Perché il congresso è ora

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Il posizionamento in campo e le retoriche che lo accompagnano, con da una parte Renzi e il governo, dall’altra parte il sindacato e le forze a traino, lasciano presagire la battaglia fine-di-mondo. Va bene che i quotidiani ci hanno ormai da lungo tempo abituato ad una lingua di plastica, ma il fatto che i tre giornali più importanti titolino “ultimo scontro“, “rottura totale” e “guerra senza fine” rende bene l’idea.

Si è scritto molto sulle due piazze di sabato (meglio, sulla piazza e sulla stazione), sulla loro potenziale complementarietà come sulla loro impossibile coesistenza. La mia impressione, francamente, è che Renzi abbia scelto, concentrando l’azione di governo sul Jobs Act, di forzare la mano per uscire da una specie di semi-stallo, di sospensione, in cui tutte le varie anime del partito (renziani, non-renziani e ondivaghi) si erano con tacito accordo momentaneamente accomodate.

In una parola: il congresso, secondo me, è ora.

Perché da un lato Renzi, dopo aver soppesato le reazioni dentro al partito sulle altre proposte di riforma (legge elettorale, il Senato) e aver quindi ragionato sull’effettiva facilità di navigazione del suo governo, ha deciso di affrontare il tema più grosso, simbolico e divisivo che è dato trovare sul tavolo della sinistra italiana, quello del lavoro. E lo ha fatto, credo, proprio con l’intenzione di spingere le altre aree del PD a prendere una posizione netta sul punto, sia in senso tecnico che politico.

In senso tecnico, con un occhio alla minoranza cuperliana, ex-bersaniana o fassiniana che dir si voglia: proprio quell’area del partito, cioè, che sul tema del lavoro si è spesso rifugiata in proposte da “montagna che partorisce il topolino” e dichiarazioni che fan sempre bella figura, ma impegnano pochissimo. In senso politico, con un occhio invece al gruppo dei civatiani: quell’area che, al contrario, sul lavoro ha idee strutturalmente simili a quelle dei renziani, ma il cui principale pubblico di riferimento (dentro e fuori il partito) da quelle idee è abbastanza lontano, e ai cui occhi la credibilità politica di Civati diminuisce ogni minuto in più che lui passa dentro il PD.

Renzi, quindi, forza la mano da una posizione di forza – e non credo sia un caso che abbia scelto di farlo poco dopo il trionfo delle Europee di maggio. Con risultati pazzeschi nei sondaggi, e praticamente nessun avversario all’esterno, Renzi potrebbe veramente tirare sul tema (ripeto, simbolicamente impareggiabile) del lavoro fino a far saltare tutto, e andare al voto. Perché anche se magari, dato il Consultellum, potrebbe ritrovarsi a dover di nuovo coinvolgere alleati poco piacevoli nel governo, avrebbe conseguito comunque due risultati da non sottovalutare: primo, il peso dell’eventuale coalizione, sbilanciatissimo politicamente già adesso, lo sarebbe anche nei numeri effettivi delle due Camere; e, secondo, è lecito ipotizzare che, anche attraverso le primarie per le candidature, i gruppi parlamentari del partito ne uscirebbero quasi completamente ridisegnati – e di conseguenza le commissioni.

Ma allora perché non si è andati al voto subito, dirà qualcuno.

Beh, vi ricordate con che spirito attendevamo i risultati il pomeriggio del 25 maggio?

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Un sabato così

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Certe volte, stare in questo partito è veramente difficile.

Fare una Leopolda anche quest’anno, in cui si governa, è una buona idea.

Sia in termini generali, di dibattito interno e di dinamica di area – come viene spiegato bene qui da Nicolò – che in termini tattici, perché serve, come nota Claudio Cerasa, a rendere plasticamente evidente il “valore aggiunto” di Renzi rispetto al PD, la sua capacità di catturare anche chi non è un elettore tradizionalmente di sinistra.

