Va bene la democrazia. Ma la rappresentanza?

Lungi da me dare una valutazione sulle negoziazioni che si sono svolte in questi mesi e in queste settimane, sulle proposte e controproposte che più volte si sono rilanciati contro Tsipras e Varoufakis da una parte ed Europa, BCE e FMI dall’altra. Potete pensarla come Udo Gümpel o come Alessandro Gilioli, io non sono un economista e quindi non posso dirvi chi ha ragione, o chi sbaglia di meno. Certo, qualche idea me la sono fatta, ma non ho né le competenze né l’autorevolezza per scriverci su, quindi diciamo che quel che penso al riguardo me lo tengo per me.

Ciò su cui mi sembra interessante spendere due parole, invece, è la decisione di Tsipras di indire un referendum perché il popolo greco si esprima sul pacchetto di misure correttive, e sul senso politico di questa decisione. Più che altro, è che a me questa cosa del referendum pare un po’ una minchiata.

Certo, suona benissimo. Restituire la parola al popolo, far scegliere alla gente, democrazia in senso pieno eccetera eccetera. Lo dice pure Tsipras, nella sua lettera: “La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.

Il punto, però, è che il popolo la scelta l’ha già fatta, nel gennaio 2015, votando Syriza e il suo programma. Tsipras quindi è perfettamente legittimato a prendere qualunque decisione, all’interno del mandato ricevuto, in nome del popolo greco, perché essere votati in una democrazia rappresentativa questo vuol dire. Il primo ministro greco ha dunque tutta l’autorità necessaria per accettare le condizioni o rifiutarle da solo, assumendosene la parte di responsabilità politiche che gli spetta. Il fatto che il sì o il no al pacchetto correttivo non fosse incluso nel programma votato dagli elettori è irrilevante, il mandato elettorale non funziona così: noi ti votiamo, tu vieni eletto, e noi alla prossima occasione vediamo se e quanto del programma che ci avevi raccontato sei riuscito a realizzare. Lo so che sembra assurdo metterla giù così in un contesto epocale e particolarissimo come quello greco di queste settimane, ma il meccanismo democratico sempre quello rimane, anche in situazioni eccezionali.

Dice, ma è una decisione troppo grande, non può prenderla da solo.

Certo, è una decisione enorme, ma può prenderla da solo eccome: ne ha l’autorità e soprattutto il mandato.

Ripeto: la democrazia rappresentativa funziona così. Non è paura del voto, non è paura degli elettori: è avere un’idea forte di accountability. Non è che sia solo colpa di Tsipras, o merito di Tsipras, ovviamente: è che quando proponi un progetto politico, ne sostieni al contempo l’efficacia, la sostenibilità e la realizzabilità concreta, tenendo conto delle circostanze in cui ti trovi. Indire questo referendum adesso, invece, lascia l’impressione di non volersi prendere una responsabilità – che è enorme, certo: ma allora, forse, il problema era che alcune delle cose dette a gennaio scorso (la questione delle pensioni, ad esempio) non erano realizzabili, no?

Io non lo so, davvero, come andrà a finire. Pare che Tsipras, tra l’altro, stia facendo campagna per il no, e questo mi porta ancora di più a pensare che il referendum sia una mossa azzardatissima per mettere pressione alle controparti, mostrare cioè l’ipotesi di collasso come una prospettiva minacciosamente credibile che riporti l’Europa e gli altri al tavolo delle trattative.

Mi viene però da fare anche un’altra piccola riflessione.

Quando parliamo di Europa unita, una delle cose di cui ci lamentiamo, da anni, è che va bene l’unione monetaria, ma mancano politiche comuni più in generale, su questioni fiscali, economiche, amministrative eccetera. Ci lamentiamo, insomma, che non ci sia sufficiente cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali.

Ecco: e se cessione di sovranità fosse anche questa cosa qui? Quella che sta accadendo, in forma drastica ed estrema, in Grecia?

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