Sbatti l’Azzollini in prima pagina

azzollini

Forse il problema è proprio nei nostri cortocircuiti cognitivi, quelli che ci fanno ritenere valide due asserzioni intimamente contraddittorie senza che ce ne rendiamo conto. Magari in base alla situazione, o a quello che pensano gli altri intorno a noi, al mood generale.

Quelli che, per usare le parole di un filosofo torinese, ci permettono di passare con disinvoltura dall’usare entusiasti la complessa tecnologia dei nostri smartphone al credere a Padre Pio, senza vedere che c’è qualcosa che tocca.

Perché non so voi, ma a me è venuto un sospetto.

Che quelli che oggi più si indignano per il caso Azzollini siano gli stessi che, dalle loro bacheche FB o Twitter, spesso denunciano l’indecenza dello “sbatti il mostro in prima pagina”, di una stampa che per fare il titolone distrugge la vita delle persone dimenticandosi, poi, di dare lo stesso risalto quando la notizia magari si rivela una bolla di sapone.

Ora, è verissimo che il circo mediatico giudiziario è un’indecenza. Ma il caso Azzollini in quella dinamica, più o meno, ci rientra.

Che non vuol dire, naturalmente, che Azzollini sia innocente: io non lo so, come faccio a saperlo.

Vuol dire, invece, che la gente, molto più che per il reato a lui ascritto, alla fine voleva vederlo in manette per quella frase ingiuriosa alle suore. Il fatto poi che quella frase non fosse ricavata da un’intercettazione, come tutti sembrano credere, ma provenisse da un testimone che gliela attribuiva – testimone che si trovava nella stanza accanto, e che localizza temporalmente la vicenda così: “2006, 2007, 2008. Cioè non ricordo bene l’anno, però è stata una stagione intermedia non era né caldo, né freddo” – non solo non interessa: è che proprio non serve e non lo si vuole sapere, non conta, visto che la narrativa si è già formata, ed è coerente col canovaccio del potente corrotto e malvagio che quotidiano sfogo offre al nostro esigente bisogno di indignazione.

Eppure, di motivi per indignarsi, se proprio vogliamo, non è che ne manchino.

La disastrosa gestione della vicenda da parte del PD, ad esempio, che ha lanciato messaggi se va bene incomprensibili, se va male contraddittori, e alla fine ha lasciato in tutti l’impressione di un voto dettato da calcolo politico molto più che dall’analisi delle carte, come Costituzione vorrebbe.

O il fatto che, come coglie bene nella sua vignetta Sergio Staino, per potersi sottrarre all’abuso della carcerazione preventiva e “avere una giustizia normale” in Italia tocca essere parlamentari.

Ma gridare “vergogna” (magari in all-caps) perché “si salvano sempre tra loro”, “il più pulito c’ha la rogna”, o definendo gli argomenti di chi ha votato contro “scuse da fricchettoni”, come mi è capitato di leggere in un commento su Facebook, ecco, quello proprio no.

Debora Serracchiani ha spiegato che, come PD, “ci dobbiamo scusare” per la figuraccia fatta – figuraccia che c’è stata, innegabilmente, ma attenzione a capire bene per cosa ci si dovrebbe scusare. Le sue parole, invece, fanno temere che si sia scelto di inseguire i manettari, per di più su un terreno sul quale, per inciso, sono decisamente irraggiungibili.

Ed è meglio, che siano irraggiungibili.

Perché è vero che è opportuno e necessario, in circostanze simili, tenere in debito conto l’effetto politico ed elettorale delle proprie scelte, il “cosa ne penserà la gente”, ma è altrettanto necessario, pur nei tempi che viviamo e che una volta un amico saggiamente definì feroci, tracciare una linea oltre la quale non si può scendere in nome del consenso.

E il problema del PD, in questo momento, è che non solo sembra non avere idea di dove si trovi questa linea, ma pare anche non avere la minima intenzione di tracciarla.

