Sentirsi bene, o fare le cose

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Lo so, gira e rigira è sempre lì che poi vado a finire.

Perché secondo me è un argomento interessante, non privo di rilevanza, e che comunque riguarda una bella fetta di militanti e simpatizzanti PD – o quantomeno quelli con cui ho a che fare io (anche se forse sto commettendo l’errore di scambiare la vista dalla mia piccola finestra social col mondo intero).

Ovviamente, con “sempre lì” si intende la linea dello scontro fra Renzi e Civati.

Da qualche tempo, infatti, tendo a ricondurre il carattere generale di questa linea (meglio: della linea critica di Civati verso Renzi) a considerazioni di natura essenzialmente estetica. Magari un’impressione, un’intuizione più che una convinzione ben argomentata, ma lo schema interpretativo che mi sono fatto in testa mi pare che regga. Dipanarlo non è facilissimo, diciamo, però grazie all’aiuto di alcune categorie forse non propriamente politiche mi sembra che il ragionamento diventi comprensibile. Un ragionamento fatto a spanne, certo, necessariamente a grandi linee; ma che secondo me fila.

Vediamo, allora, se adesso riesco a spiegarlo.

Tutta l’azione politica di Renzi, soprattutto quella del Renzi capo di governo, ha un sottotesto fondamentale, che non è quello della rottamazione, ma quello del “fare”. Iperattivo ed energetico, il Renzi versione premier spinge per i decreti da una parte, per le riforme dall’altra, si presenta come la forza propulsiva principale per cambiare gli assetti legislativi, istituzionali e costituzionali che da vent’anni almeno diciamo che vanno cambiati, imposta e calendarizza e ripete che “se entro la tal data il nostro governo non presenta un disegno di legge su questo e quell’altro, vuol dire che Matteo Renzi è un buffone”.

Insomma, dice che, in uno scenario dominato da immobilismo e perenne immutabilità, lui sta finalmente facendo il cambiamento.

E, soprattutto, in base a questo chiede di essere giudicato. In base alla sua capacità di mettere una buona volta in moto meccanismi bloccati per realizzare obiettivi che a parole vogliono tutti, ma che nei fatti rimangono ancora talmente lontani da sembrare puntini persi sulla linea dell’orizzonte. Non si tratta di cambiare per il gusto di cambiare, insomma, quanto di smuovere le cose per ottenere, nella situazione in cui ci si trova, la migliore approssimazione a quegli obiettivi che le circostanze presenti consentono.

Potremmo sostenere, dunque, che il principio sotteso a questa azione sia il principio della prestazione: incentrato sul risultato che si vuole ottenere, goal-oriented, mette necessariamente in secondo piano il metodo con cui arrivarci, e non va troppo per il sottile riguardo ai compromessi che le circostanze possono richiedere. In quest’ottica, diventano più comprensibili mosse che hanno fatto sollevare più di un sopracciglio, dal patto per le riforme con Berlusconi alla staffetta con Letta: quello che conta, alla fine, è pur sempre il risultato, e se c’è da sporcarsi le mani, che vi devo dire, ce le sporcheremo.

Il sottotesto di Civati, invece, è abbastanza diverso, e credo che abbia a che fare con una cosa che chiamerei principio dell’autorealizzazione. Al centro del discorso politico di Civati, infatti, secondo me c’è una domanda: com’è fatto il partito di cui vorrei far parte? Come funziona, che aspetto ha, in cosa crede, in che pratiche si concretizza? Detto altrimenti: come posso realizzare le mie migliori aspirazioni, i miei migliori slanci, la migliore parte di me in una forma-partito? E una volta trovata la risposta, l’azione politica per certi versi ne discende naturalmente.

Ovviamente in questo contesto un ruolo preminente spetta al metodo – non che i risultati non siano fondamentali, ma come dire: il modo in cui vengono ottenuti è importante tanto quanto il fatto stesso di ottenerli. Un modo che mi faccia sempre, in ogni momento, sentire fiero del mio partito, e che non mi faccia sentire a disagio quando mi si chiede “ma come mai hai deciso di prendere la tessera”? Un partito, insomma, in cui possa specchiarmi riconoscendomi, e magari ammirandomi con una punta di orgoglio e compiacimento. In cui possa sentirmi realizzato, appunto.

Questo intendo, essenzialmente, quando dico che le critiche di Civati secondo me hanno molto a che fare con l’estetica. Perché certo, sono politicamente motivate e tutto quello che volete, ma il nucleo centrale a me sembra che rimanga legato al peccato originale del metodo – che siano le larghe intese, le piccole intese o l’essere arrivati a Palazzo Chigi senza prima le elezioni. Un metodo che non è quello che io militante/iscritto mi ero immaginato, non è quello che sognavo, dunque anche i risultati che potrò eventualmente ottenere saranno, per forza, meno belli di quelli a cui aspiravo, risulteranno comunque macchiati: saranno figli di un partito meno bello di quello che avrei voluto, in cui avrei voluto vedermi riflesso.

Certo, non voglio dire che questa sia la sola base delle critiche mosse da Civati a Renzi; ma che questo leitmotiv sia presente, sottotraccia, come una costante, secondo me non è un pensiero del tutto peregrino.

Ha senso questo schemino che mi son fatto? E soprattutto, in caso ce l’abbia: quale dei due principi è più “giusto”, quello della prestazione o quello dell’autorealizzazione? Chi ha ragione, fra Renzi e Civati?

Ah, saperlo.

Probabilmente tutti e due. Perché se è vero che la politica – come ricorda giustamente Obama – è la consapevolezza che non potrai mai ottenere tutto quello che vuoi esattamente come lo vuoi, che è inevitabile e necessario fare compromessi dettati dalle circostanze e da un’analisi impietosa della realtà, e anche vero che a forza di cedere da una parte e mollare dall’altra finisce che agli obiettivi che ti eri prefissato magari ci arrivi, ma rimasto ormai da solo.

E però – ed è un però bello grosso – dall’altra parte c’è sempre in agguato il pericolo di avere finalmente il partito perfetto, in cui specchiarsi e rimirarsi incantati, con le proposte e i programmi più belli del mondo, ma che alla fine non combina nulla, perché ha narcisisticamente messo la propria purezza al di sopra della propria funzione.

Io non lo so cosa sia meglio, o meno peggio.

Tuttavia, mi si consenta la banalità: credo che, forse mai come in questo momento, le circostanze siano quelle che sono, e che, forse mai come in questo momento, il bene rischi di essere nemico del meglio.

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