosperare svolgendo (all’interno del sistema) quella funzione lì. Già le sparate seguite al voto di fine febbraio lasciavano intravedere una tattica tesa ad alzare sempre più la posta per costringere gli altri proprio là dove li si vuole (in questo caso, “il governissimo dell’inciucio”); ma la sconfitta generalizzata di queste ore penso spingerà decisamente Grillo & Casaleggio a puntare quasi esclusivamente alle politiche, da giocarsi cavalcando in maniera strutturale i temi dell’antipolitica, della protesta e dei “segnali” ai partiti.

Per questo, non credo ci sia molto da festeggiare dalle parti del PD. Certo, si può tirare il fiato – se quella era una non vittoria, questa possiamo pure definirla una non sconfitta – ma brindare già alla scomparsa di un competitor pericoloso è politicamente prematuro, oltre che tragicamente miope. E non solo perché con affluenze di questa consistenza, davvero, c’è poco da stare allegri; ma anche perché più che allo sgretolarsi di un movimento che ha avuto un picco e fisiologicamente si appresta a declinare, credo ci si trovi di fronte ad assestamenti di una strategia – materia su cui comunque Grillo e Casaleggio fessi non sono – che sarà sempre più spostata 1) su temi di protesta; 2) su una prospettiva nazionale. Volendo, anche il caso di Parma sembra rientrare molto più in questo tipo di categorie che in quelle legate di solito al voto locale: Pizzarotti, alla fine, è stato eletto soprattutto grazie alla percezione di novità generalizzata che il M5S si porta(va) dietro rispetto agli altri partiti, visti come marciume vecchio e incancrenito, ben più che per effettivi programmi di gestione del comune (la vicenda dell’inceneritore insegna, direi).

Secondo me, quindi, ci aspetta un M5S che tirerà sempre più la corda, e proporrà sempre meno – o meglio, sposterà ancora di più le sue proposte in quell’area grigia in cui si incontrano l’irrealizzabile, il qualunquista e l’ideologico estremizzato. Che si farà sentire su macrotemi generici e palingenetici, per marcare una differenza netta fra sé e gli altri, coltivando accuratamente il voto di protesta per poi passare all’incasso alle prossime politiche – per farci cosa, però, francamente lo sa iddio.

Magari, alla fine, il paragone con la Lega non era proprio così peregrino.

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Aperture, chiusure e spifferi

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Quando Guglielmo Epifani dice di non credere “a un segretario eletto da una base troppo ristretta”, dimostra in un colpo solo almeno tre cose.

Primo: di essere un politico navigato che sa usare bene il tipo di retorica richiesto dal suo ruolo. Secondo: di aver ben presente che in questo momento il PD, sulle regole del gioco alla base del prossimo congresso, si gioca buona parte di un destino teso fra la palingenesi e l’annichilimento. Terzo: che comunque un buon pezzo di dirigenza ha ancora intenzione di dire la sua nelle operazioni di selezione dei potenzialmente votanti (non che sia necessariamente un male, eh).

Auspicare la partecipazione di una base “non troppo ristretta” significa infatti cavalcare sapientemente l’ambiguità  dello statuto stesso del partito, che assegna il compito dell’elezione alle più importanti cariche interne a “iscritti” ed “elettori”. Se su chi sia un iscritto le interpretazioni possibili sono abbastanza ridotte, la categoria dell’elettore, così come esce dallo statuto, è come minimo ambigua – o meglio, gioca un po’ troppo sul termine. Perché attribuisce alla parola un significato in realtà ben più carico di quello che comunemente si intende, e che coincide sostanzialmente col simpatizzante: del profilo dell’elettore tracciato lungo l’articolo 2, infatti, è parte costitutiva una fedeltà che va ben oltre l’appuntamento con le urne, tra registrazioni all’albo e una serie di doveri – specificati al punto 6 – che sembrano indicare una mossa retorica di rovesciamento, tesa ad accumulare pesantezza su una parola nata con una vocazione molto leggera  e costitutivamente variabile.

