Tweet, status e linee da non attraversare

sibilia

Ieri si è parlato a non finire, e come non si poteva, del tweet di Beppe Grillo, quello in cui chiede a gran voce le dimissioni di Ignazio Marino prima che Roma venga sommersa da tutte quelle robe lì (dai che l’avete letto, sapete di cosa si parla). Il tweet è stato poi cancellato, infine riveduto e corretto – con “i clandestini” che sono diventati  “i campi dei clandestini gestiti dalla mafia”, che con Mafia Capitale ci sta sempre bene – ma la frittata era fatta, e subito è partito da una parte il coro dei “dalli al Grillo razzista”, dall’altra quello degli esegeti apologetici.

Ora, su questa storia spero non ci sia bisogno di ripetere quanto già detto molto meglio da altri; a me però sono tornati in mente due episodi, uno di un paio di anni fa e sempre riguardante una personalità a cinque stelle, l’altro invece relativo alla grande sorpresa delle elezioni locali del 2011 in Germania, la Piratenpartei, il Partito dei Pirati.

Rivoluzionario a chi?

Ai primi di luglio del 2013 ha luogo il Restitution Day, iniziativa con cui i parlamentari M5S restituiscono i soldi di indennità e diaria che non hanno utilizzato, “firmando” un assegnone da 1,5 milioni di euro.

Carlo Sibilia, l’attuale responsabile del Movimento per la Scuola e l’Università, pubblica un commento sul suo profilo Facebook per festeggiare l’avvenimento, ma non può esimersi dal notare con rammarico che nella stampa “di regime” nessuno ne parla, neanche un accenno. “Cosa dire – lamenta Sibilia – di una stampa che oscura il Restitution Day? L’evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?

La formulazione francamente imbarazzante dello status viene notata da un paio di redazioni, e anche nella stessa pagina di Sibilia iniziano ad accumularsi commenti di attivisti e simpatizzanti che, pur celebrando la meritoria iniziativa, gli chiedono se non abbia i criceti in testa per esprimersi così, e parlare delle stragi del ’92 in quei termini. E infatti Libero, ad esempio, non ci crede di poter fare un pezzo intestando al Sibilia l’epocale virgolettato Uccidere Falcone e Borsellino è stato un atto rivoluzionario.

Ora, io va bene che ho fatto un paio di esami di Ermeneutica, ma credo che nessuno possa ragionevolmente fare quel salto logico-interpretativo lì, non credo cioè che Sibilia ritenga gli omicidi di Falcone e Borsellino un “atto rivoluzionario”. Credo, piuttosto, che Sibilia volesse dire che gli omicidi di Falcone e Borsellino sono stati eventi che hanno alterato profondamente la storia d’Italia, e in questo senso hanno avuto una portata “rivoluzionaria”, perché hanno cambiato traumaticamente e irreversibilmente il contesto in cui sono avvenuti. Però “rivoluzionario”, nell’uso corrente che se ne fa, non vuol dire solo questo: indica piuttosto un gesto valoroso, un’azione eroica, di rottura certo ma dalla valenza inevitabilmente positiva. Ed è per questo che mettere “rivoluzionario” vicino a “omicidi di Falcone e Borsellino”, semplicemente, non si fa: o cambi l’aggettivo, o cambi il secondo termine di paragone.

È un errore di comunicazione, e anche piuttosto grave: significa che non si hanno ben chiare le linee di demarcazione del discorso politico, quei confini che non possono essere superati pena l’ineluttabile travisamento e l’accumulazione di sursignificati che peseranno come un macigno su quanto detto, lo schiacceranno e fatalmente lo squalificheranno, senza possibilità di appello.

A Sibilia è andata ancora bene: la storia non la ricorda praticamente nessuno, lui ha cancellato lo status e poi ha pubblicato un post un po’ goffo di scuse in cui spiegava meglio cosa intendeva.

Ma non sempre va così bene. E questo mi porta all’esempio tedesco.

Una crescita vertiginosa, come quel partito lì, aspetta, come si chiamava…

Nel novembre del 2011, dopo che è incredibilmente riuscito a prendere l’8,9% dei voti nelle elezioni  locali di Berlino, il Partito dei Pirati è the place to be: sono giovani, carini e rappresentano una ventata di novità che, partendo dai temi della tecnologia, dell’identità digitale e della libertà ai tempi di Internet, dovrebbe arrivare poi a coprire tutto lo spazio dell’agenda politica. Sono loro i primi ad essere sorpresi del risultato, tanto che hanno ammesso, nei giorni immediatamente successivi, di non essersi ancora dotati di una piattaforma programmatica generale, ma insomma il futuro appare roseo e pieno di speranze.

Senonché nell’aprile del 2012, quando si prepara il congresso del partito, uno dei candidati alla guida del partito, Martin Delius, concede un’intervista allo Spiegel in cui dice che l’unico paragone possibile per la rapidissima crescita del partito è la NSDAP del periodo compreso fra il 1928 e il 1933. Per i meno germanofoni di voi, trattasi proprio del partito che state immaginando.

Apriti cielo; e infatti il cielo si apre, la gente si indigna e Delius è costretto a ritirarsi dalla corsa.

Anche qui siamo di fronte a un errore capitale: perché ovviamente, anche se magari andando a vedere i numeri e la tempistica il paragone regge, in nessun modo e in nessun caso puoi citare il nazismo come esempio di qualcosa, soprattutto in Germania, e sperare di farla comunicativamente franca. E infatti la caduta di Delius si riflette sul resto del movimento, che inizia ad essere percepito  come troppo inesperto, troppo abborracciato, troppo dilettantistico.

Sono solo due esempi, e certo mille altri se ne potrebbero fare; ma questi due esempi mostrano abbastanza bene, secondo me, come vengano percepiti diversamente casi di questo genere, in Italia e in Germania, e come vengano sanzionate le violazioni di quelle linee di confine del discorso politico che non devono venir attraversate, mai, pena il suicidio comunicativo.

Delius è stato costretto ritirare la sua candidatura alla guida del partito, e ha dovuto ripiegare sulla politica locale (berlinese in particolare), rinunciando ai sogli di gloria nazionali. Sibilia è ancora lì, Grillo non si è neanche scusato.

Forse in Germania c’è un’idea di accountability diversa dalla nostra?

Forse.

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