Perché il congresso è ora

pd-1.png1-620x350

Il posizionamento in campo e le retoriche che lo accompagnano, con da una parte Renzi e il governo, dall’altra parte il sindacato e le forze a traino, lasciano presagire la battaglia fine-di-mondo. Va bene che i quotidiani ci hanno ormai da lungo tempo abituato ad una lingua di plastica, ma il fatto che i tre giornali più importanti titolino “ultimo scontro“, “rottura totale” e “guerra senza fine” rende bene l’idea.

Si è scritto molto sulle due piazze di sabato (meglio, sulla piazza e sulla stazione), sulla loro potenziale complementarietà come sulla loro impossibile coesistenza. La mia impressione, francamente, è che Renzi abbia scelto, concentrando l’azione di governo sul Jobs Act, di forzare la mano per uscire da una specie di semi-stallo, di sospensione, in cui tutte le varie anime del partito (renziani, non-renziani e ondivaghi) si erano con tacito accordo momentaneamente accomodate.

In una parola: il congresso, secondo me, è ora.

Perché da un lato Renzi, dopo aver soppesato le reazioni dentro al partito sulle altre proposte di riforma (legge elettorale, il Senato) e aver quindi ragionato sull’effettiva facilità di navigazione del suo governo, ha deciso di affrontare il tema più grosso, simbolico e divisivo che è dato trovare sul tavolo della sinistra italiana, quello del lavoro. E lo ha fatto, credo, proprio con l’intenzione di spingere le altre aree del PD a prendere una posizione netta sul punto, sia in senso tecnico che politico.

In senso tecnico, con un occhio alla minoranza cuperliana, ex-bersaniana o fassiniana che dir si voglia: proprio quell’area del partito, cioè, che sul tema del lavoro si è spesso rifugiata in proposte da “montagna che partorisce il topolino” e dichiarazioni che fan sempre bella figura, ma impegnano pochissimo. In senso politico, con un occhio invece al gruppo dei civatiani: quell’area che, al contrario, sul lavoro ha idee strutturalmente simili a quelle dei renziani, ma il cui principale pubblico di riferimento (dentro e fuori il partito) da quelle idee è abbastanza lontano, e ai cui occhi la credibilità politica di Civati diminuisce ogni minuto in più che lui passa dentro il PD.

Renzi, quindi, forza la mano da una posizione di forza – e non credo sia un caso che abbia scelto di farlo poco dopo il trionfo delle Europee di maggio. Con risultati pazzeschi nei sondaggi, e praticamente nessun avversario all’esterno, Renzi potrebbe veramente tirare sul tema (ripeto, simbolicamente impareggiabile) del lavoro fino a far saltare tutto, e andare al voto. Perché anche se magari, dato il Consultellum, potrebbe ritrovarsi a dover di nuovo coinvolgere alleati poco piacevoli nel governo, avrebbe conseguito comunque due risultati da non sottovalutare: primo, il peso dell’eventuale coalizione, sbilanciatissimo politicamente già adesso, lo sarebbe anche nei numeri effettivi delle due Camere; e, secondo, è lecito ipotizzare che, anche attraverso le primarie per le candidature, i gruppi parlamentari del partito ne uscirebbero quasi completamente ridisegnati – e di conseguenza le commissioni.

Ma allora perché non si è andati al voto subito, dirà qualcuno.

Beh, vi ricordate con che spirito attendevamo i risultati il pomeriggio del 25 maggio?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...