A voler essere maligni, si potrebbe ipotizzare che gli estensori dello statuto abbiano dosato saggiamente parole e significati proprio per poter continuare a esercitare un certo tipo di controllo sulla base (enfasi suggerita dalla malignità sul “certo tipo”, non sul controllo); ma se si prova a ragionarci su, la questione è effettivamente più complessa di come gli slogan da una parte e dall’altra fanno credere, proprio perché tocca moltissimi piani politici, organizzativi e tattici che è davvero impossibile tenere distinti.

E la questione è: congresso aperto o chiuso? Aperto a simpatizzanti e potenziali “elettori” (sospendiamo la definizione, per adesso) o limitato a iscritti e tesserati?

Ecco, io devo dire che su questa cosa un’idea definitiva davvero non riesco a farmela. Durante le primarie dell’anno scorso, pensavo fermamente che fosse cosa buona e giusta aprire i seggi a tutti quelli interessati a votare, che fossero elettori storici del csx, delusi del centrodestra, astensionisti cronici, in generale gente che mostrasse un qualche interesse nella prospettiva che il PD in quella fase sembrava avere davanti a sé. E lo penso ancora: perché credo che scegliere un candidato premier richieda logiche di selezione dal respiro più ampio rispetto al perimetro del partito – che non vuol dire paracadutare un corpo estraneo (tipo il famoso “papa straniero” su cui negli ultimi quattro-cinque anni si sono lette cose pazzesche) alla guida dell’ipotetico governo, ma piuttosto individuare all’interno del proprio schieramento un profilo in grado di esercitare appeal anche all’esterno, di affascinare anche chi di solito in quello schieramento non ci guarda nemmeno. I corollari di questo ragionamento, però, sono due: innanzitutto la separazione dei ruoli di segretario e di candidato premier (su cui, comunque, ci sono anche fortissimi argomenti contro), ma in secondo luogo la distinzione di due diverse logiche alla base dei processi di elezione di queste due diverse figure. In breve: la scelta del segretario riguarda l’indirizzo politico, ed è quindi legato più strettamente al tipo di partito che immaginano e sognano quelli che il partito lo compongono, per l’appunto gli iscritti. Non vedevo allora, e non vedo adesso, lo scandalo in un processo che preveda la partecipazione dei soli membri di un’associazione nell’investitura della sua figura di vertice. Altrimenti, anche la distinzione fra iscritto ed elettore (pur nel senso pesante della definizione statutaria) cade, rimanendo confinata ai soli diritti politico-partitici passivi, diciamo così, e cioè la possibilità di essere eletti.

Epperò, ed è un epperò bello grosso, penso anche che in questo momento dare un’interpretazione restrittiva di quegli “elettori” chiamati a scegliere il segretario nel prossimo congresso sarebbe davvero una mossa tatticamente suicida: va bene non cedere alle retoriche un pochino troppo entusiasticamente nebulose degli occupantiPD, ma di fronte a una base che chiede apertura ad ogni livello e grado e offre in cambio di rinunciare a fregarsene del partito, pur dopo tante cocenti delusioni, mostrarsi custodi inflessibili dell’ortodossia procedurale suonerebbe come l’ennesima porta sbattuta in faccia, una di più, e forse quella definitiva. Si rischia, cioè, di ritrovarsi magari con un partito bellissimo, organizzatissimo e strutturatissimo, con un segretario a sua immagine e somiglianza e perfettamente integrato, ma tramutato in una nuova gioiosa macchina da guerra dal valore, a naso, del 18% o poco più. Insomma: in linea di principio a me va benissimo che siano gli iscritti a eleggere il segretario, ma in questa fase ci penserei mille volte, non una.

Che poi magari la soluzione ci sarebbe: rendere l’iscrizione più semplice, più veloce, più fluida, direi, se non sembrasse un termine spregiativo. Il che non vuol dire meno impegnativa; piuttosto, uno strumento, un modo e un’occasione per spendersi e incanalare l’impegno, non un trofeo da conquistare alla fine di un percorso a ostacoli e dopo chissà quali controlli di pedigree.

