A pensar male

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Massimo Teodori, con Massimo Bordin, Complotto! Come i politici ci ingannano

C’è una cattiva abitudine che è diventata tratto caratteristico di ampie porzioni del dibattito pubblico italiano, e che può essere riassunta con una variazione sul tema del celebre motto di Marx: da noi, la storia tende a presentarsi la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, e dalla terza in poi come accorato appello contro sempre nuove incarnazioni della P2.

La vicenda della loggia di Licio Gelli, e delle tribute band successive, occupa meritatamente un posto centrale nel libro di Teodori e Bordin, proprio perché la sua ascesa nell’Olimpo della mitologia italica rappresenta un po’ l’archetipo del modus operandi complottista: si prendono fatti realmente accaduti, elementi autentici emersi nelle cronache e nelle inchieste, e li si collega con arabeschi di concatenazioni fantasiose – che fungono da lievito per un impasto in cui vero e falso, accertato e ipotetico, realistico e infondato diventano alla fine, una volta fuori dal forno, indistinguibili.

E come in tutte le ricette che si rispettino, anche in quelle preparate nella cucina del complottismo il prodotto finale è molto più della semplice somma degli ingredienti: avevamo ordinato dal menu qualche suggerimento su alcune faccende poco chiare, ma il cuoco ci ha servito sul piatto un gigantesco sformato di grandi vecchi, burattinai che dietro le quinte tirano le fila, trilaterali segrete e Nuovi Ordini Mondiali. Tutti elementi che, durante la cottura, si sono trasformati in spezie metaforiche, da utilizzare a piacere senza alcuna considerazione per la rilevanza, l’appropriatezza, il gusto.

Leggendo, però, e immaginando possibili repliche di chi a queste cose ci crede davvero, mi veniva in mente un’altra forma di complottismo, forse più dialettica che metodologica, e che ha dimostrato di poter sopravvivere benissimo anche senza il companatico di scie chimiche, HAARP, rettiliani e via dicendo: quella forma di complottismo, cioè, per cui la buona fede dell’interlocutore che si trova su una posizione opposta è per principio esclusa. Quando si nega che esistano le scie chimiche, ad esempio, è automatico finire nelle liste di coloro che, senza dubbio, sono al soldo dei poteri occulti che irrorano i cieli, altrimenti tanta cecità davanti all’evidenza non si spiega.

Come detto, tuttavia, non occorre spingersi così in là con la fantasia per trovare questo complottismo dialettico all’opera: è sufficiente rivolgere lo sguardo in casa nostra, e al nostro recente passato, per assaggiarne una gustosa forchettata.

Vi ricordate quelli che votavano Berlusconi?

E vi ricordate qual era, specularmente, la reazione standard nel popolo della sinistra?

Esatto: se voti Berlusconi vuol dire che probabilmente sei un evasore, un ladro, comunque un ignorante, forse addirittura un mafioso. Uno stupido se va bene, un malvagio delinquente se invece no. Che qualcuno potesse sostenere Berlusconi in buona fede era per definizione impossibile: poter ritenere il suo programma valido, condividere alcune delle sue priorità politiche, anche solo vedere in lui il minore dei mali, erano tutte ipotesi non contemplate.

Atteggiamento che poi, ovviamente, si è rivelato non essere prerogativa di un unico schieramento (vi ricordate come bisognava essere, per votare Prodi nel 2006?), e che non pare avere alcuna intenzione di sloggiare, a giudicare dall’entrata in scena dei grillini – che di questo complottismo dialettico sono diventati motore principale (per cui qualunque obiezione alle tesi del MoVimento è “casta” a libro paga dei poteri forti) e al contempo vittime ideali (per cui se voti 5Stelle sei sicuramente un disadattato ignorante).

Una specie di andreottismo sottotraccia, quel pensar male con cui magari si farà peccato, ma ci si azzecca quasi sempre, che abbiamo elevato a metodo investigativo principe, a tecnica dello svelamento delle Verità Scomode, attribuendogli a torto la qualifica di pensiero critico.

Mentre a pensar male, invece, di solito si pensa male, e basta.

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