Il grande Draper

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La Writers Guild of America, l’organizzazione sindacale statunitense degli sceneggiatori, ha di recente pubblicato una classifica di quelle che, a suo giudizio, sono le 101 serie tv meglio scritte di sempre; e trattandosi di sceneggiatori americani, capite bene che il giudizio risulta piuttosto affidabile.

Al settimo posto di questa classifica compare Mad Men, la serie creata da Matthew Weiner sui pubblicitari di Madison Avenue, con l’America degli anni Sessanta come sfondo. Una rappresentazione dell’epoca precisa, non nostalgica ma certo sentimentalizzata, che intrecciandosi a storie individuali di inganni, bugie e illusioni ha decretato il successo – come si sarebbe detto una volta, di pubblico e di critica – della serie.

Secondo me, però, detta così manca un pezzo. La mia impressione, infatti, è che una parte non indifferente della grandezza di Mad Men dipenda dalla metaforica presenza, fra gli autori, del padre del grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald.

Non che il collegamento fra Don Draper e Gatsby non sia mai stato fatto, anzi – qui qualche esempio al riguardo. Ma si tratta quasi sempre di elenchi più o meno ironici di analogie fra i due personaggi – che comunque condividono cose importanti come un’identità rubata a qualcun altro, il successo legato a questa menzogna, le origini avvolte in un alone di mistero. Quello che si perde di vista, secondo me, è invece proprio il fatto che entrambi sono una personificazione compiuta dell’America come idea, come terra dell’immaginario, per cui se quello di Fitzgerald è certamente un esempio del “grande romanzo americano”, la serie di Weiner non è da meno, pur in un linguaggio diverso come quello della serialità televisiva.

Draper e Gatsby rappresentano una specie di condensato di America immaginata – quel luogo per definizione aperto e sconfinato che non ha una storia, ma soltanto un passato. Che è privo cioè di una “narrazione” definita di ciò che sta alle spalle, coerente e compiuta, un vettore orientato che imprigiona il presente e il futuro in una direzione già determinata e che lascia uno spazio di manovra (e di liberazione) molto risicato; ma con un passato che è materiale grezzo su cui lavorare, su cui costruire un senso e un racconto funzionali al presente in cui si è, e al futuro in cui si vuole arrivare. Togliendo dei pezzi, aggiungendone altri, rimodellandone altri ancora – finché si è nietzscheanamente pronti a rivivere all’infinito la propria vita, o se ne è dannunzianamente fatta un’opera d’arte.

Prendiamo questa scena: Don Draper va in ospedale a trovare Peggy, che ha appena partorito di nascosto da tutti, e capisce che l’unico modo per aiutarla è rivelarle il suo segreto. Non quello della sua vera identità, quello è solo un dettaglio, una conseguenza marginale. No, le rivela il segreto più grande, assoluto – il Segreto.

“Get out of here, and move forward. This never happened. It will shock you how much it never happened.”

Rimanere sconvolti da quanto “questo” non sia mai accaduto. Come si fa ad ascoltare queste parole senza che la mente vada alla reazione stizzita di Gatsby, quando Nick gli ricorda che “non si può ripetere il passato”?

“Can’t repeat the past?” he cried incredulously. “Why of course you can!”

Ecco. Draper e Gatsby, insomma, cristallizzano il mito americano per eccellenza, quello in cui precipitano tutti i reagenti che ne costituiscono la struttura chimica, dall’orizzonte magico della frontiera all’American dream e alla “land of opportunity”: il mito del Nuovo Inizio. Spezzare le catene del proprio passato, della propria storia, e tuffarsi in un futuro che si tratta solo di scegliere di far iniziare, davvero, una buona volta.

Ma al mito del nuovo inizio, secondo una logica – per l’appunto – prettamente mitica, se ne contrappone un altro uguale e contrario, di aspetto non lineare e progressivo bensì ciclico e ineludibile: perché che tu sia Don Draper o Jay Gatsby, alla fine, nei panni di una giovane donna travolta da un’auto che corre a folle velocità o di un fratello dimenticato che per la disperazione si impicca, il passato ritorna, e ti trova sempre.

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3 Pensieri su &Idquo;Il grande Draper

  1. Ciao Wwayne, e grazie del commento!
    In verità, devo confessarti che il mio ritardo è ancora più enorme e colpevolissimo del tuo, perché il Gatsby di Baz Luhrmann non l’ho ancora visto! Volevo farlo, mi ero anche preparato andandomi a rivedere la versione del ’74, quella con Robert Redford, ma alla fine non ci son riuscito. Anche se dai trailer che avevo visto, e da quel poco delle cose precedenti di Luhrmann che avevo adocchiato, credo proprio che mi piacerà come è piaciuto a te!

    • Robert Redford ci ha regalato uno dei film più belli della storia del cinema: In mezzo scorre il fiume. Te lo straconsiglio se non l’ hai già visto. Grazie a te per la risposta! : )

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