Un weekend postcomunista

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Andrea Romano, Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti

Lo ammetto. Avessi potuto scegliere, mi sarebbe piaciuto da pazzi nascere in una famiglia di grandi funzionari di partito. Le formule, le liturgie e gli strategismi (sentimentali e non) che segnano la vita di partito esercitano su di me da sempre un fascino perverso, al limite dell’eccitazione fisica.

Probabilmente è per questa ragione che “Compagni di scuola” mi è piaciuto così tanto. Perché intreccia alla perfezione le vicende politiche e le storie biografiche del gruppo dirigente postcomunista italiano, facendo anzi delle seconde una chiave di lettura delle prime. O meglio: prendendo sul serio l’immagine del partito-scuola di vita, centrale nella storia del comunismo italiano, ne utilizza la logica e la sintassi per analizzare la traiettoria dell’ultima sua classe di diplomati, dirigenti eternamente “giovani” – proprio perché 1) mai arrivati a sostituire la generazione precedente, data la scomparsa dell’orizzonte partitico in cui si erano formati; 2) costretti ogni volta a veri e propri “cambi di paradigma” a cui adattare, riformandole, forma e sostanza del partito – per i quali legami personali, di militanza e di governo formano un groviglio inestricabile di rimandi reciproci. Emergono così non solo le silhouette dei personaggi principali, con punti di forza,  leggerezze e velleità, ma anche il loro modo – funzionale alla costruzione del proprio personaggio – di appropriarsi e rimodulare pietre angolari di quella storia politica (l’amministrazione dell’eredità simbolica berlingueriana, per dirne una), ricostruita e rinarrata talvolta con evidente imbarazzo, talaltra con sapiente disinvoltura. Sempre con l’obiettivo di trovare finalmente un approdo alla fine di una traversata nel deserto post-1989 perennemente incompiuta – quella navigazione politica che rende le figure di D’Alema, Veltroni, Fassino eccetera incredibilmente interessanti agli occhi di uno storico.

Fluffer democratici

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Come hanno notato un po’ tutti, affidare la segreteria del PD al traghettatore Guglielmo Epifani ha significato essenzialmente congelare il partito rimandando ogni tipo di decisione o iniziativa a tempi più propizi, rispetto a un momento – questo – in cui come si tocca qualcosa ci si fa un male cane. Un temporeggiamento generalizzato, in cui si intrecciano le cautele tattiche di quattro o cinque giovani promesse del partito in procinto di diventare titolari inamovibili, le opere di messa in sicurezza delle vecchie glorie in cerca, mancando le alternative, di una dignitosa exit strategy, e l’attesa di capire qualcosa di più dell’eventuale gradimento, nel bacino di area e in quello allargato degli elettori potenziali, di Enrico Letta da un lato e del suo esperimento di governo dall’altro.

E’ in questo scenario che stanno iniziando le grandi manovre del “Mi si nota di più” in vista del congresso di – pare – ottobre. Con alcuni nomi in particolare, che in queste ore si sentono citare di qua e di là come soluzioni di compromesso o di rottura, di continuità nella tradizione o di innovazione decisa. Nomi che però qualche perplessità, e anzi più di una, la suscitano.

Prendiamone due apparentemente molto papabili, in questo momento: Sergio Chiamparino e Gianni Cuperlo. In un partito che tradizionalmente, nelle sue varie incarnazioni, ha quasi sempre seguito il principio di affidarsi al meno ammaccato dei suoi uomini – come disse in un’intervista (citata qui) Piero Fassino, nei giorni del plebiscito veltroniano alla guida del PD: “Walter non è il più bravo fra noi, ma è quello di noi che ha su di sé il minor numero di ferite” – si tratterebbe, in un caso come nell’altro, di due membri a pieno titolo del cerchio interno, coinvolti in prima linea in tante battaglie, rimasti però privi di cicatrici significative. Due profili adeguati, per storia e meriti conquistati sul campo, abbastanza rassicuranti per grossi pezzi del partito e dell’elettorato che ad esso si rivolge.

