Comunque, no

referendum-trivelle-535x300

Comunque, no.

Non che interessi a qualcuno, ma non ho votato per il referendum (impropriamente definito) sulle trivelle.

Non ho votato perché non ho trovato motivazioni che mi convincessero, sul piano delle argomentazioni razionali, della bontà del sì. Dato il contesto energetico, economico e quello che volete voi, il rinnovo automatico delle concessioni alla fine della scadenza naturale (e, si noti bene: non “per sempre”, ma “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”) mi sembra la scelta migliore.

Non ho votato perché certo, ci sono un sacco di questioni di importanza fondamentale di mezzo: la strategia energetica nazionale, il tema degli oneri per le concessioni estrattive, e molte altre. Ma sono cose che non rientrano nel quesito referendario, che ha una portata molto più limitata e tecnica.

Per questo, non riesco a trovare condivisibile la motivazione per cui “bisogna votare sì per mandare un segnale”: perché capisco cosa si vuole dire, ma alla fine è anche quella una forma di strumentalizzazione del referendum. Cioè, si riconosce che la domanda posta è quasi irrilevante (perché, nei fatti, lo è) per spostare il tutto su un piano simbolico: in sostanza, si risponde a qualcos’altro. Che però non è proprio il modo migliore di affrontare un referendum, almeno secondo me.

Quindi, a livello di principio sarei un sostenitore del No: ma sono anche abbastanza realista, credo, e so che quando si tratta di referendum il punto è il raggiungimento del quorum, non “chi vince fra promotori e contrari”. Dunque, non ho votato, perché – da sostenitore del no – speravo appunto che vincesse il No: cosa che è accaduta senza il raggiungimento del quorum.

Non ho votato perché, inoltre e ancora prima, non credo che una questione del genere dovrebbe essere demandata al voto popolare. Perché è una questione tecnica, da inquadrare in un contesto specifico che richiede competenze specifiche in più ambiti (energetico, economico, giuridico); e se da un lato è vero che a ragionare così allora tanto vale metterci un governo di tecnici e basta, dall’altro non è pensabile che su temi del genere la mia opinione valga come quella di un esperto di settore – provocatoriamente, potremmo dire che non è pensabile che “un voto vale uno”, per citare uno slogan molto in voga.

Non ho votato anche se non è che abbia apprezzato molto la campagna #unmarediballe del PD. Non perché non ne siano state dette – anzi, anche se secondo me ne hanno dette un po’ di più quelli del sì – ma perché credo che una comunicazione impostata così rischi, alla lunga, di essere controproducente. Come si diceva da queste parti qualche tempo fa, Renzi tende a voler stravincere, mentre potrebbe essere più sottile (e più cattivo) se si accontentasse di vincere.

Non ho votato perché ho notato populismi sfrenati, che spostavano clamorosamente il piano della questione portandolo a livelli che col referendum non c’entravano nulla; e il ricordo del post-2011, con la gente che è davvero convinta che “grazie al nostro voto l’acqua è rimasta pubblica”, è ancora molto vivo in me.

Non ho votato perché mi ha dato veramente molto fastidio questa cosa che “bisogna andare a votare perché i nostri nonni sono morti per poterci dare di nuovo la possibilità di votare”. No, i nostri nonni hanno fatto la Resistenza e sono morti proprio per poterci dare la possibilità di scegliere se e chi votare – non per obbligarci a farlo, come appunto durante il ventennio. E poi c’è questa cosa che penso da qualche anno (anche se non dubito che qualcuno passando di qui penserà che la dica solo pro domo Renzi), che a volte scambiamo il voto per l’unico momento in cui “si fa politica”. Forse perché veniamo da decenni di elezioni vissute come situazioni di emergenza, come scontri apocalittici fra Bene e Male, ma abbiamo finito col trasformare il voto nell’unica azione politica, che include ed esaurisce tutta la vita politica del cittadino. Che va benissimo, eh, anzi, magari è anche una cosa positiva, ma basta che non cadiamo nella retorica semi-escatologica che ci abbiamo costruito intorno.

In tutto questo, poi, una cosa mi è venuta in mente.

Molti si sono lamentati di come la campagna sia stata condotta ponendo al centro, molto più che la questione in oggetto, Renzi ed il governo, come se anche con questo referendum si trattasse di “confermare la fiducia” o “dare la spallata”.

Ora, non so voi, ma credo che se avesse vinto il sì la voce di chi avrebbe detto “bene, il risultato è che le concessioni non verranno rinnovate” sarebbe stata sovrastata immediatamente dalle urla “RENZI A CASAAAAAAA!!!”. Renzi che, dall’altro lato, ci ha messo del suo per personalizzare lo scontro (e abbiamo già visto, con le Europee, che funziona).

Quindi, a me sembra abbastanza evidente che sì, ok, c’era scritto “referendum sulle trivelle”, ma si leggeva “amministrative di Roma e Milano”. Cioè: entrambi gli schieramenti (in particolare: PD e M5S) puntavano sul risultato del referendum, relativamente poco importante, come volano per la campagna che eleggerà i due sindaci più importanti d’Italia, con tutto il carico simbolico che portano con sé. E, guardando ancora più lontano, per il referendum costituzionale di ottobre. Da qui l’astronomica tensione dello scontro.

Vedremo, dunque.

Ma certo una cosa, da ateo sbattezzato, credo di poterla dire: iddìo ci scampi e liberi da referendum, e campagne referendarie, del genere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...