Il Congresso che vorrei

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Al netto delle storiacce che continuano, inaccettabilmente, a ripetersi, e che continuano a generare una quantità di dibattito sicuramente necessario ma talvolta strumentale, io sono contento che Roberto Giachetti abbia vinto le Primarie a Roma.

Sono contento perché molte delle cose che pensa lui le penso anche io. Sulla giustizia, ad esempio, o sulle preferenze.

Perché è uno che viene dai Radicali – e come una volta disse Filippo Facci, un radicale è per sempre. E quei due-tre che ogni tanto passan di qua credo ormai abbiano capito che io, alla fine, sono un Radicale vestito da piddino, e quindi con uno come Giachetti non posso che avere una profonda corrispondenza d’amorosi sensi – e finisco anche col chiudere un occhio sull’utilizzo da parte sua di strumenti come lo sciopero della fame, che, pur consustanziali alla storia radicale, a me rimangono sempre un po’ qui sul gozzo.

Eppure, nonostante tutto, sono anche un po’ triste.

Perché Roma, oggi, è un tizzone ardente che, se tocca a te prenderlo in mano, è molto probabile che ti bruci prima le dita, poi tutto il braccio, e infine ti riduca in un mucchietto di cenere. È pur vero che Giachetti proviene dalle ultime esperienze politiche ed amministrative di un certo successo, nella capitale, e che conosce quell’ambiente perfettamente, sa come muoversi: ma la situazione è talmente degenerata, fra Marino, Mafia Capitale e commissariamenti, che il rischio c’è (eufemismo).

Ed ecco, io sono anche un po’ triste perché se c’è uno che davvero non vorrei vedere bruciato, o meglio, che come partito credo non possiamo permetterci di bruciare, è proprio Giachetti.

Vedete, il fatto è che io ho un sogno. Per comodità di lettura, potete trovarlo qui di seguito in corsivo.

Siamo in periodo di Congresso del PD (improbabile già nel 2017, visto che Renzi sarà ancora là, quindi facciamo il Congresso successivo).

Nel partito, dopo un periodo travagliato e di forte tensione, si sono delineati in maniera netta due schieramenti. Da un lato, si è ormai certificata un’area di stampo liberale, che ha raccolto l’ “eredità politica” di Renzi – cioè, essenzialmente, il suo aver ricondotto all’interno del partito il filone del liberalismo di sinistra – ed ha finalmente trovato un leader all’altezza della situazione, preparato come Renzi non avrebbe mai potuto essere e deciso a portare nel perimetro della sinistra quei principi liberali che ancora stentano a farsi strada, ad esempio un deciso garantismo. Dall’altra parte, la tradizione più marcatamente socialdemocratica ha visto cadere uno dietro l’altro tutti gli autoproclamatisi campioni, per raccogliersi infine dietro l’unico esponente realmente di alto profilo, da ogni punto di vista: quello politico, quello strategico, quello comunicativo, quello dell’esperienza sul territorio. E la cosa buffa, a pensarci, è che entrambi i candidati giunti a sfidarsi in questo Congresso provengano da quello che, da qualche anno, è ormai noto come “Laboratorio Lazio”: stiamo infatti parlando di Roberto Giachetti per l’area liberale, e di Nicola Zingaretti per quella socialdemocratica.

Ecco.

Voi datemi fra qualche anno un Congresso così, e io posso pure morire felice.

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