La logica dietro questi due nomi pare un po’ quella dei campioni di area: Chiamparino per i renziani da una parte, e Cuperlo per un raggruppamento più composito, riconducibile per certi versi alla sfuggente categoria dei civatiani, dall’altra.

Ammetto che però a me, nel contemplare questa fase, viene in mente un’altra cosa, diciamo un’altra figura professionale/simbolica: quella del/della fluffer.

Mi spiego meglio: come i/le fluffer servono a “scaldare” gli attori protagonisti dei film porno prima che questi conquistino il centro della scena, Chiamparino e Cuperlo mi sembrano nomi tirati in ballo proprio per non essere personaggi principali. Nomi, cioè, che in questo momento servono appunto a saggiare la forza e il potere di penetrazione delle star del film nei confronti dei vari segmenti di pubblico, dentro e fuori il partito.

Chiamparino, il sindaco più amato dai torinesi ma ultimamente ai margini della galassia PD, rappresenta il termometro con cui Renzi può misurare l’aumento di temperatura che una sua esplicita candidatura provocherebbe da un lato nelle parti più strutturate dell’apparato di partito (che ormai da diverse settimane va descrivendolo come “la più grande risorsa del centrosinistra del futuro”, ma si sa queste formule cosa vogliono dire e soprattutto che sentimenti nascondono), e dall’altro nel grosso dell’elettorato che continua a mantenere più di un sospetto e qualche diffidenza riguardo al giovane rottamatore. E’ sempre più chiaro, infatti, che si avvicina a grandi passi il momento in cui Renzi dovrà decidere se prendersi prima il partito e poi la candidatura a premier, oppure mantenersi esterno e provare a fare direttamente il sindaco d’Italia; il rischio, connaturato a questa seconda strada comunque a lui più congeniale, è pur sempre quello di una riedizione del flop D’Alema – un rivoluzionario che nelle intenzioni voleva cambiare faccia al Paese (da Palazzo Chigi) per cambiare faccia, di conseguenza, anche al centrosinistra italiano, e si è visto com’è andata a finire. Dunque, un cursus honorum più tradizionale, volendo anche più vicino al sospirato modello blairiano, diventerebbe in questa prospettiva una necessità tattica. Mandando Chiamparino in avanscoperta Renzi avrebbe così modo di tastare il gradimento di quella che è sostanzialmente la sua stessa linea politica nello scheletro e nel corpo esterno del PD, per di più attraverso una figura ancora piuttosto popolare, proseguendo ulteriormente il suo percorso di assimilazione (pur in una conclamata diversità) nel perimetro politico del PD.

Cuperlo, credo, ha più o meno la stessa funzione, ma dal punto di vista di Pippo Civati. Può servire cioè a calcolare bene il peso dentro e fuori il PD dei punti programmatici ed organizzativi coagulati nell’immagine che il giovane deputato lombardo ha del partito. Civati non ha mai nascosto di puntare alla segreteria, ma si trova di fronte almeno due difficoltà: ha un profilo ancora non sufficientemente noto a livello nazionale (con oscillazioni rilevanti fra apparato e simpatizzanti) e si ritrova ormai capofila ideale di una serie di gruppi, sigle e hashtag dall’entusiasmo poderoso ma la cui concretizzazione politica risulta piuttosto complicata. Cuperlo, mandato anche lui in avanscoperta al pari di Chiamparino, gli permetterebbe quindi di calibrare meglio, per interposto candidato, il mix di #occupy, parole d’ordine di sinistra storica e slanci riformatori in attesa di scendere in campo davvero per il bersaglio grosso, in maniera esplicita e con tempistica e visione adeguate.

