Il Semprini di Minerva

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Quando la sera del 12 novembre 2012, negli studi di X-Factor appositamente risistemati, Gianluca Semprini rivolge ai cinque candidati alle primarie del centrosinistra per la premiership la fatidica domanda su chi figuri nel loro pantheon personale, probabilmente non si rende conto che in quel momento non è più Gianluca Semprini, quarantaduenne giornalista romano di Sky Tg 24, ma sta invece assumendo misticamente l’alata forma di una nottola di Minerva, pervasa di Spirito oggettivo, librata in volo sulla politica italiana.

Pensiamoci. Niente funziona così bene, per descrivere quel senso di comunità e fratellanza, di identità ideale e affinità spirituale che unico è riuscito in questi vent’anni a scaldare i cuori del “popolo della sinistra”, quanto l’immagine del pantheon, la galleria dei Campioni dell’album di famiglia a cui rivolgere un pensiero e una preghiera per sentirsi rassicurati, parte di una storia. “Sì, siamo sempre noi, siamo sempre quelli. I Migliori.” – e scappa un sorriso un po’ di orgoglio e un po’ di autocompiacimento.

Mai risulta evidente, questa connessione sentimentale, come quando muore un papabile candidato alla beatificazione; e mai fa mostra di sé, in quei momenti, più che nell’universo dei social network. Anche solo negli ultimi due anni, Facebook e Twitter ci hanno regalato una carrellata di status e cinguettii  commemorativi dedicati, per fare giusto qualche esempio in ordine sparso, a Margherita Hack, don Gallo, Franca Rame, Mariangela Melato. Personalità quasi mai direttamente “politiche”, ma che in qualche modo hanno fatto parte – in pensieri, parole, opere e omissioni – di un milieu emotivo-politico-culturale piuttosto riconoscibile, e a cui (spesso a torto, talvolta a ragione) vengono ascritti alcuni asset irrinunciabili, in primo luogo un certo antiberlusconismo alla “Che tempo che fa”.

Lo scenario è familiare. Una foto del novello eroe, magari in bianco e nero o tendente al seppia, accompagnata da una citazione, poi nome e data di nascita e morte; sotto, decine di apprezzamenti e commenti equamente divisi fra “Ci mancherà” e “Continuiamo anche per lui/lei nella nostra lotta contro la barbarie imperante!”. (Fortunatamente, ormai gli “insegna agli angeli a” resistono solo come dispositivo parodistico.)

Si potrebbe facilmente descrivere questa dinamica come una delle facce del cosiddetto slacktivism, quel tipo di “attivismo digitale” di costo e impegno assai limitati per cui si condivide o si ritwitta una petizione in difesa dei diritti di qualcuno, una denuncia contro gli abusi di qualcun’altro, e quasi sempre si conclude con “Fate girare!!!”. Ma il punto, secondo me, è un altro.

E ha a che fare con una certa tendenza, magari non solo della sinistra e magari non solo italiana, ma della sinistra italiana certamente peculiare, a pensare per immagini – meglio: per figurine. Una raccolta di santini ed eroi, a cui aggrapparsi in cerca di un aneddoto o una citazione, per risolvere la complessità e l’asprezza della politica con un distico ispirato di poetico impegno civile. E il distillato di questa tendenza, per certi versi, è stato di recente spalmato su celluloide: come altro descrivere “Quando c’era Berlinguer”, il documentario di Veltroni? Dedicato poi all’icona perfetta, al santino definitivo, all’eroe insuperabile. Il Segretario con la S maiuscola, il migliore del Migliore.

Segno di una prigionia in un immaginario nostalgico che sarebbe il caso, davvero, di rottamare; ma segno, anche, di un “sentirsi di sinistra” che, stanco e forse deluso, tende ad abbandonare il periglioso mare dell’elaborazione politica, per rifugiarsi sempre più spesso nel comodo, confortante porto della mitopoiesi.

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