A prima vista, però, la strategia retorica scelta per l’appuntamento di quest’anno è molto muscolare. Come ovvio, si continua a spingere sui punti di forza – il futuro e il nuovo, la rottura di schemi vecchi, e soprattutto la ripetizione del canovaccio “ridevano di noi, e ora invece guardate cosa siamo riusciti a fare in così poco tempo”, reso visibile nei manifesti delle previsioni sbagliate. Ma si è deciso di giocare molto anche sulla polemica con “chi rema contro”, che siano i “gufi rosiconi” degli ultimi mesi (a proposito, ho letto in giro che lì siano in vendita le magliette “Gufi? No grazie”. Qualcuno può, per il bene dei miei nervi, smentire?) o quelli che oggi stanno riempiendo piazza San Giovanni, a Roma, per manifestare contro il Jobs Act.

Una manifestazione-corteo vecchio stile, a Roma, su un tema come quello del lavoro e a guida CGIL, come forse può immaginare chi ogni tanto passa da qui, non è molto nelle mie corde. E la cosa più spiacevole, per me, è la partecipazione di grossi pezzi della minoranza PD – e di Civati in particolare (lo so, torno sempre lì).

Perché Civati, sul lavoro, non la pensa come la CGIL. Un po’ di tempo fa, durante le primarie per la segreteria, mi ero messo ad analizzare i programmi dei candidati, e dopo aver letto quello di Civati ne avevo tratto una sensazione di dissociazione: un programma cioè che aveva contenuti forti, “liberali” ma davvero eh, e che però aveva scelto come costituency di riferimento – tramite il lessico, tramite i rimandi all’album di famiglia, tramite tutta la struttura formale – gente che quei contenuti non li avrebbe capiti mai, men che meno apprezzati. Sul lavoro, ad esempio, la proposta di Civati era quella di Tito Boeri (e, sebbene ci siano differenze anche di una certa rilevanza con la proposta di #èpossibile, sembra che il nucleo rimanga quello): ma la proposta di Boeri è molto, molto più vicina a quanto si sa del Jobs Act che ad ogni possibile riforma Camusso e Landini possano avere in mente.
Quella scelta lì, di rifarsi a un vocabolario e quindi a una costituency ben specifica, a me era parsa una scelta sbagliata fin da allora: adesso, vedere Civati ormai politicamente costretto a rifugiarsi in quel contesto lì, ad andare a traino della CGIL – perché sia chiaro, il valore politico della piazza di oggi è pari a quello della manifestazione del 2002: “gli appaltatori della sinistra sul lavoro siamo noi, le mani sul volante sono le nostre” – mi fa pensare che avevo ragione.

Ora, non credo ci sia bisogno di ripetere perché a mio modestissimo parere le ricette di Camusso e Landini (o di Fassina, per citare un non sindacalista) non siano né auspicabili né percorribili, mentre parecchi dei punti centrali del Jobs Act emersi finora vadano nella direzione giusta: quindi, a Roma no, grazie.

Alla Leopolda invece andrei – nonostante tutto continuo continuo ad avere interesse per quel progetto, per quell’area del partito. Ma mi siederei ai tavoli tematici, proverei a lavorare su alcuni temi che mi stanno a cuore e su cui (paradossalmente) sono ancora “minoranza della maggioranza” – la giustizia, il discorso scientifico, il lavoro stesso. Ritrovarmi circondato da continui riferimenti a “gufi”, “quelli che sanno solo protestare” eccetera – essere circondato da questo frame tossico – mi farebbe però sentire un po’ a disagio. Comprendo il calcolo che sta dietro all’utilizzo di questa retorica, non dico di no. Ma non riuscirei a evitare di provare una certa amarezza.

Certe volte, stare in questo partito è veramente difficile.

Lo spettro delle tessere, o del perché sto nel PD

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Uno spettro si aggira per il Partito Democratico: lo spettro delle tessere mancanti.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che il numero dei tesserati del PD sarebbe sceso vorticosamente, assestandosi intorno alla poco incoraggiante cifra di circa 100.000 iscritti – un calo drastico rispetto ai numeri degli anni precedenti.

