L’ideologia dell’ideologia gender

Gender

Negli ultimi tempi, con cadenza abbastanza regolare, le famiglie italiane si son ritrovate ignare ed indifese a doversi scontrare con ciò che, a quanto pare, rappresenta la vera peste concettuale del ventunesimo secolo, nuova incarnazione subdola e strisciante dell’imperante conformismo da “pensiero unico”: l’ideologia gender.

Prima Conchita Wurst a Sanremo, poi tutto il casino del gioco del rispetto nella scuola di Trieste, infine l’affaire D&G vs Elton John hanno svelato a padri e madri sparsi per la penisola l’orrenda verità: c’è in giro un’ideologia che vuole “de-strutturare la famiglia“, fare “violenza contro la natura umana, contro la propria natura” ribaltando artificialmente quella normalità che è invece iscritta nel nostro corpo, propagandando “stili di vita” alternativi che cancellano le differenze, altro che uguaglianza. E quel che è peggio: questa ideologia è ormai dappertutto, pensiero unico dominante, in agguato soprattutto nelle scuole dove allunga le sue adunche mani adorne di paillettes sui nostri figli. Parafrasando Elio, siamo circondati da un cartello di ricchioni.

Ora, chi si sia occupato anche solo un quarto d’ora di questioni di genere sa che questa roba qua non esiste. Semplicemente, non esiste.

Esiste il genere, che è una cosa diversa, che non ha a molto che fare con l’identità sessuale perché è essenzialmente un costrutto sociale, e riguarda i ruoli e l’immaginario molto più che i genitali o i cromosomi. Una cosa è l’identità sessuale, un’altra l’identità di genere, e basta informarsi un po’ di più per comprendere la differenza.

Se l’ideologia gender non esiste, esiste però l’ideologia dell’ideologia gender: lo stravolgimento, cioè, di termini e concetti che significano un’altra cosa, per inserirli in un contesto “narrativo” coerente, fluido, e tendenzialmente spaventoso, contro cui è piuttosto facile argomentare e vincere dialetticamente. Definizione quasi da manuale di “uomo di paglia“. Un po’ come successe con “relativismo” e “nichilismo” ai tempi di Benedetto XVI: quei due termini non vogliono dire quelle cose lì, ma Ratzinger se li prese, li rivoltò e sostanzialmente creò un nuovo paradigma semantico, tanto che – ancora oggi – l’uso divenuto corrente nel dibattito pubblico, purtroppo, è il suo.

Ratzinger ci è riuscito, probabilmente, perché quello spazio di significato era rimasto sguarnito, chi avrebbe dovuto difenderlo e custodirlo – i filosofi? i sociologi? un genericissimo “gli intellettuali”? – non ha mantenuto la posizione, non ha piantato la bandierina, e adesso riprendersi il maltolto è difficilissimo.

Tocca allora a chi si occupa di genere, ma sul serio, spendersi per evitare che uno scenario simile si ripeta. Per evitare, insomma, che il discorso sul genere lo imposti gente così.

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2 Pensieri su &Idquo;L’ideologia dell’ideologia gender

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