Una modesta proposta: Gianni Morandi spin doctor di Matteo Renzi

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Qualche giorno fa, sul sito degli Stati Generali, Michele Fusco ha pubblicato un bel pezzo che centra in maniera piuttosto precisa uno dei problemi del Matteo Renzi attuale – anzi, forse IL problema, se ci pensiamo un po’ su.

Dopo aver ricordato che la sostituzione di 10 membri PD nella commissione Affari Costituzionali è perfettamente legittima e addirittura “sacrosanta”, Fusco si chiede: ma perché, Matteo, vuoi sempre stravincere, umiliare i tuoi avversari già sconfitti, finendo col farti voler male anche quando fai cose buone e giuste? Perché, ad esempio, rimuovere dal programma della prossima Festa nazionale dell’Unità, a Bologna, la partecipazione di Bindi, Cuperlo, Bersani, in una parola – e sempre per citare Fusco – “tutti quelli che stanno amabilmente sui coglioni al premier”? Che bisogno c’è?

A fare un po’ di esercizio di memoria, effettivamente uno dei tratti caratteristici della comunicazione di Renzi risiede proprio in questa insopprimibile urgenza della muscolarità, delle frecciate e dei nomignoli (dai gufi rosiconi in giù), in tutto quell’armamentario che è marchio di fabbrica del tipo umano noto come “toscanaccio”.

E non c’è dubbio che questo stile, in tutta la parabola ascendente del giovane Rottamatore, sia stato un grande punto di forza. Perché suonava fresco, giovane, lontano dal politichese paludato che albergava a sinistra, faceva anche ridere, ci si nascondevano alcuni buoni slogan – e non ultimo, era perfettamente coerente col personaggio e con la missione che quel personaggio si era dato. Si percepiva una stacco, una cesura, e la forza di attrazione che questo stile esercitava si è rivelata potentissima.

Ora, però, Matteo Renzi si è preso il partito, ed è salito a Palazzo Chigi già da un po’. Continuare col canovaccio dell’outsider chiaramente non ha più senso, ormai. Bisognerebbe calibrare un nuovo stile comunicativo, dunque, visto che quello usato sinora era pietra angolare di una narrazione che è stata efficacissima, ha funzionato benissimo, ha portato tanta fortuna, ma adesso è sfasata rispetto al contesto.

Il problema, invece, è che lo stile da toscanaccio è ancora lì, ben saldo. Un insopprimibile gusto per lo sfottò che però più che altro mette in evidenza questo sfasamento.

E non solo: rischia anzi di avere effetti controproducenti. Perché aiuta le vittime di questo sfottò permanente ad aumentare la confusione, sviare la discussione dal merito specifico e poter così agevolmente servirsi di formulette tanto insulse (“dittatoriale”, “autoritario”, “criptofascista”) quanto d’effetto. Prendiamo quest’ultimo caso: si decide di sostituire i membri in commissione, alle proteste (calcolate e strumentali?) si risponde muscolarmente, e si finisce col lasciare gioco facile a quelli che si lamentano non tanto della cosa in sé, ma – appunto – dello stile con cui viene fatta: dell’arroganza, dello sbeffeggio. E il punto della questione viene spostato, magicamente, altrove.

Servirebbe uno stile nuovo, quindi. Ma quale?

Io non sono nessuno, eh, ci mancherebbe, però se potessi consiglierei a Renzi di studiarsi un po’ più da vicino una pagina Facebook. Quella di Gianni Morandi.

Come saprete, Morandi è ormai il patrono social del Paese: la sua pagina Facebook – genuina o programmata, poco importa – è uno dei case study più eccitanti che il mondo italiano dell’interazione online possa offrire. Un misto di semplicità quotidiana, schiettezza e ingenuità tale da farti cadere le braccia; ma proprio nel momento in cui i gomiti toccano terra ti sembra tutto così al posto giusto, così in sincrono, così perfettamente stupido che ti sorge inevitabile il dubbio: ma non è che lui ora è lì dietro che ride, e il coglione sono io?

L’altro giorno, commentando la tragedia del naufragio nel Canale di Sicilia, Gianni Morandi ha pubblicato un post in cui ricorda quando i migranti eravamo noi, disperati senza niente come quelli di oggi, costretti – come loro – a soprusi, violenze e angherie.

Non l’avesse mai fatto: naturalmente, sulla pagina sono piovute decine di commenti dal tono “Ma che minchiata, noi andavamo a faticare ed eravamo sempre rispettosi, questi vengono qui e ci invadono e rubano e stuprano e spacciano e spaccano tutto e stanno negli hotel a tre stelle a farsi mantenere e gli danno 900 euro e si lamentano pure”. Bene, come risponde Gianni? Con cose così: “Davvero gli danno 900 euro? Sei proprio sicuro?”. O “Ma a questa storia che si lamentano del cibo, hai assistito personalmente?” A chi gli dice “Meglio che continui a cantare, va’, invece di dire ‘ste stronzate!” lui risponde amabile “Tra un po’ riprendo, un abbraccio”; e soprattutto, quando arriva quello che “Facile parlare quando si ha il portafogli pieno! Perché non te li prendi a casa tua?”, lui replica bonario “Ho una sola casa, tutti forse no ma qualcuno di loro potrei accoglierlo”.

Ora, c’è un errore che non dobbiamo fare. Non dobbiamo pensare, cioè, che nel rispondere così Morandi sia “buono”.

Al contrario. È cattivissimo. Solo che non lo fa vedere. Spiazza l’interlocutore disinnescando l’attacco, rinunciando al contrattacco esplicito ed evidente, e lo lascia lì, a fare la figura del deficiente che urla da solo. Si sottrae al gioco, insomma, eppure ne esce vincitore.

Ecco. A me piacerebbe che Matteo Renzi provasse a sviluppare uno stile così. Perché riuscirebbe in un colpo solo a condurre il gioco comunicativo (persino di più rispetto a quanto già non faccia) e a sottrarre munizioni agli avversari, a disinnescarne le armi. Non stravincerebbe più, ma vincerebbe definitivamente.

In una parola, non vorrei che fosse più buono. Al contrario, vorrei che fosse ancora più cattivo.

Ma in modo più sottile.

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