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Cara Emma ti scrivo

Emma-B

Cara Emma,

io non lo so se sia vero quello che leggo questa mattina sui giornali, non so come devo prenderlo.

Mi riferisco, come immaginerai, alla notizia secondo cui Pannella ti avrebbe espulso dal partito.

So che spesso si fa bene a non fidarsi delle ricostruzioni della stampa, naturalmente; ma anche Massimo Bordin – uno che vi conosce bene, via – pur lasciando aperta l’ipotesi della boutade estiva, magari a scopo mediatico, non ha potuto non rilevare una durezza, un’asprezza dei toni che inevitabilmente conferiscono alla vicenda una certa serietà.

Certo immagino sia un momento difficile, soprattutto considerando il periodo faticoso e complicato da cui provieni. E però, in queste poche righe vorrei provare a spiegarti perché stamattina, quando ho letto questa notizia, mi sono sentito un po’ più ottimista.

Vedi, io sono un militante del Partito Democratico che vive in Germania. Mi sono iscritto al PD nel 2013, in occasione delle primarie, dopo aver fatto qualcosa da “esterno” per quelle 2012. Ho deciso di prendere la tessera perché mi sembrava che finalmente, in quei mesi, si fosse aperto uno spazio nel partito per chi, come me, si riconosce in una posizione di sinistra liberale, e che addirittura si potesse trasformare quello spazio in un’area di maggioranza, perfino in una forza di governo.

Le cose poi sono andate un po’ così e un po’ no, ma sarebbe troppo lungo spiegare – e soprattutto, non devo certo spiegartelo io. Io nel partito continuo a starci – come “minoranza nella maggioranza”, diciamo, ma continuo a lavorare (io che non sono nessuno, eh) perché quelle due o tre idee che ho possano trovare accoglienza nel recinto del centrosinistra italiano, e magari diventarne un patrimonio condiviso. E fra queste idee ce ne sono anche parecchie tue.

Pensa che nella sezione About me di questo blog mi descrivo come uno che sogna di portare dentro il partito Pietro Ichino, Emma Bonino e Oscar Giannino. Con Ichino ce l’abbiam fatta, con Giannino no, ma lì era più che altro una questione di ammirazione per un guardaroba francamente straordinario. Ma è per questo che la notizia di stamattina mi ha reso un po’ ottimista: perché mi fa sperare che un altro pezzetto del sogno possa trasformarsi in realtà.

Lo so, il PD da farsi perdonare ne ha tante, dai Radicali e da te in particolare. Da quella candidatura alla presidenza del Lazio, una candidatura in cui il partito non ha mai veramente creduto e per cui non ha fatto praticamente nulla, allo “Stronzi” di Rosy Bindi che si commenta da solo, per finire con la tua poco cerimoniosa sostituzione alla Farnesina all’insediamento del governo Renzi – una mossa dalla logica anche comprensibile (tu politicamente sei un peso massimo, ed è chiaro che Renzi oltre a se stesso non ne vuole altri intorno, in questa fase), ma che comunque ha fatto restare male molti. Tipo me.

Non posso prometterti che sarebbe una passeggiata. Perché temo che all’interno del PD tu abbia ancora molti nemici, che ce l’hanno con te e con le tue idee o magari hanno solo paura di perdere quello strapuntino di potere e di influenza che sono riusciti a conservare in questa rottamazione fatta a metà.

Posso garantirti, però, che potresti contare sull’entusiasmo di migliaia e migliaia di militanti, iscritti e simpatizzanti che se entrassi nel PD farebbero la ola per strada. E penserebbero di avere di nuovo un punto di riferimento per riprendere qualche discorso che purtroppo, per adesso, sembra destinato a restare poco più che lettera morta. Come il discorso sulla giustizia, ad esempio.

Per cui ecco, Emma, te lo chiedo ufficialmente, per quel che vale l’invito di un semplice iscritto come me: vieni con noi, entra nel PD.