A poco è servito far notare come da un lato si venisse da due anni di primarie, tradizionalmente un volano per il tesseramento, e dall’altro si trattasse di dati parziali, tanto che è ragionevole ipotizzare un totale a fine anno di circa 300.000 iscritti: subito ci si è lanciati nell’orazione funebre per il partito distrutto da quel pericoloso bullo criptofascista del segretario-premier, oppure a salutare finalmente l’avvento del partito snello, liquido-anzi-gassoso, personalistico e tagliato a misura di leader. Mostrando, in entrambi i casi, anche qualche grado di miopia nei confronti del contesto (non solo italiano, non solo partitico).

Il dato comunque, come si dice in questi casi, fa riflettere – ognuno a suo modo, secondo il proprio temperamento o le proprie idiosincrasie.

A me, come credo a molti altri, ha fatto ripensare ai motivi per cui ho scelto di stare in questo partito: per usare una formula pomposa e parecchio démodé, le ragioni della mia militanza. E mi è venuto in mente un po’ tutto il repertorio classico. La solidarietà, l’entusiasmo della partecipazione, i principi e i valori, stare coi lavoratori, gli ultimi, il senso di appartenenza a una comunità, la storia, le lotte, prima le persone, la giustizia sociale, pensare a chi è rimasto indietro, agli esclusi, ai dannati della terra – o anche solo, più in piccolo, del quartiere.

Tutte cose bellissime, giuste e nobili, che stanno lì apposta perché la politica mostri il suo volto puro, alto, ispiratore.

Tutte cose, anche, che però – mi sono accorto – a me non dicono molto.

Intendiamoci, le apprezzo eh, le condivido, ne comprendo l’utilità e quasi la necessità, in un discorso politico che per sua natura non può fare a meno di una dimensione retorica. Ma mi fanno un po’ lo stesso effetto della “lingua di plastica” di certo giornalismo: parole-chiave di un codice da utilizzare perché stimolano la reazione immediata di chi le ascolta, e gli fan pensare “Vedi, ha usato quella formula lì, vuol dire che è un vero giornalista”. Ecco: “Vedi, ha usato quella formula lì, vuol dire che è un vero politico di sinistra, uno dei nostri, uno di famiglia.”

Ridotto all’osso, il mio motivo per stare nel PD è invece una cosa molto più piccola, molto più prosaica.

Io ho qualche idea su come fare in modo che le cose vadano meglio, un po’ per tutti. Solo su alcuni aspetti e in campi ben delimitati, ovviamente, non è che siamo onniscienti, e poi mica sono idee mie, chiaro, sono proposte e suggerimenti che ho trovato leggendo cose scritte da gente molto più preparata e in gamba di me, e che empiricamente, dove sono attuate, sembrano funzionare – e che, particolare non indifferente, in giro per il mondo sono spesso disseminate nei partiti che stanno a sinistra e di ispirazione liberale.

Il PD, oggi, mi sembra il veicolo che può realisticamente rendere più facile e probabile la realizzazione di queste idee, o almeno di qualcuna. Perché è un partito grosso, tendenzialmente maggioritario (anzi, a vocazione maggioritaria), in cui c’è uno spazio di una certa entità per chi condivide quelle idee, perché è al governo e tutto lascia credere che in un futuro prossimo potrà continuare a esserlo senza coinquilini poco piacevoli.

Tempo fa, Matteo Renzi veniva accusato di voler usare il PD come un taxi, su cui salire per farsi portare al governo. Beh, per lui non so, per me è abbastanza così: per me, il PD rappresenta il mezzo, lo strumento più adatto perché quelle idee diventino realtà, ed è per questo motivo che, finché lo riterrò tale, vorrò starci dentro.

So che suona poco nobile, e che a qualcuno potrà sembrare addirittura triste, per non dire meschino.

A me, invece, pare tutt’altro.