Insomma, per farla breve: Chiamparino e Cuperlo sono, per me, un congelamento tattico in vista dello scontro fra Renzi e Civati. Scontro inevitabile, ma non necessariamente mortale, anzi, e per due motivi. In primo luogo, si tratta ormai dei principali portatori di due prospettive sul PD – e sull’Italia – in grado di confrontarsi senza annullarsi e funzionali ad un’immagine di partito contendibile ed essenzialmente liberale (una magari di più, una magari di meno, ma non divaghiamo); inoltre, sanno entrambi benissimo di essere tagliati per ruoli diversi ma complementari, e sanno entrambi benissimo di poter approfittare vicendevolmente l’uno dei punti di forza dell’altro, dentro il partito e fuori nell’elettorato. Secondo me, Renzi e Civati magari ne parlano pure, di questo tipo di percorso; perché il vero problema non sono loro, ma le rispettive fan base, lanciate a bomba contro quello che viene percepito come l’arcinemesi diabolica in difesa del proprio santino. Perché se non l’avete ancora fatto, provate a muovere qualche critica (anche seria, anche argomentata e ragionata) a uno dei due: tipicamente, e a seconda del punto di vista espresso, verrete travolti dagli uni e portati in palmo di mano dagli altri.

In fin dei conti, l’idea di due fluffer al contrario, che invece di scaldare provino a raffreddare un po’ la temperatura, potrebbe anche non essere tatticamente malvagia.

P.S. Non ho messo nel calderone Fabrizio Barca perché, a leggere la sua Memoria, più che il segretario sembra voglia diventare l’architetto del partito, e del suo rapporto con le istituzioni – e anche questo, a pensarci, potrebbe non essere un male.

Femminicidio – fra reato e categoria

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L’intervista di Laura Boldrini a Repubblica, raccolta da Concita de Gregorio, ha scatenato reazioni miste, at best.

Da un lato ha confermato nel loro giudizio quelli – parecchi, credo, anche se in questo caso buona parte della responsabilità potrebbe ricadere sui classici stilemi concitiani – a cui Boldrini ha sempre dato l’impressione di parlare come un oracolo: una persona che ad ogni dichiarazione pare accludere implicitamente, come un velato sottotesto, “Io sono la via/la verità/la vita” (chiedo contestualmente perdono per la blasfemia, ma essa mi è talvolta connaturata).

Dall’altro lato, però, ha dato una spinta di much needed esposizione mediatica e popolarità al tema, diffuso ma ancora “sotterraneo”, della violenza sulle donne e del cosiddetto “femminicidio”. Il che è certamente un bene: almeno se ne parla.

Il problema, però, è che in Italia se ne parla molto spesso molto male.

Il femminicidio, da noi, è essenzialmente un tema giornalistico, nel senso deteriore: un termine-ombrello sotto cui far trovare riparo a uno spettro variegato e disomogeneo di fenomeni sociali, rappresentazioni culturali, episodi criminali giocati lungo l’asse “maschile violento”/”femminile vittima”, corredato da una fraseologia squisitamente giornalistica basata su un florilegio di “allarmi”, “shock” ed “emergenze”. Non che l’emergenza non ci sia, o l’allarme non sia dovuto (i numeri, a voler sembrare cinici, stan lì apposta); usare questo tipo di approccio approssimativo e squinternato a un tema del genere, però, non solo non aiuta, ma fa proprio danno. Perché getta tutto dentro a un gigantesco imbuto concettuale alla fine del quale si rischia di avere uno strumento sociologicamente inutile e giuridicamente addirittura pericoloso.

Innanzitutto, andrebbe tenuto ben presente che “femminicidio” è un termine tecnico, che nasce in un contesto ben specifico per circoscrivere e indicare situazioni ed episodi ben precisi, che ha una storia “analitica” e criminologica legata al complesso intreccio di sfondi culturali tendenzialmente “arcaici” (famo a capisse) e status giuridici ambigui, quando non direttamente incerti. E’ a partire da qui che si potrebbe allora far partire un dibattito pubblico, evitando semplificazioni eccessive e il trinceramento dietro slogan.

Io qualche competenza sui temi di genere ce l’ho, mica tanto eh, qualche articolo qua e là e una serie nutrita di letture sparse ma talvolta sistematiche, però sul femminicidio non sono un esperto (il che, idealmente, invaliderebbe già il prosieguo del post: ma il blog è mio e, se mi va, mi prendo anche la libertà di scazzare un po’, a volte). Ciononostante, vorrei provare a fare qualche riflessione in particolare su due aspetti della questione, quello giuridico e quello più propriamente sociologico, o “socioculturale”.

