Matteo Renzi è un bruco

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Matteo Renzi è un bruco.

Le farfalle sono belle, colorate, e volano con rara grazia. Ma perché ci sia una farfalla, prima deve esserci stato un bruco.

La metafora conserva un certo retrogusto bersaniano, ma è nondimeno abbastanza accurata nel descrivere quella che forse è realmente – si perdoni l’enfasi – la missione storica del rottamatore nello scenario della sinistra italiana.

La sinistra, da noi, procede tradizionalmente in modo abbastanza erratico. Contempla il proprio riflesso in uno specchio intorno a cui ha appiccicato una serie di figurine (alcuni santini, qualche foto, delle parole d’ordine). Se ne compiace, ma con un low profile d’obbligo. Quando decide di rinnovarsi, non lo fa in maniera sistematica, strutturale; prova a tentoni, un po’ a casaccio, per vedere l’effetto che fa, ma sembra ogni volta mancare della convinzione necessaria. Come se avesse una costante paura di sbagliare (“E se poi te ne penti?”, come direbbe Padre Maronno) intraprende un rinnovamento che, come la navigazione, è sempre a vista.

Quasi mai prova a definire un nuovo “punto zero”: preferisce genericamente “ripartire”, possibilmente dal basso, dalla “nostra gente” o da Berlinguer.

Altrove, la sinistra ha conosciuto dei processi che l’hanno portata a cambiare, ad adeguarsi ai contesti circostanti e a elaborare una visione che fosse all’altezza – che è alla fine il passaggio preliminare necessario per provare dopo a governare, cioè a tradurre efficacemente quella visione in programmi e proposte di legge.

La SPD tedesca ha avuto Bad Godesberg, il Labour inglese ha avuto la Clause IV Reform.

Noi no. O quantomeno, non in quel modo lì.

Forse è allora proprio questo il filo del destino che le Moire hanno intessuto per Matteo Renzi: essere l’agente di cambiamento in grado di spostare il quadro complessivo della sinistra italiana, quello che porta gli occhiali del PD a rifare le lenti per mettere a fuoco la visione che finora è mancata. E portare a sinistra idee che per scelta o per accidente da quel perimetro sono state tenute fuori, mentre nel resto del mondo vi hanno già trovato comodamente casa.

Destino tragico, però, come appunto quello del bruco: stadio preliminare da cui potrà poi nascere la farfalla compiuta del liberale di sinistra al governo, cioè colui che fatalmente ne decreterà la morte – o, per usare un termine più appropriato, la rottamazione. E che davvero, finalmente, avrà la possibilità di riformare il Paese con quella profondità e quell’incisività che alle proposte del governo Renzi, pur tracciate nella direzione giusta, mancano. Una dinamica che Peppino Caldarola, in un pezzo magistrale, coglie perfettamente:

Il vero problema per Renzi potrebbe venire se all’interno del Pd dovesse nascere una componente e un leader riformista sul serio. Un leader che non spacchi la società, che faccia governare il partito dai giovani ma curi i rapporti fra le generazione, un leader che voglia fondare una nuova cultura con un processo di revisione di quelle precedenti e non con il loro azzeramento. Un leader o una leader che sia più americana di Renzi, nel senso che non abbia quegli elementi di esagerazione comunicativa del fiorentino, così tipicamente italiano nella facondia, e presenti il volto moderno di un professionismo politico fatto di competenze e di ideali. Questa figura e questa cultura non ci sono. Ma sarà Renzi a produrli.

Giova ripeterlo: questa figura e questa cultura, sarà Renzi a produrli.

Per l’entusiasmo certo non basta.

Ma per un po’ di sobria fiducia durante la traversata forse sì.

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