Lo spettro delle tessere, o del perché sto nel PD

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Uno spettro si aggira per il Partito Democratico: lo spettro delle tessere mancanti.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che il numero dei tesserati del PD sarebbe sceso vorticosamente, assestandosi intorno alla poco incoraggiante cifra di circa 100.000 iscritti – un calo drastico rispetto ai numeri degli anni precedenti.

A poco è servito far notare come da un lato si venisse da due anni di primarie, tradizionalmente un volano per il tesseramento, e dall’altro si trattasse di dati parziali, tanto che è ragionevole ipotizzare un totale a fine anno di circa 300.000 iscritti: subito ci si è lanciati nell’orazione funebre per il partito distrutto da quel pericoloso bullo criptofascista del segretario-premier, oppure a salutare finalmente l’avvento del partito snello, liquido-anzi-gassoso, personalistico e tagliato a misura di leader. Mostrando, in entrambi i casi, anche qualche grado di miopia nei confronti del contesto (non solo italiano, non solo partitico).

Il dato comunque, come si dice in questi casi, fa riflettere – ognuno a suo modo, secondo il proprio temperamento o le proprie idiosincrasie.

A me, come credo a molti altri, ha fatto ripensare ai motivi per cui ho scelto di stare in questo partito: per usare una formula pomposa e parecchio démodé, le ragioni della mia militanza. E mi è venuto in mente un po’ tutto il repertorio classico. La solidarietà, l’entusiasmo della partecipazione, i principi e i valori, stare coi lavoratori, gli ultimi, il senso di appartenenza a una comunità, la storia, le lotte, prima le persone, la giustizia sociale, pensare a chi è rimasto indietro, agli esclusi, ai dannati della terra – o anche solo, più in piccolo, del quartiere.

Tutte cose bellissime, giuste e nobili, che stanno lì apposta perché la politica mostri il suo volto puro, alto, ispiratore.

Tutte cose, anche, che però – mi sono accorto – a me non dicono molto.

Intendiamoci, le apprezzo eh, le condivido, ne comprendo l’utilità e quasi la necessità, in un discorso politico che per sua natura non può fare a meno di una dimensione retorica. Ma mi fanno un po’ lo stesso effetto della “lingua di plastica” di certo giornalismo: parole-chiave di un codice da utilizzare perché stimolano la reazione immediata di chi le ascolta, e gli fan pensare “Vedi, ha usato quella formula lì, vuol dire che è un vero giornalista”. Ecco: “Vedi, ha usato quella formula lì, vuol dire che è un vero politico di sinistra, uno dei nostri, uno di famiglia.”

Ridotto all’osso, il mio motivo per stare nel PD è invece una cosa molto più piccola, molto più prosaica.

Io ho qualche idea su come fare in modo che le cose vadano meglio, un po’ per tutti. Solo su alcuni aspetti e in campi ben delimitati, ovviamente, non è che siamo onniscienti, e poi mica sono idee mie, chiaro, sono proposte e suggerimenti che ho trovato leggendo cose scritte da gente molto più preparata e in gamba di me, e che empiricamente, dove sono attuate, sembrano funzionare – e che, particolare non indifferente, in giro per il mondo sono spesso disseminate nei partiti che stanno a sinistra e di ispirazione liberale.

Il PD, oggi, mi sembra il veicolo che può realisticamente rendere più facile e probabile la realizzazione di queste idee, o almeno di qualcuna. Perché è un partito grosso, tendenzialmente maggioritario (anzi, a vocazione maggioritaria), in cui c’è uno spazio di una certa entità per chi condivide quelle idee, perché è al governo e tutto lascia credere che in un futuro prossimo potrà continuare a esserlo senza coinquilini poco piacevoli.

Tempo fa, Matteo Renzi veniva accusato di voler usare il PD come un taxi, su cui salire per farsi portare al governo. Beh, per lui non so, per me è abbastanza così: per me, il PD rappresenta il mezzo, lo strumento più adatto perché quelle idee diventino realtà, ed è per questo motivo che, finché lo riterrò tale, vorrò starci dentro.

So che suona poco nobile, e che a qualcuno potrà sembrare addirittura triste, per non dire meschino.

A me, invece, pare tutt’altro.

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