Sul piano giuridico, il sospetto forte è che “il reato di femminicidio” rischi di essere un’arma a doppio taglio: se da un lato crea una fattispecie “giuridica” specifica, dall’altro sembra concedere solida cittadinanza, all’interno del codice, a “differenze” che invece sono il principale obiettivo culturale e sociale di ogni pratica femminista. Più prosaicamente, crea una distinzione fra vittime di una stessa condotta criminale, l’omicidio, che in linea di principio è molto difficile sostenere senza scadere in una “dequalificazione” dello status giuridico delle donne, viste per certi versi come bisognose di maggiori tutele da parte di uno Stato che finisce inevitabilmente col presentare insopportabili tratti di paternalismo “penale”, quando non morale.

Infatti, le prospettive più sensate – almeno in Italia – che hanno a che fare col tema giuridico del femminicidio spingono sul versante dell’aggravante, in maniera simile a quanto avviene nel caso degli hate crimes – anche se la recente questione “omofobia”, al riguardo, non è che faccia troppo ben sperare. Si parla, anche, di “misura speciale temporanea”, in modo non troppo dissimile da quanto si sostiene riguardo alle “quote rosa”: una posizione che permetterebbe di aggirare i rischi di cui sopra, volendo, ma che ovviamente crea problemi – per quanto superabili – sia su “speciale” che su “temporanea”, come facile immaginare.

E’ però proprio questo rischio sotterraneo di enfatizzazione della “differenza” l’aspetto più pericoloso, secondo me: perché – come nota in maniera molto efficace Francesco Bilotta nel suo saggio “IN-DIFFERENZA” compreso qui – la rimozione di ogni tipo di distinzione e di differenza sul piano del principio giuridico è una precondizione necessaria 1) per una parificazione sostanziale, dei diritti e nel diritto, fra i sessi/generi – e qui volendo si aprirebbe anche il fronte, spinoso, della molteplicità dei sessi e della distinzione fra sesso, genere, identità sessuale, orientamento sessuale, tutte categorie che si troverebbero un po’ sacrificate nel perimetro del “femminicidio”; 2) per la concreta realizzazione delle “differenze” individuali, che sono invece materia personale ed esterna al codice.

Questo però non dovrebbe condurre a buttare via il pargolo insieme all’acqua fetente. Perché sul piano sociologico, invece, la categoria di femminicidio può essere estremamente utile, in questo caso sì come termine “prisma” in cui far rientrare l’intreccio fra casi di violenza sulle donne e sfondo culturale e sociale che conduce ad una percezione in qualche modo “modificata” di questo tipo di condotta – in sostanza, una categoria in cui non entra in gioco lo status giuridico, ma quello sociale e culturale (certo, avendo presente in testa le connessioni e le conseguenze reciproche). Questo utilizzo permetterebbe da un lato di allargare lo scope del termine, ampliando anche a livello simbolico il tipo di “violenza” di cui si parla, e dall’altro ne preserverebbe la funzionalità “analitica”, nel tentativo di individuare e ricostruire i fili che legano questi episodi ad uno sfondo ben preciso. E lo farebbe, però, mantenendo un certo rigore metodologico, evitando dannose semplificazioni proprio perché si concentrerebbe su questi fili – senza scadere in automatismi di determinismo causale (“Eh, lo so, ma che ci volete fare, è la mia cultura”) né in immaginifiche ma un po’ troppo ardite costruzioni legali. Manterrebbe cioè ben presente il legame complesso fra individuo e appartenenze analizzato nelle teorie dell’azione, proprio per non cadere in sociologismi d’accatto che, per fare un esempio, hanno fatto bella mostra di sé dopo l’attentato di Luigi Preiti. Che col femminicidio magari non c’entra, ma con il modo con cui in Italia, oltre ad essere primi ministri e commissari tecnici, siamo pure tutti sociologi, anche sì.