Se accetti, giuro che la tessera io te la porto anche a piedi, da Francoforte fino a Bra.

Sull’ideologia gender, ancora

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Il genere è la stilizzazione ripetuta del corpo, una serie di atti ripetuti in una cornice assai rigida di regolamentazione che si fissa nel tempo per produrre l’apparenza di una sostanza, di un certo essere naturale. Una genealogia politica delle ontologie di genere, per avere successo, dovrà decostruire l’apparenza sostanziale del genere per arrivare ai suoi atti costitutivi e localizzare e dare conto delle diverse forze che presidiano l’apparenza sociale del genere. Il compito di svelare gli atti contingenti che creano l’apparenza di una necessità naturalistica, un gesto che è stato parte della critica culturale, almeno a partire da Marx, ora si accompagna al peso di dover mostrare come la stessa nozione di soggetto, intelligibile soltanto attraverso la propria apparenza connotata dal punto di vista del genere, apre a possibilità che sono state escluse forzosamente dalle diverse reificazioni del genere costituitesi in ontologie contingenti. […] Questo testo continua, dunque, come un tentativo di analizzare la possibilità di sovversione e dislocazione delle nozioni reificate e naturalizzate del genere, alla base dell’egemonia al maschile e del potere eterosessista, per fare del genere una questione, un problema, non attraverso quelle strategie che prefigurano un oltre utopico, ma attraverso la mobilitazione, la confusione sovversiva e la proliferazione proprio di quelle categorie costitutive che cercano di tenere il genere al suo posto, mimando le illusioni fondative dell’identità.

(Judith Butler, Questione di genere)

Ecco, il fatto è che quelli del Family Day, dell’ideologia gender eccetera eccetera, non è che questi libri non li hanno letti. È che li han letti, ma secondo me non li hanno capiti.

In My Umble opinion, lasciamola lì

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Su una cosa Matteo Renzi ha ragione, sul fatto cioè che la sinistra italiana abbia fatto ben poco per non farsi etichettare come “partito delle tasse”.

Probabilmente questo è dovuto alla tendenza a scegliere sempre la strada – più semplice, da un milione di punti di vista – della redistribuzione come unica strategia valida per favorire una maggiore equità. Che per carità, ci va anche quella: ma da queste parti si resta convinti che il punto sia trovare la quadra per garantire a tutti le stesse opportunità di partenza, mettere tutti in grado di fare la corsa nel modo migliore possibile, non solo (e non tanto) distribuire i premi in parti uguali a fine gara.

Epperò a me che non ho studiato l’idea di togliere la tassa sulle abitazioni di proprietà pare un po’ una minchiata.

Perché il carico fiscale che va davvero abbassato è altrove, su lavoro e impresa, non sul patrimonio. E siamo d’accordo che “patrimoniale” è una parola-grimaldello che spesso non vuol dire nulla, che viene usata un po’ come chiamata alle armi un po’ come spauracchio, e che alla fine più è pesante più è controproducente: ma se c’è una “patrimoniale” che può funzionare, invece, è proprio una patrimoniale progressiva,  che “colpisca” una platea molto ampia (potenzialmente tutti quanti, altro che “i superricchi”) e in questo modo possa non risultare particolarmente vessatoria. E una tassa sulla casa, in fin dei conti, può agevolmente permettere tutte queste cose qui.

Certo, il progetto di riduzione delle tasse è più ampio e articolato. Però ecco, se mi è permesso un breve aneddoto personale: io nel 2013 votai Fare (lo so, lo so, ora smettetela di ridere però) anche perché, fra i punti elencati da uno dei candidati nella mia circoscrizione, quella estera, uno diceva più o meno “Per quanto riguarda l’IMU, io se volete ve lo dico che la voglio togliere, ma non sono ancora riuscito a trovare un motivo per cui sarebbe giusto farlo.”

Son passati più di due anni, ma devo dire che quel motivo non l’ho ancora trovato.