Noi, il giudice Deodato e il legittimo sospetto

deodato

Lungi da me avventurarmi in una discussione sulla fondatezza o meno, dal punto di vista giuridico e procedurale, della sentenza con cui il Consiglio di Stato ha annullato le trascrizioni effettuate da alcuni sindaci italiani (Pisapia e Marino tra gli altri) di nozze gay contratte all’estero. Se volete posso dire che mi dispiace, che mi rattrista, ma non ho la minima competenza per stabilire se le ragioni addotte siano convincenti e condivisibili, in punta di diritto.

Trovo però che sia molto interessante quello che sta succedendo intorno alla figura del giudice Carlo Deodato, relatore della sentenza.

Capiamoci, però: quando dico “interessante”, intendo essenzialmente due cose.

Primo, rivelatore di alcune dinamiche abbastanza tipiche del dibattito pubblico italiano; e secondo, stimolante da un punto di vista diciamo così intellettuale – cioè, credo che ci porti a riflettere su alcune cose che, in realtà, costituiscono un problema complesso e su cui in passato, siamo onesti, non è che ci siamo proprio spaccati la testa.

Carlo Deodato, infatti, è un sostenitore delle Sentinelle in piedi e di Manif pour tous, e ritwitta gli appelli contro l’introduzione del #Gender (qualunque cosa esso sia) a scuola: il fatto che proprio lui sia stato il relatore di una sentenza così delicata, dal punto di vista mediatico, ha ovviamente spalancato le porte a una caterva di commenti, più o meno equamente divisi fra costernata indignazione e beatificazione entusiasta.

E proprio in questa caterva di commenti, mi pare, si nascondono i sintomi di due malanni tipici del nostro dibattito pubblico. Un gigantesco bias di conferma, innanzitutto, per cui Deodato è stato scrupoloso ed imparziale se la pensiamo come lui e un ignorante incapace se invece no; ma soprattutto, e in secondo luogo, una ricorrente tendenza a spostare il piano del discorso lontano da quello che dovrebbe essere realmente l’oggetto del contendere – cioè il valore, dal punto di vista giuridico e procedurale, della sentenza. Deodato figo se andiamo in silenzio a leggere libri in piedi la domenica in piazza, Deodato merda se andiamo al Pride. Ma il punto dovrebbe essere, invece: la sentenza è argomentativamente fondata? È possibile, nel codice, trovare i puntelli necessari a renderla, se non inattaccabile, quantomeno robusta?

Insomma: non ho alcun interesse a difendere Deodato, che secondo me pensa robe brutte e improbabili, ma siamo sicuri che sia furbo attaccare lui, invece di passare al microscopio la sentenza?

La cosa stimolante, invece, è il fatto che questo episodio dovrebbe una buona volta farci discutere seriamente di un problema che in passato abbiamo affrontato, qualche volta, ma più che altro con animo da ultrà. E cioè: è possibile distinguere fra un’opinione personale e una posizione formalmente valida (quindi tendenzialmente immune dall’influenza di quella opinione)? In che modo quell’opinione può invalidare un ragionamento, se correttamente articolato su basi formali e procedurali? Dipende dall’opinione, in un meccanismo che ci riporta un po’ al bias di conferma? O dalla popolarità (e “presentabilità”) dell’opinione?

Perché insomma, se diciamo che Deodato non può pronunciare una sentenza valida perché le sue convinzioni personali sono troppo in contrasto col tema su cui è chiamato a deliberare, non dovremmo anche dire che alla fine aveva ragione lui, a non volersi far processare a Milano?