Un frame tossico

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La polemica sulla “svolta autoritaria” e i “professoroni”, oltre a riservare inaspettate sacche di umorismo e materiale sufficiente per eccellenti battute, rappresenta anche un caso-studio piuttosto eloquente di alcune tendenze tipiche del dibattito pubblico italiano.

Gli ingredienti ci sono tutti: la Costituzione e i suoi Custodi, il leitmotiv “cambiamento vs conservazione”, Craxi, il decisionismo e “l’uomo forte”, la P2 e il “piduismo perenne”, l’ombra sempiterna del fantasma fascista, la Cultura-con-la-C-maiuscola, l’imbarbarimento figlio del berlusconismo che avanza inesorabile. Tutti elementi per i quali disponiamo di reazioni immediate e prevedibili, riflessi pavloviani che, una volta attivati, ci ascrivono all’una o all’altra parte, e che in questo senso funzionano in maniera quasi infallibile – elementi, detto in altre parole, che hanno intossicato il dibattito pubblico così in profondità da esserne ormai pietra angolare.

Non sorprendano dunque gli schieramenti, e la velocità con cui gli stessi si sono formati: teniamo a mente che il discrimine non corre lungo la linea della cosa in sé (la riforma del Senato, in questo caso, e le eventuali critiche nel merito), ma piuttosto lungo un frame a cui ormai siamo funestamente assuefatti (appunto, “svolta autoritaria” vs “professoroni”), e la dinamica diventerà subito più comprensibile.

Ciò non toglie, però, che qualche considerazione si possa anche farla.

 

1) La “svolta autoritaria”, paventata nell’appello di Libertà e Giustizia e sottoscritto, fra gli altri, da Zagrebelsky e Rodotà, è una cazzata. Una cazzata.

Nell’appello si parla di “poteri padronali” conferiti al Presidente del Consiglio, e in alcune interviste dei firmatari aleggia lo spettro di interventi che, indirettamente, farebbero saltare il sistema complessivo delle garanzie e dei bilanciamenti dei poteri. Ma quello è proprio un aspetto che non viene toccato: tutti i passaggi successivi all’approvazione delle leggi, tutti i dispositivi di controllo (la Consulta, il Presidente della Repubblica, l’Unione Europea stessa) rimangono immutati. Paradossalmente, sarebbe proprio la riforma a conferire maggior equilibrio al sistema dei poteri: in quella che si delinea di fatto come una palude, in cui lo spazio di manovra del parlamento è quasi esclusivamente ridotto alla possibilità di emendare i decreti del governo, intaccare la “perfezione” del nostro bicameralismo condurrebbe ad un rapporto più “sano” – e più efficiente – fra potere legislativo e potere esecutivo. Incidentalmente, riporterebbe il potere legislativo a fare quello per cui è stato ideato: promulgare le leggi. Dunque, anche i “poteri padronali” del Presidente del Consiglio non si capisce bene dove stiano: come nota Giorgio Armillei, nel testo della riforma finora compare solo il voto a data fissa che il governo chiede e su cui la Camera, solo la Camera, vota.

Insomma, l’impressione è che, più che di contenuti, sia un problema di stile, se non di “lesa maestà”. Nessuno nega che Renzi sia arrogante di natura: ma trasformare la sua “presunzione” in un attentato alla democrazia pare davvero un salto eccessivo.

 

2) Non credo sia del tutto indifferente il fatto che, alla fine, questo frame però serva un po’ a entrambi gli schieramenti. Perché da un lato rafforza la percezione dei Custodi dei Testi Sacri, coloro che soli resistono a difesa della civiltà giuridica come unico baluardo contro la barbarie culturale (e il cui status di auctoritates viene quindi sempre più accresciuto); dall’altro, permette a Renzi di tirare innanzi con il tema del rinnovamento, del #cambiaverso che si scontra con la conservazione e i soliti bizantinismi. Diciamo che entrambi gli schieramenti stanno parlando a un uditorio ben preciso: entrambi hanno “referenti” politici, e – anche per dinamiche interne al PD – le elezioni europee sono un test non indifferente della rispettiva potenza di fuoco.

 

3) Infine: un minimo di equilibrio per carità.

Alcune delle risposte all’appello di Giustizia e Libertà hanno avuto un merito non secondario: quello di non lasciare – per l’appunto – che fossero solo gli altri a settare il frame della discussione.

Dire cioè “Ah, volete usare questi toni qua? Benissimo, giochiamo anche noi” – cercare quindi, per una volta, di “rispondere a tono”. Ma se il problema è il tono stesso, il frame stesso, si va a cascare sempre lì, nel solito problema, à la guerre comme à la guerre eccetera.

Recuperare la proposta sul monocameralismo di Rodotà del 1985, come hanno fatto Claudio Cerasa e il Foglio, ha senso, ma non tanto per mettersi lì a dire “a Professo’, anvedi ‘a coerenza”.

Ha senso se da un lato smonti le “accuse” di deriva autoritaria – perché, come visto, oggettivamente sono infondate – e dall’altro mostri come, sull’unico punto rilevante (il Senato, appunto), la proposta di Rodotà sarebbe addirittura più estrema. Non ha senso se neghi (o minimizzi) le differenze, che ci sono, con uno sberleffo; ha senso se riesci a mostrare, nella diversità del contesto, perché sarebbero poco rilevanti. Un po’ come viene accennato qui; sarebbe bello, però, se questo metodo fosse più diffuso.

È sacrosanto ricordare che la definizione dell’attuale parlamento come “esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014”, contenuta nell’appello di Zagrebelsky & Co., è un orrore giuridico, perché ovviamente la Consulta ha confermato la legittimità del parlamento – e non avrebbe potuto fare altrimenti. Ma rifiutarsi di anche solo provare a considerare la cosa dal punto di vista dell’ opportunità politica, del “messaggio che si manda”, può essere miope, secondo me. Che non vuol dire affatto rimandare la riforma a dopo un ipotetico voto perché “la gente altrimenti non capisce”; vuol dire, piuttosto, tenere a mente anche il quadro politico più ampio, più complesso, strategicamente più sfaccettato.

Riassumendo, per usare le – molto meno numerose, e molto più efficaci – parole di David Allegranti, va benissimo tirare giù dalle altezze siderali chi si sente depositario di una Verità superiore, anche con l’ironia; un po’ meno quando però chiunque muove una critica diventa di diritto “professorone”. Che dopo i professoroni, insomma, non arrivi il turno dei professorini.

Critiche, suggerimenti e proposte migliorative per questa riforma del Senato, che non si perdano dietro fantomatici complessi del tiranno ma discutano nel merito dei singoli punti, tecnicamente, ce ne sono a pacchi.

Usciamo dal frame tossico, e concentriamoci su quelli.

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