Quinta colonna del capitale


Enrico Donaggio (a cura di), C’è ben altro. Criticare il capitalismo oggi

Momento di shameless self-promotion.
Questo è un libro scritto da un gruppo di giovani studiosi, bravi e simpatici, con cui non è che sono proprio d’accordo, epperò uno dei capitoli l’ho fatto io. Una cosa su lavoro, capitale e genere, con dentro un po’ di sociologi francesi, Bourdieu e – anche se solo in nota, ma dovevo farlo – Pietro Ichino.
Se vi va dategli un’occhiata, secondo me può essere interessante. Il libro, intendo, non (solo) il mio pezzo.
E poi volete mettere, ai regali di Natale non si pensa mai troppo presto, e questo sotto l’albero fa la sua porchissima figura.

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Sì, va bene, però

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Come probabilmente saprete, gli eurodeputati dell’Ukip di Nigel Farage si sono voltati di spalle durante l’esecuzione dell’Inno alla Gioia, all’apertura della prima seduta del nuovo Parlamento, in segno di protesta. Sdegno, clamore, Grillo che ci mette sopra pure il carico da novanta, e tanta retorica un po’ da tutte le parti, va detto.

Forse meno diffusione ha avuto, invece, la risposta simbolica di Mercedes Bresso, neoeletta eurodeputata PD, che quando Farage ha preso la parola si è girata lei di spalle, ripagandolo con la sua stessa moneta.

Ecco.

Per quel poco che vale, a me questa cosa di Bresso non è piaciuta. E mi ha fatto venire in mente, per chissà quali strani giri, Alfredo Bazoli – o meglio, suo padre.

Alfredo Bazoli è un deputato del PD, che poco più di un anno fa, quando – ricordate? – Berlusconi fece un famoso comizio a Brescia, in un clima tesissimo e con contestazioni pseudofasciste, pubblicò un post su Facebook. Quel post risultò essere, poi, la cosa migliore scritta a commento di quella brutta giornata.

E vale la pena riportare qui la parte finale:

 

“L’impressione che ho ricavato dalla giornata è stata molto sgradevole.
E non tanto per le parole pronunciate da Berlusconi, che a mio avviso per quanto decisamente opinabili in molti passaggi, sono rimaste entro i limiti della propaganda politica accettabile in un comizio, quanto per il clima teso e sostanzialmente violento che ho respirato, e che in ogni caso io non trovo giustificabile.
Intendiamoci, io lo so bene chi è Berlusconi, so che chi semina vento raccoglie tempesta, e so quanto vento ha soffiato lui in questi anni.
Eppure resto convinto che la reazione così scomposta ed eccitata, che si è trasformata in una sorta di assedio al suo comizio, sia profondamente sbagliata, sia per il modo, sia per gli effetti.
E’ sbagliata perché credo nel diritto di manifestare liberamente per chiunque, e troverei inaccettabile e antidemocratico se mi trovassi io a partecipare ad un comizio del mio segretario in uno stato d’assedio.
E sbagliata perché così si fa un favore proprio a Berlusconi, che dentro questa guerra civile permanente ha prosperato, e che va invece combattuto e sfidato su altri terreni, quelli dei contenuti e delle proposte, e con altre armi, quelle della politica.
Libertà, tolleranza e rispetto per gli avversari politici sono valori irrinunciabili di una democrazia.
L’ho imparato da mio padre, assessore della dc allorchè la bomba di piazza loggia gli portò via la moglie e madre dei suoi bambini: quando nel primo consiglio comunale successivo alla strage una consigliera dell’MSI prese la parola, tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione uscirono dall’aula in segno di protesta, ma lui decise di rimanere, proprio perché sapeva quanto contasse anche allora dare testimonianza di profondo attaccamento a quei principi e valori su cui si fonda la convivenza civile.”

 

Ora, ci sono un milione di motivi per cui le due situazioni non sono paragonabili, lo so bene, ma per me qui c’è un punto importante su cui  fermarsi un attimo, e spendere qualche parola.

Credetemi, non è il solito discorso del “non mettiamoci al loro livello”, davvero. E sì, ce l’ho presente il paradosso della tolleranza di cui parlava Popper. Quel punto è un’altra cosa, una cosa che ha – tutto sommato – poco a che fare con Farage, l’euroscetticismo o la violenza (simbolica e non) di questo tipo di movimenti; ha a che fare, piuttosto, con me, e con quello che credo sia uno dei motivi per cui mi piace l’idea della politica, e di fare politica. Quella cosa della vocazione maggioritaria, che – al netto delle declinazioni che se ne possono dare – alla fine vuol dire che provi a parlare a tutti, con tutti. E quando parlano, almeno un po’, provi ad ascoltare.

Per l’appunto, in fedeltà a “quei principi e valori su cui si fonda la convivenza civile”. E poi, se non li ascolti, ti viene anche più difficile, dopo, dimostrare che hanno torto.